logo san paolo
sabato 02 luglio 2022
 
 

Anche con l'e-cig c'è dipendenza psicologica

07/11/2014  Il parere di Paolo Lucchiari, psicologo che collabora con lo Ieo: «La nuova sigaretta elettronica potrebbe diventare un comportamento da emulare, soprattutto dai più giovani».

Claudio Lucchiari è uno psicologo cognitivista che collabora con l’unità di ricerca applicata in psicologia dello Ieo. È il referente dello studio Ieo-Università degli studi di Milano che sta indagando la sigaretta elettronica come dispositivo per la disassuefazione dalla dipendenza dal fumo. A lui chiediamo come si svolge il suo lavoro: «Stiamo portando avanti un progetto di ricerca finanziato dalla Fondazione Veronesi su un gruppo di volontari che decidono di fare uno screening per la diagnosi precoce del tumore al polmone. Tutti fumatori ad alto rischio, quindi. Si chiama Progetto Cosmos. Vengono selezionati i possibili partecipanti per tre sezioni: uno con sigaretta elettronica con nicotina, uno con l'e-cig senza nicotina e un terzo senza alcun ausilio. Il gruppo è sopra i 50 anni, uomini e donne che hanno già affermato di voler provare a smettere di fumare».

I tabagisti nel passaggio alla sigaretta elettronica traggono un beneficio?
«Lo studio è ancora in corso, ma sui partecipanti di adesso, a breve termine (la valutazione andrà fatta a lungo termine) abbiamo buoni riscontri. C’era chi fumava 50 sigarette al giorno ed è passato a quattro sigarette, con l’aiuto di quella elettronica. Il nostro protocollo è rigido, non diamo uso libero della e-cig. Forniamo una sigaretta con liquidi con concentrazione di 8 milligrammi di nicotina e uso di un milligrammo al giorno, cioè sotto le dieci sigarette “normali” al giorno. L’obiettivo è far smettere di fumare con un programma di tre mesi. Dopo, il volontario dovrebbe smettere anche di usare la sigaretta elettronica».

Quante persone partecipano?

«Circa 50. Il protocollo prevede l’arruolamento di 210 partecipanti, divisi nei tre gruppi».

Il fine qual è?
«Essendo persone ad alto rischio di malattie dovute al fumo, vogliamo ridurre questo rischio. Il progetto nasce a dieci anni dal precedente screening. Allora, anche dopo gli avvertimenti e le informazioni sui rischi che il fumo provocava, la maggior parte dei volontari tornava a fumare. Col nuovo progetto è entrata in gioco la sigaretta elettronica e ci sembra un metodo intelligente».

La Philip Morris sta per mettere sul mercato una nuova sigaretta elettronica con pastiglie di tabacco. Psicologicamente indurrà un non fumatore a voler provare?
«Sì, il rischio c’è. Qualcuno, credendo che non faccia più male, passerà al “nuovo” fumo. Mi pare che si stia tornando indietro nel tempo. Dopo anni di lotta sulla comunicazione dei rischi del fumo - il fumo è considerato una patologia, una dipendenza e come tale va trattata -, ora questo mi sembra un modo per bypassare quelli che sono i limiti imposti alle sigarette, come le accise, piuttosto che trattare il problema seriamente. D’altra parte, la Philip Morris fa i suoi interessi. Le prospettive sono quelle di un’ampia crescita della sigaretta elettronica e allora le grandi aziende di tabacco investiranno su questo nuovo comparto. Noi però corriamo ancora il rischio della contaminazione. Con le nuove sigarette il comportamento rischia di essere emulato, soprattutto dai più giovani. Dal punto di vista della sanità noi dobbiamo lavorare per ridurre e non per diffondere. Così, invece, si sta lavorando al contrario. Il pericolo è che qualcuno passi dalla elettronica a quella tradizionale oppure che utilizzi entrambe, soprattutto i più giovani. L’idea di diminuire la combustione del tabacco è buona ma non significa che il prodotto sia libero da problematiche».

La dipendenza psicologica da tabacco è maggiore o meno di quella fisica?
«In realtà dipende da persona a persona. C’è chi fuma tanto e apparentemente mostra dipendenza fisica ma riesce ugualmente a smettere in poco tempo. In quel caso, la dipendenza è più psicologica. Altri hanno maggiore difficoltà ad abbandonare la sigaretta, e qui la dipendenza è più fisica, ma la si smaltisce nel giro di un mese circa. L’aspetto psicologico è preponderante nella maggior parte delle persone, perché la dipendenza fisica si combatte ma quella psicologica è più difficile da vicnere. Il fumo è un comportamento sociale accettato; è quasi un’automedicazione. È sinergica con altri comportamenti sociali, come bere il caffè per poi accendersi la sigaretta. Insomma,  la componente psicologica è variegata e difficile da superare».

 
 
Pubblicità
Edicola San Paolo