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giovedì 30 giugno 2022
 
 

Amy Winehouse, l'autodistruzione

24/07/2011  Il più grande talento del rock attuale è morta per overdose nella sua casa di Londra. Storia di una ragazza troppo fragile per gestire il successo.

Fino all’ultimo abbiamo sperato che non finisse così. Fino all’ultimo abbiamo sperato  che l’incipit del suo brano più celebre, Rehab (“Hanno provato a farmi andare in un centro di riabilitazione, ma io ho detto no, no, no”) fosse la sfida rabbiosa di una ragazza ribelle in difficoltà, ma che ancora crede di potercela fare da sola. E invece ora quelle parole suonano come un drammatico testamento.

     Amy Winehouse non ce l’ha fatta. Nei centri di riabilitazione c’è stata tante volte, ma non è servito a nulla. Le cronache raccontano che da una settimana si era rinchiusa nel suo appartamento di Londra a bere e a drogarsi. Al Daily Mirror la madre Janis ha dichiarato che, dopo averle fatto visita 24 ore prima della sua scomparsa, si era convinta che la sua morte “fosse solo questione di tempo”.  Le sue ultime parole sono state: “Ti voglio bene, mamma”.

     Aveva 27 anni, come altre stelle del rock che ci hanno lasciato troppo presto, da Janis Joplin, a Jim Morrison, a Kurt Cobain, ma forse dentro di sé si sentiva ancora quell’adolescente timida e al tempo stesso aggressiva che a 13 anni venne espulsa dalla scuola di teatro perché si presentava sempre con un piercing al naso.  Una disperata ricerca di identità di donna che l’ha portata a ricoprirsi di tatuaggi da camionista, a dimagrire di quattro taglie fra il primo e il secondo disco, a farsi aumentare chirurgicamente di una taglia il seno, a presentarsi in scena con un trucco e una capigliatura che la facevano sempre più apparire come una bambola triste. “Io sono una persona poco sicura di sé”, aveva confessato. “Dubito della mia apparenza, e più ho dubbi e più bevo”.

     Il suo immenso talento era esploso in tutto il mondo nel 2006, con il suo secondo disco, Back to black. Nel decennio più avaro di vere emozioni che la musica pop abbia mai prodotto, la sua voce così sensuale e malinconica e la sua musica che riattualizzava con uno stile personalissimo la grande lezione del soul degli anni Cinquanta e Sessanta sono sbocciate come fiori in mezzo al deserto.  Gli Anni Zero della musica avevano trovato la loro stella. Ma lei era troppo fragile per sostenere questo ruolo.

     Mentre decine di cantanti dotate di un briciolo del suo talento arrivavano al successo imitandola più o meno smaccatamente, le pressioni dell’ambiente musicale (si parla di un disco reggae da lei inciso e rifiutato dalla casa discografica perché ritenuto poco commerciale:  ora sarà sicuramente pubblicato), dei tabloid che la seguivano passo passo pronti  a cogliere e a amplificare ogni sua debolezza per trasformarla in un fenomeno da baraccone, l’hanno condotta a una lenta ma inarrestabile autodistruzione.

     Nel 2008 c’era stato uno spiraglio di luce. Al mega concerto che si era tenuto all’Hyde Park di Londra per festeggiare i  90 anni di Nelson Mandela, fra tante stelle della musica, da Annie Lennox al nostro Zucchero, la più sfolgorante era stata lei. Poi, purtroppo, è tornato il buio. Quest’estate avrebbe dovuto esibirsi in Italia a Lucca, il  16 luglio. Invece l’intero tour è stato cancellato dopo l’imbarazzante debutto di Belgrado. Le immagini su Youtube di quella serata mostrano una ragazza che fa fatica a reggersi in piedi, riesce a solo a biascicare le parole delle sue canzoni bellissime, si volta verso i suoi musicisti per chiedere un aiuto e per tutta risposta qualcuno di loro ride di lei.

     Povera Amy.  Kurt Cobain prima di ammazzarsi aveva scritto su un biglietto alcuni versi di Neil Young: “E’ meglio bruciare che svanire”. Noi preferiamo ricordarla con la canzone che i Pink Floyd dedicarono al loro amico Syd Barrett: “Wish you were here”, vorremmo che fossi qui.

 
 
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