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venerdì 31 maggio 2024
 
 

Ridah e Mohamed divisi da Gheddafi

04/09/2011  Lei ha aderito subito alla rivolta contro Gheddafi. Lui faceva la spia per l'intelligence del dittatore. Ma sono rimasti amici, e adesso...

TRIPOLI – Ridah ha 33 anni, Mohamed Ahmed ne ha uno in più. Sono cresciuti insieme, nel quartiere Hay Al Islami, alla periferia est di Tripoli. Una manciata di condomini dalle pareti scrostate, abitati per il 90 per cento da militari. Uno dei quartieri che, ancora oggi, conservano una maggioranza di filo-gheddafiani.

     Ridah Awed ha aderito alla rivoluzione sin da subito, il 17 febbraio scorso. Mohamed Ahmed, invece, era dall'altra parte della barricata. Lavorava nei servizi di intelligence, il suo compito era quello di appostarsi con un furgone nei pressi delle abitazioni dei sospettati di essere oppositori del regime e captarne le conversazioni telefoniche.

     “Ho iniziato nel 2006 – racconta – prendevo circa 300 dinari al mese (120 euro, ndr). Poi, dopo l'inizio della rivoluzione, hanno iniziato a pagarmi di più, circa 700 dinari. La mia famiglia non sapeva nulla di quello che facevo, per loro ero un banale impiegato governativo. Invece il mio lavoro era quello di ascoltare e registrare ogni telefonata sospetta e segnalarla ai miei capi. L'ho fatto fino al 15 agosto, poi ho deciso di dimettermi”.

     Ridah ascolta con attenzione il racconto del suo vecchio amico: “E' un brav'uomo – lo scagiona – so che il suo sentimento è già da tempo critico nei confronti di Gheddafi”. “All'inizio ero dalla sua parte – conferma Mohamed Ahmed – ma poi, quando ho visto quello che ha fatto dopo il 17 febbraio, la gente che ha ucciso, ho capito che è solo un folle”.

     Nel quartiere la vita si è fatta difficile da dieci giorni a questa parte. La fama di enclave gheddafiana sta creando problemi. Appena tre giorni fa un residente del quartiere è stato ucciso a sangue freddo da alcuni ribelli armati: “Erano ubriachi – racconta Ridah – ma tutto questo mi ripugna. Io sono dalla parte della rivoluzione e ho subito minacce da parte del regime per queste mie opinioni. Ma non credo che questo sia il modo di costruire la democrazia che volevamo”.

     Mohamed Ahmed fissa il vuoto. E' l'emblema di un'intera categoria sociale che, dopo aver lavorato anni per il regime, senza peraltro ricevere in cambio nulla, ora si trova a contemplare il proprio fallimento. Azzardo un'ultima domanda: e se una di quelle intercettazioni telefoniche avessero avuto come oggetto Ridah? “Non l'avrei trasmessa – dice – non avrei potuto consegnare un mio amico alla galera”.

 
 
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