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domenica 05 dicembre 2021
 
Franco Roberti
 

Lotta all'Isis: «Ci vuole più coordinamento. Con Egitto e Turchia, ad esempio....»

24/11/2015  Secondo il Procuratore nazionale antiterrorismo è necessario un rapporto più stretto in Europa e fuori. «Ma non alimentiamo inutilmente l’insicurezza».

Il Procuratore nazionale antiterrorismo Franco Roberti.
Il Procuratore nazionale antiterrorismo Franco Roberti.

Franco Roberti (magistrato napoletano, 68 anni compiuti da poco) dal 2013 è al vertice della Direzione nazionale antimafia (Dna): dal gennaio scorso è anche Procuratore nazionale antiterrorismo, perché i poteri del suo ruolo in antimafia sono stati estesi per legge anche ai reati in materia di terrorismo.

- Dottor Roberti, perché Governo e Parlamento hanno deciso di raddoppiarle, per così dire, il lavoro?


«Perché in materia di terrorismo, come di antimafia, capita che le stesse associazioni e gli stessi fatti siano oggetto di indagine in posti diversi a livello transregionale e transnazionale. Per questa ragione è necessario coordinarsi. Per la criminalità mafiosa in Italia avevamo già dal 1993 un ufficio di coordinamento, la Dna appunto. Per il terrorismo, invece, c’è stato, fino al gennaio scorso, un auto coordinamento tra le Procure, con il rischio di disperdere informazioni preziose. Invece di creare una struttura ad hoc si è deciso di sfruttare l’avanzata banca dati tecnologica già in funzione per la mafia: serve per elaborare le informazioni e dare impulso alle indagini sul territorio. Anche l’esperienza è utile: non è un caso che le indagini su queste materie si incrocino spesso, perché il terrorismo è finanziato dal traffico di stupefacenti, dal contrabbando di merci, nel caso del terrorismo dell’Isis da traffico di petrolio, sequestri di persona ed estorsioni, tutti reati già di competenza della Dna».

- Che cosa dice del rischio il suo osservatorio sulle indagini?


«Se la domanda è: “C’è un rischio attentati collegato al Giubileo?”, va posta al ministro dell’Interno, perché solo chi ha tutti gli elementi può fare la valutazione del pericolo. Io posso parlare solo con riguardo alle notizie che mi arrivano per l’avvio di procedimenti giudiziari penali. Posso dire che quando queste notizie rimbalzano sui giornali, accavallandosi, collegando in apparenza fatti che sembrano tutt’uno e magari sono diversi, si rischia di alimentare inutilmente l’insicurezza. Ci vorrebbe uno sguardo più analitico, che s’interroghi sulle ragioni che fanno di Parigi un obiettivo e che affondano sì nei bombardamenti diRaqqa, ma anche nella storia del tessuto sociale delle periferie francesi, in cui l’estremismo trova terreno fertile. Non dico che non ci sia anche in Italia questo rischio, ma è una realtà diversa. Dire: “Adesso che hanno colpito Parigi colpiranno anche noi” facendo scattare una consequenzialità automatica è superficiale, non fotografa la realtà».

- L’Italia ha già affrontato il terrorismo rosso e nero, e le stragi mafiose. Quell’esperienza può servirle?


«A livello interno abbiamo sconfitto il terrorismo con i soli strumenti penali. Credo che nel caso del terrorismo internazionale si debba fare anche altro: favorire la cooperazione internazionale; fare di più sul piano organizzativo delle investigazioni in Rete, perché la jihad viaggia su Internet; agire di più per prevenire i fenomeni di radicalizzazione nelle carceri. Non dimentichiamo che la monotonia della vita carceraria può alimentare in giovani menti desideri di fuga dalla realtà che nella lettura radicale dell’islam possono trovare risposta, nell’illusione di uscire dalla marginalità per trovarsi al centro di una scena, purtroppo criminale».

- Coordinamento delle indagini: con gli altri Paesi com’è?

«Sarebbe indispensabile anche coni Paesi mediorientali e nordafricani come Egitto e Turchia, ma ora non riescono ad assicurarlo; in Europa dovrebbe essere scontato, ma gli ordinamenti diversi complicano le cose».

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