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Alzheimer, non siete soli

19/09/2014  All’aggravarsi della malattia, quando si affacciano i disturbi comportamentali, la famiglia può chiedere il ricovero in strutture residenziali o in centri specializzati

La popolazione mondiale invecchia sempre più e, parallelamente, cresce il peso delle malattie invalidanti come l’Alzheimer e la demenza senile. La maggior parte dei Paesi non è pronta ad affrontare un’emergenza di così ampie proporzioni: le strutture pubbliche sono carenti e i malati finiscono per essere accuditi dalla sola famiglia, spesso provata dalla fatica. L’ultimo G8 Dementia Summit ha previsto lo sviluppo di un piano di azione che miri a individuare nuovi modelli di assistenza e prevenzione, ed entro il 2025 una terapia capace di modificare il decorso clinico tipico delle malattie.

 Ma nel frattempo com’è possibile rispondere alle necessità dei malati e dei familiari? «Ogni Stato deve garantire un sistema di cure continuative, un mix di servizi domiciliari e residenziali che dia loro aiuti concreti», spiega Gianbattista Guerrini, direttore sanitario di Fondazione Brescia solidale. Quando si nota la comparsa di sintomi sospetti, il primo contatto a cui fa accedere il medico di famiglia è con l’Unità di valutazione Alzheimer, «un servizio ambulatoriale gestito da medici specializzati (neurologi, geriatri, psichiatri) che provvede a formulare la diagnosi, la valutazione dei problemi della persona, il piano di trattamento farmacologico e il controllo dei sintomi nel tempo».

Il gradino successivo, che aiuta la persona a restare a casa e i suoi familiari a reggere l’impegno assistenziale, coincide con i servizi domiciliari. In Italia, questi servizi sono garantiti dalle Asl e dai Comuni: «Nel primo caso vengono offerte prestazioni mediche, infermieristiche e riabilitative, nel secondo aiuti per la cura della persona e la gestione della casa», prosegue Guerrini. Il servizio di assistenza comunale può erogare anche pasti a domicilio, telesoccorso e teleassistenza, aiuto per i trasporti e consulenza per le pratiche burocratiche. Le prestazioni sanitarie sono gratuite, mentre i servizi socio-assistenziali prevedono, in genere, un contributo da parte dell’utente.

IN CASA O FUORI

  

Il centro diurno, invece, aiuta la persona affetta da Alzheimer a mantenere più a lungo la propria autonomia, ritardando il ricovero in istituto e garantendo ai familiari momenti di sollievo. «È un servizio semiresidenziale, a metà strada tra l’assistenza domiciliare e gli istituti residenziali », puntualizza il geriatra, «che offre agli utenti servizi simili a quelli previsti dalle strutture (mangiare, muoversi, utilizzare i servizi igienici), interventi di socializzazione e stimolazione, prestazioni sanitarie». Opera dal lunedì al venerdì (alcuni centri tengono aperto anche nel fine settimana) più o meno tra le 8 e le 18. L’accesso è organizzato dai Comuni con un proprio servizio.

All’aggravarsi della malattia, quando l’autonomia è compromessa e si affacciano i disturbi comportamentali, la famiglia può chiedere il ricovero del proprio congiunto in una struttura residenziale o in un Nucleo Alzheimer, dotati di spazi più ampi, personale preparato e programmi di assistenza adeguati. «Si tratta di un passaggio molto delicato che si associa a vissuti di fallimento e abbandono». Tuttavia, i posti letto sono pochi (5 per ogni 100 persone oltre i 65 anni) e concentrati nelle Regioni del Nord. La strada è molto lunga.

Le alternative non mancano. La carenza dei servizi è compensata innanzitutto dalle badanti, donne per lo più straniere, disponibili «a prendersi cura della persona 24 ore su 24. A costi contenuti, si evita di sradicare l’anziano dalla sua abitazione e si sostiene l’intero nucleo familiare. Pur essendo un pilastro dello Stato sociale, resta qualche perplessità circa la scarsa preparazione».

Ultimamente si sono diffusi sul territorio anche centri di socializzazione, rivolti ad anziani con buoni livelli di autosufficienza. Tra questi spiccano gli Alzheimer Café: «Organizzati da volontari o da associazioni, questi spazi offrono alle persone affette da demenza e ai loro familiari la possibilità di trascorrere alcune ore in un ambiente sereno e rilassante, bevendo un caffè in compagnia e conversando senza impegno. In alcuni casi si organizzano attività di gruppo (musicoterapia, arteterapia) che mirano a stimolare le capacità cognitive, motorie e relazionali. Nuove anche le Case famiglia, residenze collettive destinate a persone anziane in condizioni di autonomia limitata e prive di un supporto familiare adeguato.

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Mi chiamo Mario e ho il morbo di Alzheimer
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