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mercoledì 13 novembre 2019
 
Intervista
 

Angelo Scola: «Ho scommesso tutto sulla fede»

20/09/2018  L’infanzia felice in provincia con una mamma «acuta e rigida» e un padre «buonissimo e fisicamente simile a me». Gli incontri decisivi con don Giussani e don Bernareggi. La malattia e la psicanalisi. Wojtyla, Ratzinger e Bergoglio... l’ex patriarca di Venezia si racconta a cuore aperto

Settantasette anni e 48 di sacerdozio, Angelo Scola, arcivescovo emerito di Milano, ha sempre puntato sulla libertà come ben racconta lui stesso nell’autobiografia scritta con il giornalista Luigi Geninazzi. Una scommessa riuscita, ci confida il Cardinale, «come può riuscire a un uomo con tante defaillance». Una grande ambizione per chi si è votato all’obbedienza: «Eppure libertà e obbedienza si conciliano a partire dal fatto che non c’è libertà senza rischio; una persona per correre il rischio ha bisogno di compagnia. L’obbedienza è la modalità liberante, quando è autentica, con cui l’autorità fa compagnia a un uomo». Ancor più sfidante nella logica dell’appartenenza (e il pensiero va a Comunione e liberazione e a quel «doppio peccato originale» di cui parla anche nel libro intitolato, non per caso, Ho scommesso sulla libertà, edito da Solferino).

«Appartenenza è una parola fondamentale; Gesù la dice a Pietro in tono quasi minaccioso: “Se non ti fai lavare i piedi non avrai parte con me”. Purtroppo nella mentalità oggi dominante, appartenenza ha assunto un valore negativo, è quasi un sinonimo di ghetto. Ma chi pensa di non appartenere a nessuno, appartiene ai poteri dominanti».

Lo incontriamo nella canonica di Imberido di Oggiono (Lecco), dove si è ritirato lo scorso anno una volta in pensione e da dove è partito, essendo nato nel 1941 a Malgrate. Lì ci apre la porta di casa e del cuore, leggendo alcune delle pagine più private della sua vita. Come quella di Angelo bambino: «Quando penso alla mia infanzia in una famiglia in cui l’amore e l’educazione passavano per osmosi senza smancerie, la vedo all’interno del mio paese, del lago, dei monti; penso a un tempo straordinario e assai felice, indipendentemente dalla pochezza dei mezzi». O dei suoi genitori: «La mamma era una donna acuta, di grande fede. Aveva uno stile educativo piuttosto rigido e non mi risparmiava le botte, ma io ero sufficientemente abile e furbo per contenerle. Mio padre era un uomo buonissimo, fisicamente dicono che fosse molto simile a me; era un socialista massimalista convinto, non molto amante dei preti, però li rispettava e alla fine mia madre è riuscita negli ultimi anni della sua vita a riportarlo in chiesa. A lui devo la possibilità di studiare. Era un uomo semplice, ma giusto. E io sono venuto su miscelando fede e giustizia».

Scola, che ha incontrato la fede “per forza” («Nascevi e nel paese eri immerso nella fede»), solo negli anni del liceo l’ha fatta sua e nel tempo l’ha maturata come una scelta di vita: «L’incontro decisivo è avvenuto in due tappe; c’è stato un momento in cui ho messo tra parentesi la fede, anche se non ho mai saltato una Messa la domenica. Però aveva perso pungolo, spessore, preso com’ero dall’interesse politico, dal gusto per la letteratura americana e russa conosciute al ginnasio». Nel 1957 l’incontro casuale con Giussani, «un genio educativo che in una relazione pubblica affrontò il tema attualissimo della “gioventù come tensione”. Quel discorso mi restò dentro come un tarlo».

E poi la conferma, un anno dopo, quando a una settimana dei giovani di Azione cattolica «intervenne don Pigi Bernareggi, che da 50 è prete nelle favelas del Brasile. Lo ricordo come fosse oggi; in un salone tutto sberciato, in una casa della gioventù del littorio passata poi ad Ac, in cui pendevano delle lampadine senza porta-lampade con dei fili tutti attorcigliati a delle strisce gialle piene di mosche, iniziò il suo discorso dicendo: “Se Gesù non avesse un rapporto con quelle lampadine io non sarei un cristiano”. Per la prima volta mi fece intuire che Cristo era un avvenimento, non un discorso o un’idea, che c’entrava con tutta la vita. Due momenti che portarono a galla fino in fondo il discorso sul desiderio e sulla felicità che Giussani fece quella volta e che determinarono una mobilitazione. Da quel momento con alcuni amici lecchesi cominciammo a raccontare ai compagni di scuola che cosa volesse dire il rapporto con Gesù, come cambiava la vita, cosa c’entrasse con gli affetti incipienti, con lo studio».

Una “contemporaneità di Cristo” che ha segnato tutto il percorso; anni ricchi di soddisfazioni a partire dalla nomina a vescovo di Grosseto a soli 49 anni, poi a rettore della Lateranense, a patriarca di Venezia e, infine, nel 2011 ad arcivescovo di Milano. «A Grosseto sono tornato a stare in mezzo al popolo da adulto; il Laterano è stata l’occasione di conoscere la Chiesa internazionale; Venezia, marcata dal cristianesimo, è la città dell’umanità, di una bellezza a cui non ti abitui mai; Milano è stato il ritorno a casa. Sapevo di avere poco tempo e ho cercato di fare una prima seminagione: tornando ai fondamentali del Cristianesimo, insistendo sulla necessità di avere la stessa mentalità e gli stessi sentimenti di Gesù».

In mezzo, anche l’esperienza della malattia e della psicanalisi: «Nel ’74 sono stato così male da finire in coma; cercando la diagnosi di morbo di Addison che sarebbe arrivata solo sei anni dopo, ho tentato anche la strada feconda della psicanalisi». E qualche amarezza. Come quando il cardinale Bertone, nel 2007, non lo volle presidente della Cei: «Così mi hanno riferito. Forse perché faccio discorsi difficili da capire. Un mito che circola da sempre, ma è vero solo in parte, perché la gente trova facile solo quello che sa già».

O quando, a detta della stampa, è uscito sconfitto dal Conclave del 2013. «Ero convinto, e l’avevo detto anche prima del Conclave, che la Chiesa europea, debole e stanca, quasi al tracollo, non fosse in grado di esprimere un Papa, perché non comunicava più l’evento di Cristo che ci dà la gioia e il gusto di vivere. Non mi turba aver fatto la figura dello sconfitto, ma le montature su Francesco che non mi voleva ricevere mi hanno fatto dispiacere». Scola, che ha conosciuto Giovanni Paolo II («un uomo completo, pensatore straordinario con una capacità unica di rapporto fondata su una lettura dell’intimo del suo interlocutore») ed è legato a Benedetto XVI da un’amicizia duratura («Unisce un vertice di umiltà a un vertice di intelligenza europea»), di Francesco dice: «È il Papa che ha introdotto un diverso stile di Magistero, perché ha realizzato una fusione di gesti, esempi, cultura di popolo e insegnamento. Un Pontefice molto amato che risponde a un bisogno profondo della gente». Tuttora presidente del Centro studi internazionale Oasis, da lui fondato negli anni veneziani, guarda al fenomeno delle migrazioni con preoccupazione: «Già nel 2002 sostenevo la necessità di un piano Marshall europeo, perché non possiamo non essere accoglienti, ma per esserlo in maniera seria e costruttiva dobbiamo avere una proposta, fare un progetto insieme».

Oggi, che è tornato a fare il prete, prega la Madonna domandando «la grazia di desiderare di scivolare nelle braccia di Dio con la morte, piuttosto che diventare uggioso per la preoccupazione di morire». Libero davvero fino alla fine.

Foto di Ugo Zamborlini

Ho scommesso sulla libertà di Luigi Geninazzi, Angelo Scola, edizioni Solferino su Sanpaolostore.it

È lucido e consapevole, ma pieno di speranza, lo sguardo con cui il cardinale Angelo Scola racconta la sua vita, la Chiesa e l'Italia...

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