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martedì 28 gennaio 2020
 
Polemiche
 

Anche le femministe s'accorgono che l'utero in affitto è schiavitù

07/12/2015  Con un ritardo di anni rispetto alle colleghe francesi, anche in Italia le femministe di “Se non ora quando libere” scendono in campo contro la maternità surrogata e lanciano un appello per chiedere all’Europa di metterla al bando. “Non possiamo accettare, solo perché la tecnica lo rende possibile, e in nome di presunti diritti individuali, che le donne tornino a essere oggetti a disposizione”

In principio il motto era “l’utero è mio e lo gestisco io”. Adesso va aggiornato così: “l’utero è del mercato e lo gestisce lui”. E il mercato, si sa, ha le sue leggi implacabili: quella della domanda e dell’offerta, la massimizzazione del profitto, contratti commerciali con clausole ben precise e così via. A quei trinariciuti dei cattolici era apparso chiaro sin dall’inizio che il cosiddetto "utero in affitto", o “surrogacy” perché in inglese suona più trendy, altro non era che una pratica odiosa e schiavista e un gigantesco business tra agenzie d’affari spuntate come funghi e con il corpo delle donne, soprattutto dei Paesi più poveri del mondo come l’India, il Bangladesh, la Thailandia e il Sudest asiatico, ridotto brutalmente a macchina per fare figli per conto terzi: coppie gay, single impenitenti, coppie etero molto in là con gli anni. Dietro compenso economico, ovviamente. E siccome chi compra non vuole il “prodotto” difettato è successo che alcuni bambini partoriti da donne che avevano firmato il contratto per cederlo alla coppia richiedente fossero disabili o con qualche sindrome tipo la sindrome di down e siano stati rifiutati dai genitori committenti. Tutto in nome dei “diritti civili”, ovviamente. Se il figlio è un diritto, come sostenevano molti, allora ogni mezzo per poter raggiungere ed esercitare questo diritto è lecito. Logico, no?

E le femministe cosa dicevano di quei corpi femminili di donne poverissime nei quali venivano impiantati più embrioni contemporaneamente per avere la sicurezza che attecchissero? E cosa dicevano di quelle donne che sono morte dopo cinque o sei gravidanze in serie dopo aver firmato contratti capestro – non sapendo queste donne neanche leggere – con i quali esoneravano da ogni responsabilità la clinica? E cosa dicevano di quelle donne che per avere una gravidanza ottimale venivano tolte dalle proprie famiglie e portate in cliniche dotate di ogni comfort per evitare ogni stress durante la gestazione più o meno come si fa con gli animali da allevamento? Silenzio. In Italia, almeno, i soli a farsi sentire erano i cattolici. Le femministe zero. In Francia però è andata molto diversamente tanto che il prossimo 2 febbraio all’Assemblea Nazionale si terrà un convegno per l’Abolizione universale della maternità surrogata («Assises pour l’Abolition universelle de la Gpa») cui parteciperanno ricercatori, parlamentari francesi ed europei, associazioni femministe.

"Un essere umano non si può vendere né comprare"

L’assise è stata lanciata da Sylviane Agacinski, voce storica del femminismo francese, impegnata da anni nella lotta contro la maternità surrogata con la sua associazione Corp (Collettivo per il rispetto della persona) e autrice del saggio Corps en miettes («Corpi sbriciolati», Flammarion). Agacinski, che è docente all’Ecole des hautes études en sciences sociales, spiega: «Non abbiamo a che fare con gesti individuali motivati dall’altruismo, ma con un mercato procreativo globalizzato nel quale i ventri sono affittati. È stupefacente, e contrario ai diritti della persona e al rispetto del suo corpo, il fatto che si osi trattare una donna come un mezzo di produzione di bambini. Per di più, l’uso delle donne come madri surrogate poggia su relazioni economiche sempre diseguali: i clienti, che appartengono alle classi sociali più agiate e ai Paesi più ricchi, comprano i servizi delle popolazioni più povere su un mercato neo-colonialista. Inoltre, ordinare un bambino e saldarne il prezzo alla nascita significa trattarlo come un prodotto fabbricato e non come una persona umana. Ma si tratta giuridicamente di una persona e non di una cosa (…) Fare della maternità un servizio remunerato è una maniera di comprare il corpo di donne disoccupate che presenta molte analogie con la prostituzione (…)».

Il silenzio delle femministe italiane, raggruppate nel collettivo “Se non ora quando”, è continuato assordante. Molte di loro hanno battagliato sui giornali contro la legge 40, ultimo malandato baluardo contro l’utero in affitto. Poi pian piano qualcosa è cambiato e le Nostre si sono accorte che la strada del “diritto al figlio” è pericolosa e senza ritorno e che la perfetta declinazione di quel fantomatico diritto è la maternità surrogata dove alcune donne, quasi sempre povere ed analfabete, partoriscono per altri, di solito ricchi occidentali. Qualche giorno fa le donne di "Se non ora quando libere" hanno lanciato un appello contro la maternità surrogata chiedendo all'Europa di bandirla e rompendo quello che hanno definito un «silenzio conformista su qualcosa che ci riguarda da vicino». Tra i firmatari intellettuali, personaggi dello spettacolo, scrittori: Stefania Sandrelli, Dacia Maraini, Simona Izzo, Francesca Neri, Claudio Amendola, Giuseppe Vacca, Peppino Caldarola, le suore Orsoline di Casa Rut di Caserta, Aurelio Mancuso, già presidente di Arcigay e ora di Equality Italia.

Luisa Muraro, filosofa e fondatrice della Libreria delle donne di Milano, ha ammesso: «Non esiste un diritto di avere figli a tutti i costi, eppure ce lo vogliono far credere: finito il tempo delle grandi aggregazioni e dei partiti, è un nuovo modo di fare politica cercando consensi. L’utero in affitto si innesta in questa tendenza, anche se è nato prima, negli Usa, con gli effetti che sappiamo. È la strada attuale per lo sfruttamento del corpo delle donne». Il  22 novembre scorso alla Casa Internazionale delle Donne di Roma il gruppo del Mercoledì ha indetto un incontro dal titolo eloquente: Curare la differenza. Tra gender, generazione, relazioni sessuali e famiglie arcobaleno. C’erano moltissime femministe storiche: Letizia Paolozzi, Maria Luisa Boccia, Lea Melandri, Bia Sarasini, Franca Fossati, Claudia Mancina, Elettra Deiana, Paola Tavella, Ida Dominijanni. Per citarne solo alcune. Ma sono intervenuti anche rappresentanti della comunità Lgbt: Aurelio Mancuso, Tommaso Giartosio, Andrea Maccarone. E Stefano Ciccone per l’associazione maschile plurale. Sul tavolo alcune questioni cruciali come questa: c’è differenza tra il desiderio di maternità e il desiderio di paternità, senza donne? Perché questo desiderio non sceglie l’adozione?

Paola Tavella, giornalista e autrice di un libro contro le tecniche di procreazione assistita dal titolo Madri Selvagge, ha affermato: «Io penso che un essere umano non si possa né vendere né comprare. Da un’indagine femminista indipendente su questa tematica viene fuori che l’80 per cento delle donne che vengono affittate sono analfabete. In India si stanno muovendo per chiedere il divieto di questa pratica. Lì le donne vengono tenute nei capannoni, quando capiscono quello che sta succedendo scappano e le suocere, i mariti, le riportano indietro». Tavella è d’accordo che la legge sulle unioni civili vada approvata al più presto ma con la stepchild adoption limitata alla presenza di una madre come è attualmente in Germania: «È doveroso fare una sanatoria per i bambini che sono già nati dall’utero in affitto ma impedire che ne arrivino altri. E poi si fa una battaglia insieme per le adozioni. Perché le donne e gli uomini di fronte alla procreazione non sono sullo stesso piano. Non possiamo organizzare scientificamente di fare nascere un figlio senza madre, che non avrà mai una madre». Vedremo cosa succederà con la legge sulle unioni. Solo un anno fa quando la Corte costituzionale ha definitivamente demolito gli argini che la legge 40 aveva messo a difesa di un'idea di umanità non subordinata alla tecnoscienza e alla legge del desiderio, ritenendo il divieto di fecondazione eterologa incostituzionale, avevamo predetto che il prossimo passo sarebbe stata la legalizzazione dell’utero in affitto. Ma allora non c’erano le femministe a difendere la libertà delle donne. Ora qualcosa è cambiato. Meglio tardi che mai.

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