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Amartya Sen: la mia idea di giustizia

04/06/2010  È inutile cercare modelli ideali, bisogna partire dai problemi delle persone: mettendo al centro l’eguaglianza delle opportunità.

«Nel mondo di oggi sono ben pochi coloro che non possiamo ritenere prossimi a noi». Amartya Sen, Nobel per l’economia a cui piace flirtare – l’espressione è sua – con la filosofia, passerà alla storia come colui che ha messo l’uomo al centro della materia più fredda e “disumana”. Solo a lui poteva venire l’intuizione tanto semplice quanto rivoluzionaria esposta in L’idea di giustizia (Mondadori), summa del suo pensiero: se vogliamo arrivare a capire che cosa è giusto – obiettivo quanto mai necessario per orientare sia le nostre scelte individuali sia le politiche pubbliche – è inutile che ci poniamo la domanda: qual è la giustizia perfetta? Risulterà impossibile giungere a una definizione condivisa. Ha molto più senso, invece, partire dalla vita reale e concreta delle persone e delle società, mettere a confronto le loro idee e i diversi modelli e, attraverso una discussione basata sulla razionalità, scegliere di volta in volta che cosa è più giusto e che cosa è sbagliato.

    «Non è necessario mettersi d’accordo su come debba essere un mondo perfetto e ideale, per decidere se sia preferibile il welfare degli Stati Uniti o quello europeo: sarà più proficuo mettere a confronto il sistema sanitario americano, che tutela solo una parte dei cittadini, con quello europeo, che estende l’assistenza pubblica a tutti», spiega Sen. Non deve, quindi, sorprendere che temi quali la povertà, la discriminazione delle donne, l’handicap, l’istruzione ricorrano in questo saggio: da qui, dai problemi effettivi delle persone bisogna prendere le mosse per parlare di giustizia.

    Ad esempio, avreste mai immaginato che fra democrazia e carestie ci fosse una connessione? «Un Governo alle prese con una carestia con quale faccia potrebbe presentarsi alle elezioni? Come potrebbe sopravvivere alle critiche, qualora non avviasse un’azione risoluta contro la povertà? La democrazia crea le condizioni affinché un Governo si dia da fare per sconfiggere la fame. Al contrario, in un regime autoritario, dove non si tengono elezioni, non circolano informazioni e non c’è una pressione dell’opinione pubblica, non vi è alcun interesse né spinta ad agire».

     Al Nobel indiano dobbiamo la consapevolezza che il Pil (Prodotto interno lordo) è inadeguato a misurare il benessere di un popolo. «Ha una sua utilità in ambito economico, madiventa fuorviante al di fuori: negli Usa, il Pil aumenta, ma non diminuisce la disoccupazione, anzi. Abbiamo bisogno di altri indicatori, che ci dicano se le persone sono soddisfatte della loro vita. Anni fa, fu messo a punto per l’Onu l’Indice di sviluppo umano, con il quale si tentava di fotografare la qualità della vita di un Paese. Ora sto tracciando per il presidente Sarkozy ulteriori indicatori, che fanno riferimento alla longevità, all’educazione, alla sicurezza sociale, alla partecipazione pubblica».

    Al cuore della teoria di Sen sta l’idea che si dà giustizia dove c’è uguaglianza di opportunità per ogni essere umano, nel rispetto della sua libertà. «Ridurre l’eguaglianza a una questione di reddito è limitante. È essenziale poter scegliere che cosa vale e avere le opportunità per realizzarlo. Pensiamo alle famiglie dove c’è un membro disabile, una questione largamente trascurata: intanto diminuisce la capacità di procurarsi reddito, sia per il disabile sia per i familiari che dovranno accudirlo; poi, anche con un reddito elevato, le possibilità del disabile di fare ciò che desidera sono ridotte, perché ha bisogno di aiuto anche solo per uscire di casa».

    Alcune pagine del saggio sono dedicate alla domanda: chi è il nostro prossimo? Secondo Sen, la lezione della parabola del buon samaritano è che «il nostro prossimo è colui con il quale entriamo in relazione. E oggi, nel mondo globalizzato, siamo in contatto con tutti».

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