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sabato 18 maggio 2024
 
 

Heysel, mi sono salvato così

29/05/2012  Saverio Palladino, scampato alla violenza degli hooligan inglesi, racconta che cosa successe nello stadio maledetto.

Quel tragico mercoledì del 29 maggio 1985, Saverio Palladino era nella famigerata curva Z dello stadio Heysel di Bruxelles. Faceva l’artigiano tessile nella sua Bitonto, in provincia di Bari, dove vive tuttora. Finalmente aveva coronato il sogno di veder giocare la Juventus in una finale di Coppa dei Campioni. Grande era la sua passione per la squadra bianconera che aveva seguito dal vivo una sola volta nell’ottobre del 1976 allo Zaccheria di Foggia, dove un gol di Bettega aveva mandato al tappeto l’undici rossonero.

La gioia di poter assistere a una partita così entusiasmante fu spazzata via da uno degli eventi più drammatici e luttuosi che il calcio ricordi. La furia cieca degli hooligans del Liverpool causò una vera strage: 39 morti, di cui 32 italiani, e oltre 600 feriti. Saverio Palladino, allora 32enne, rimase coinvolto negli incidenti che cominciarono un’ora e mezza prima della gara. Durante la ressa furibonda che si venne a creare sugli spalti riuscì miracolosamente a trovare una via di fuga, mettendosi in salvo.

Ancora oggi il suo ricordo di quella triste giornata è intriso di commozione, amarezza e tormento. “Sono stato fortunato a uscire indenne da quella bolgia", racconta: "Ogni volta che ne parlo mi vengono i brividi, soprattutto se penso a quelli che hanno perso la vita. Per una partita di calcio: è assurdo, inconcepibile. Non appena rivedo quelle terribili immagini spengo il televisore. Mi fanno troppo male, al cuore e all’anima. E provo anche un pizzico di rabbia perché probabilmente fu sottovalutata l’intera vicenda e non si fece abbastanza per fronteggiare la micidiale avanzata dei tifosi inglesi”.

Mai avrebbe immaginato il signor Palladino che quella trasferta, cominciata in maniera così gioiosa e serena, si sarebbe  trasformata in una sciagura. “Qualche giorno prima decisi, insieme ad altri cinque amici, di acquistare il biglietto per la finale. Pagai 600 mila lire, comprensive del viaggio in aereo che avrei preso per la prima volta. Non vedevo l’ora di assistere alla sfida tra la mia Juve e il Liverpool. Partimmo da Brindisi con un volo charter insieme a una ottantina di tifosi bianconeri provenienti da Bari e da altre province, tra cui c’era anche il signor Benito Pistolato che poi purtroppo morì. Alle tre del pomeriggio arrivammo a Bruxelles e ci dirigemmo con un pullman allo stadio Heysel. Sinceramente, tutto sembrava tranquillo. Alcuni di noi familiarizzarono con gli inglesi, scambiando anche le sciarpe”.

Saverio Palladino entrò allo stadio insieme ai suoi amici, in quella curva Z che sarebbe poi diventata il simbolo della barbarie. “Erano più o meno le 18,30. Mi ritrovai al centro del settore a noi riservato, proprio perché non c’erano posti assegnati. Rimasi impressionato dalla presenza di molte famiglie straniere. Vidi tanti bambini sorridenti che aspettavano di assistere alla sfida tra due squadre titolate del calcio europeo. Ero sereno anch’io. Ma, verso le 19 si scatenò il putiferio. I tifosi inglesi, che occupavano la zona centrale della curva e la parte adiacente alla tribuna d’onore, cominciarono a inveire contro di noi, con cori e sfottò, soprattutto quando il portiere del Liverpool, Grobbelaar, durante il riscaldamento si avvicinò loro per avere maggior incitamento.

Poi, scoppiò il finimondo: una pioggia incessante di lattine, bottiglie, calcinacci, bastoni. In quel momento capii che la situazione stava degenerando. Si trattava di un assalto in piena regola. Così, dalla nostra parte la gente cominciò ad arretrare sotto i colpi degli hooligans. Urla di disperazione, i bambini che piangevano. Non mi era mai capitato di assistere a scene del genere”.

In pochi istanti il terrore s’impadronì dello stadio. Saverio Palladino fa quasi fatica a descrivere quei terribili momenti. La sua voce è rotta dall’emozione: “Sembrava una guerriglia, ci fu una calca tremenda. Alcuni si lanciarono nel vuoto per evitare di rimanere schiacciati, molti furono costretti ad ammassarsi verso l’ormai famoso muro di cinta che delimitava la parte destra della curva. Quel muro che poi cedette sotto il peso della folla, causando numerose vittime. Vidi anche degli spettatori che per fuggire e trovare un varco calpestarono altre persone. Io, nonostante fossi in preda al panico e avessi una mano sanguinante per essere stato colpito da una bottiglia rotta lanciata dagli inglesi, rischiai di essere travolto sotto la spinta di coloro che erano alle mie spalle.

Per fortuna riuscii a raggiungere il terreno di gioco attraverso una breccia nella rete di recinzione ormai pericolante. Nella foga del momento trascinai letteralmente con me un ragazzo diciottenne. Soltanto dopo mi resi conto di avergli salvato la vita, anche se nella confusione generale persi le sue tracce. Quando misi piede sul campo tirai un sospiro di sollievo. Girai lo sguardo verso la curva: i tifosi inglesi continuavano a caricare incontrastati, mentre i pochi poliziotti in servizio erano pressoché inermi. E sulle gradinate, negli spazi rimasti vuoti, c’erano alcuni corpi esanimi mentre dall’altra parte giungevano i lamenti delle persone ferite. Scene raccapriccianti”.

Le proporzioni della strage furono chiare soltanto nelle ore successive. Lo intuì anche Saverio Palladino che, dopo aver attraversato il campo, cercò riparo in tribuna d’onore. “Dietro di me vedevo ancora quel tappeto di scarpe che si era formato davanti alla curva. Gli infermieri mi curarono la ferita alla mano con tre punti di sutura. In tribuna mi ritrovai al fianco di Boniperti, dell’allora ministro De Michelis e di altre personalità. C’era tanto caos. Quello che non dimenticherò mai fu la drammatica elencazione del numero dei morti. Di minuto in minuto un portavoce comunicava alle autorità presenti l’aggiornamento: prima sette, poi nove, poi quindici, infine oltre trenta. La tragedia si era compiuta. Stetti malissimo. Mi venne un groppo in gola. Finalmente rividi i miei amici bitontini: ci stringemmo forte, con le lacrime agli occhi”.

La finale fu giocata ugualmente per evitare ulteriori tensioni e incidenti. Vinse la Juve, con un rigore contestato che Platini trasformò in gol. “Mi ricordo che Boniperti non voleva che si giocasse", dice Palladino: "Poi prevalse la decisione dei dirigenti Uefa e delle forze dell’ordine belghe. Io assistetti alla partita passivamente. C’era un clima surreale. Pensavo a quanti avevano perso la vita. Mi sembrava tutto irrazionale, soprattutto l’esultanza dopo il gol della Juve. Ero preoccupato perché non riuscivo a telefonare a mia moglie Rosa. Io e i miei amici uscimmo dallo stadio al fischio finale. Preferimmo non vedere la premiazione. Avevo un piede scalzo, trovai una scarpa di fortuna e mi diressi verso il pullman. All’aeroporto rimasi esterrefatto e inorridito nel vedere su un quotidiano belga la foto di quel sostenitore juventino, con la sciarpa al collo, mentre piangeva disperatamente davanti al corpo senza vita di un amico”.

Il gruppo dei tifosi che era partito da Brindisi si lasciò alle spalle il “buio” dello stadio Heysel: "Alle 9 del giorno dopo tornai a casa, abbracciai forte mia moglie Rosa e il piccolo Gianluca che allora aveva 5 anni (in seguito nacque Maria Rosaria n.d.r). Ci fu un pianto liberatorio. Ma il ricordo di quella tremenda esperienza mi aveva segnato. Per quasi sei mesi continuai ad avere gli incubi. Avevo ripetuti attacchi di panico. Un tormento quotidiano che sono riuscito a rimuovere con il passar del tempo. Da allora decisi di non andare più allo stadio per paura che potesse accadere di nuovo qualcosa di brutto, di orribile. Sono rimasto un simpatizzante della Juve, sono anche contento che abbia rivinto lo scudetto. Credo, però, che nel calcio ci sia ancora troppa violenza. E se una persona perde la vita per una partita è assurdo".

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