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sabato 08 agosto 2020
 
 

Amministratori sotto tiro: la prima marcia il 24 giugno

08/06/2016  Sarà a Polistena la manifestazione dei sindaci e degli amministratori locali minacciati dalle mafie. E' la prima edizione dell'iniziativa. Aderiscono in tanti, da Libera alla Federazione della stampa. Per dire che insieme si può costruire società civile e vivere di legalità.

«C’è una Calabria che spara e una Calabria che spera». Don Pino De Masi, parroco della chiesa matrice di Polistena e referente di Libera per la Calabria sintetizza così la situazione di una Regione tra le più problematiche d’Italia.  E a dare fiato a questa speranza ci sono anche tanti amministratori comunali, tanti sindaci che si muovono nella legalità e che per questo sono minacciati, persone che, per dirla con le parole di Agnese Moro, «devono fare il ruolo degli eroi semplicemente perché sono persone perbene». Al tavolo di Avviso pubblico, per lanciare la prima marcia nazionale degli amministratori sotto tiro, che si svolgerà a Polistena il 24 giugno, si parla dei 180 casi di minacce censite nei soli primi cinque mesi di quest’anno. Atti intimidatori che vanno dall’incendio di macchine, sale consiliari, biblioteche e centri giovanili all’invio di proiettili, a lettere minatorie, ad aggressioni fisiche vere e proprie all’esplosione di ordigni, al ritrovamento di parti di animali. In vetta alle minacce gli amministratori calabresi contro cui è diretto il 27 per cento delle intimidazioni. E se è vero che le regioni più a rischio restano quelle del Sud (in ordine Sicilia, Campania Puglia e Sardegna), crescono le minacce in Piemonte, Lombardia, Veneto, Lazio. «La maggioranza di chi minaccia un amministratore rimane impunito», denuncia Pierpaolo Romani, coordinatore nazionale di Avviso Pubblico, snocciolando i dati sempre più inquietanti. A cambiare le cose potrebbe essere la legge contro le intimidazioni che è stata appena licenziata dal Senato e passa al vaglio della Camera.

«Ma soprattutto è la mobilitazione di tutte le istituzioni e dei cittadini», come sottolinea don De Masi, «che fa arretrare le mafie. Per questo è importante agire soprattutto su due fronti: le coscienze, e qui è la Chiesa ad avere un ruolo educativo fondamentale,  e i segni». La Valle del Marro, la prima cooperativa calabrese nata sui terreni confiscati alla ‘ndrangheta, ma anche il palazzo Versace, simbolo a Polistena del potere mafioso e oggi convertito nel centro polifunzionale padre Pino Puglisi «sono passi di speranza concreta in un territorio dall’illegalità diffusa dove semplicemente fare il proprio dovere significa urtare gli interessi della malavita». Lo sanno bene sindaci come Nino Bartuccio, che, a Rizziconi (Reggio Calabria), ha osato semplicemente denunciare le irregolarità che vedeva e che, per questo, ha dovuto subire le minacce dei potenti clan locali. Sotto scorta, con persino l’esercito sotto casa a proteggere lui, la moglie, i figli e il padre, non si è sottratto a testimoniare nel processo contro la famiglia Crea, sostenuto dagli altri amministratori di avviso Pubblico e da Libera. Tra i sindaci più vicini quello di Polistena, Michele Tripodi, a sua volta minacciato. «Esiste ancora troppa complicità, troppo silenzio, esiste ancora una questione meridionale», dice intervenendo alla tavola rotonda. Ricorda quello che ancora c’è da fare, ma anche le sfide vinte. A partire dalla costruzione del municipio: «La ‘ndrangheta faceva saltare in aria le ruspe, i lavori non riuscivano ad andare avanti. Il palazzo si è costruito grazie alla scorta dell’esercito. Ma oggi il Municipio c’è ed è la casa di tutti. È il segno fisico di una vittoria contro il crimine organizzato».

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