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lunedì 08 agosto 2022
 
 

Ma in Palestina la "primavera" non arriva

01/04/2011  Mentre il mondo arabo vive una stagione di grandi cambiamenti politico-sociali, il conflitto israelo-palestinese non dà segnali di svolta.

    «Le rivolte in Tunisia ed Egitto sono un'ispirazione per noi palestinesi a continuare nella lotta per la nostra terra e a farlo in modo pacifico, non violento. I palestinesi combattono per gli stessi valori: democrazia, giustizia sociale e diritti umani. E anche per la minoranza degli arabi-israeliani, la rivoluzione del mondo arabo può essere uno stimolo a lottare per l'uguaglianza all'interno dello Stato di Israele dove vivono».

     A parlare è Youssef Jabareen, direttore di DIRASAT - The Arab center for law and policy di Nazareth, che il 4 e 5 aprile sarà uno dei relatori del convegno internazionale "Minoranze etniche e religiose nella realtà mediterranea" a Torino. Mentre il mondo arabo vive una rivoluzione, mentre il regime siriano di Bashar al Assad trema sotto i colpi dell'opposizione che invoca riforme e la fine dello stato di emergenza, in Israele e Territori palestinesi sembra che nulla cambi: il conflitto israelo-palestinese non conosce tregua, continua ad autoalimentarsi in una sorta di circolo vizioso, senza reali vie di uscita. Ma oggi non è possibile parlare della questione mediorientale prescindendo da tutto ciò che sta accadendo negli Stati arabi. Con una domanda: quale influenza avrà la primavera araba sul conflitto mediorientale?

    «Ogni cambiamento verso la democrazia è positivo per tutti ed è una buona notizia», afferma Jabareen. «In questo momento i cambiamenti nel mondo arabo hanno un carattere localistico, rispondono a richieste e istanze interne dei singoli popoli di ogni Stato. Ma a lungo termine il cambiamento potrà avere conseguenze positive per noi palestinesi: gli Stati arabi potrebbe esercitare una pressione più convinta su Israele perché smetta di estendere i suoi insediamenti nei Territori palestinesi e perché consideri più seriamente la questione dei diritti umani del popolo palestinese». Ma su un possibile accordo nel prossimo futuro Jabareen non è ottimista: «Tra i palestinesi c'è moltra frustrazione per il fatto che la comunità internazionale non esercita abbastanza pressione per mettere fine alla lunga occupazione israeliana. E' tempo che l'Unione europea in particolare prenda una risoluzione seria».

     A scorgere nubi nere all'orizzonte e, almeno per il momento, scarse vie di uscita dalla crisi, è anche Yitzhak Reiter, specialista della minoranza araba-israeliana al Askhelon Academic College e alla Hebrew University di Gerusalemme, anche lui fra i relatori del convegno di Torino. «Non sono per niente ottimista. Non vedo una possibilità di accordo fra le due opposte leadership del momento».

    A far pensare è anche un recente sondaggio condotto dalla Friedrich Ebert Foundation in cooperazione con il Center for Political Economics del Dahaf Institute, che conferma il deciso spostamento a destra dei giovani israeliani fra i 15 e i 18 anni: il 60% dichiara di essere sedotto dall'immagine dell'uomo forte in politica, il 70% pensa che la sicurezza dello Stato venga prima dei valori democratici. «Non è una sorpresa, fin dall'inizio della seconda Intifada a fine settembre del 2000 c'è stata una progressiva polarizzazione delle posizioni sia israeliane che palestinesi», commenta Reiter. «Quanto agli arabi-israeliani - che vivono all'interno dello Stato di Israele - la nuova generazione è interessata a migliorare le condizioni di vita sociale e di lavoro, ad avere una buona istruzione, a raggiungere parità di diritti, come tutti gli altri cittadini. Dall'altro canto i giovani arabi-israeliani si sentono alienati dalla politica. Ma gli slogan nazionalistici non giocano un grande ruolo. La minoranza arabo-israeliana non pensa di mettere a rischio la sicurezza di Israele ricorrendo ad azioni terroristiche, piuttosto vuole combattere attraverso l'inclusione politica e sociale nello Stato. Ma l'atmosfera è carica di tensione».     
 
    «La maggioranza dei giovani israeliani è contraria alla concessione di diritti alla comunità arabo-israeliana (che conta 1,5 milioni di persone su 7 milioni di abitanti)», è il commento di Jabareen ai dati del sondaggio. «Un'altra indagine di tre anni fa dell'Università di Haifa rivelava che il 75% dei teenager ebrei pensavano che gli arabi fossero ignoranti, incivili e sporchi. E' un dato molto preoccupante: questi giovani sono il nostro futuro. Ma la copertura che i media in Israele offrono sui palestinesi è molto negativa e anche nelle scuole si dà una brutta immagine delle realtà araba. Credo che da parte dei palestinesi ci sia più tolleranza nei confronti degli israeliani; noi siamo le vittime, e le vittime spesso sono più tolleranti».    

    Il convegno torinese è organizzato dal Centro italiano per la pace in Medio Oriente sotto l'Alto patronato del presidente della Repubblica e metterà a confronto alcune esperienze etnico-religiose, fra le quali quella della comunità copta in Egitto, della comunità berbera del Maghreb e quella cristiana dei Paesi arabi. Fra gli altri relatori, Franco Cardini, docente di Storia medievale all'Università di Firenze, padre Pierbattista Pizzaballa, custode di Terra Santa e la regista e attrice algerina Djamila Amzal. 

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