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giovedì 21 ottobre 2021
 
La promessa mancata del presidente Usa
 

Amnesty: «Obama chiuda Guantànamo»

22/01/2014  Nel 2009 il Capo di Stato americano promise di chiudere la prigione speciale entro un anno. Ne sono passati cinque e vi sono ancora detenuti 155 prigionieri. L'associazione per la tutela dei diritti umani torna a denunciare che molti di essi hanno subito gravi violazioni dei diritti umani, tra cui la sparizione forzata e la tortura. E sollecita Obama a «porre fine all’ipocrisia sui diritti umani».

Il 22 gennaio 2009, tra i primi atti dopo l’elezione, Barack Obama firmò l’ordine esecutivo per chiudere Guantánamo entro un anno. Tuttavia, cinque anni dopo, oggi sono ancora 155 le persone lì detenute e il centro sta per entrare nel tredicesimo anno di attività.

Aperto l’11 gennaio 2002 in territorio cubano per trattenere e interrogare sospetti terroristi, Guantánamo è stato uno dei simboli della “guerra preventiva” e dell’“esportazione della democrazia” di George W. Bush e dei suoi alleati. «Mentre difendiamo la nostra sicurezza dopo i tragici eventi dell’11 settembre», dichiarava l’ex presidente, «abbiamo posto la difesa dei diritti umani e della democrazia alla base dei nostri sforzi».

Ha rappresentato e ancora rappresenta la strategia statunitense di contrasto al terrore e, per molti, un esempio palese di come in nome di tale strategia i diritti umani siano stati sistematicamente violati, come non ha avuto problemi ad ammettere lo stesso Bush. Per Amnesty International, il mancato rispetto della promessa di Obama rappresenta invece «un fallimento, un evidente esempio dei doppi standard adottati dagli Usa nel campo dei diritti umani».

A dodici anni di distanza dai primi arrivi, nella base americana sono passati 779 uomini: 615 sono stati rimpatriati, 9 sono morti (7 per suicidio), meno dell’1 per cento è stato condannato dalle commissioni militari, quasi sempre a seguito di un patteggiamento. Degli attuali 155 detenuti, solo una piccola parte sta per essere giudicata dalle commissioni militari, che peraltro non rispettano gli standard sul giusto processo.

Molti uomini restano reclusi a Guantánamo a tempo indeterminato

In base a un ordine esecutivo del 2010, molti uomini restano reclusi a Guantánamo a tempo indeterminato, in alcuni casi sin dal 2002: non sono processabili, né scarcerabili. Come Obaidullah, 30 anni, catturato dai soldati americani nel remoto villaggio di Khost, in Afghanistan, quando aveva 19 anni, due giorni prima della nascita di sua figlia. Recluso per undici anni e mezzo senza condanna e a 13 mila chilometri da casa: il Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulle detenzioni arbitrarie ha recentemente esaminato il caso e chiesto agli Usa di porre fine alla sua detenzione illegale.

Nei confronti di quasi la metà degli attuali detenuti non sono state rinvenute prove di colpevolezza (per questo, ad aprile diedero vita a un lungo sciopero della fame), ma c’è il problema di trovare un posto dove rimandarli che dia la garanzia di tenerli sotto controllo.

D’altronde, gli stessi Usa si aspettano da altri Paesi ciò che essi rifiutano di fare: accogliere i detenuti rilasciati che non possono essere rimpatriati. A seguito di tale rifiuto, anche coloro che hanno ottenuto una sentenza di rilascio continuano a rimanere a Guantánamo. Il 31 dicembre scorso tre cinesi di etnia uigura, che non possono essere rimandati in Cina, sono stati trasferiti in Slovacchia: erano trascorsi più di cinque anni da quando, nel 2008, un tribunale federale aveva giudicato illegale la loro detenzione.

Più di 70 detenuti, quasi tutti dello Yemen, sono stati invece autorizzati al trasferimento, ma l’amministrazione Usa si è appellata alla situazione di sicurezza nel loro Paese e ad altre considerazioni per ritardare la loro uscita dal centro detentivo (al contrario, è appena stato annunciato il rilascio proprio di un detenuto yemenita).

Amnesty a Obama: "Porre fine all'ipocrisia sui diritti umani"

  

Secondo Guevara Rosas, responsabile Americhe per Amnesty, «i detenuti di Guantánamo rimangono in un limbo, le loro vite sospese da anni. Molti di essi hanno subito gravi violazioni dei diritti umani, tra cui la sparizione forzata e la tortura, ma l’accesso a un rimedio giudiziario è stato sistematicamente bloccato e l’accertamento delle responsabilità minimo. Se qualsiasi altro Paese fosse stato responsabile del vuoto di diritti umani rappresentato da Guantánamo, avrebbe certamente attirato la condanna degli Usa».

Peraltro, le accuse sono avvolte in un alone di segretezza attorno all’esercito e ai servizi segreti. Amnesty chiede di fare chiarezza, di sospendere i processi di fronte alle commissioni militari e di assegnarli ai tribunali civili e di rilasciare i detenuti che la giustizia statunitense non intende processare. Ma soprattutto chiede a Obama di «porre fine all’ipocrisia sui diritti umani» e di chiudere Guantánamo come aveva promesso 5 anni fa.

Altrimenti, «la storia giudicherà severamente questo aspetto della nostra lotta al terrorismo e le persone che non ne stabiliscono la fine. Immaginate un futuro, tra 10 o 20 anni, in cui gli Usa trattengano ancora persone che non sono state incriminate per alcun reato in un pezzo di terra che non fa parte del nostro Paese…».

Sono le parole pronunciate proprio da Barack Obama il 23 maggio 2013.

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