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21 marzo
 

Antonio Nicaso: la mafia c'è anche quando non spara, ma l'Europa non lo capisce

21/03/2016  Nel giorno della memoria e dell'impegno per le vittime innocenti delle mafie, abbiamo chiesto ad Antonio Nicaso, autore di "Mafia" per Bollati Boringhieri di fare il punto

Antonio Nicaso
Antonio Nicaso

Come ogni 21 marzo, le città e le scuole italiane celebarano la giornata della memorie e dell’impegno per le vittime inncenti delle mafie. Antonio Nicaso è uno dei massimi studiosi della criminalità organizzata nel mondo, noto al grande pubblico per i libri a quattro mani con il procuratore Nicola Gratteri,  docente di di Storia delle organizzioni criminali  alla scuola italiana del Middlebury  College di Oakland in California e Cultura mafiosa e forza di simboli rituali e miti alla Queen’s University di Kingston in Canada. Per Bollati Boringhieri ha appena pubblicato un agilissimo volumetto intitolato "Mafia". Abbiamo colto l’occasione per chiedergli di aiutarci a fare in punto su mafia e antimafia.

Professor Nicaso,  a 24 anni dalle stragi del 1992 la cosiddetta antimafia è in crisi?
«Bisogna spazzare un luogo comune secondo cui l’antimafia sociale nasca dopo le stragi di Palermo. L’antimafia è vecchia quanto la mafia, si pensi al movimento dei fasci siciliani, sul finire dell’Ottocento, quando i contadini cercavano di combattere la mezzadria con l’affittanza collettiva e con il movimento dei fasci, represso nel sangue dall’esercito regio e dai gabellotti mafiosi. Ricordarlo significa smentire la concezione culturalista che vuole la mafia prodotto del familismo amorale o della mancanza del senso civico dei meridionali. Quanto all’antimafia in crisi, bisogna tenere conto del fatto che l’antimafia deve nascere dalla coscienza civile: dev’essere impegno, passione, non può essere un’attività professionale».

Che cosa può fare la società civile per sostenere magistrati e forze dell'ordine?

«L’antimafia della magistratura e delle forze dell’ordine è un dovere istituzionale, chi vuole fare antimafia sociale deve tenere conto del fatto che dev’essere un movimento spontaneo di promozione della cultura della legalità: a questo proposito è bene ricordare che l’antimafia comincia dal contrasto alla cultura della corruzione, perché se è vero che c’è corruzione anche senza mafia, non c’è mafia senza corruzione. Non dobbiamo pensare alla corruzione solo come reato ma anche come fenomeno di costume: bisogna cambiare la mentalità che ci porta ai compromessi, alle raccomandazioni, alla reciproca utilità».

Il suo nome in Italia è legato ai saggi sulla ‘ndrangheta, scritti con Nicola Gratteri, stavolta il libro punta il focus su cosa nostra. Perché questa scelta?
La proposta dell’editore di raccontare la mafia sul piano della documentazione storica. Non ho fatto studi specifici su cosa nostra, con Gratteri ci siamo specializzati sulla ‘ndrangheta, ma dal momento che io faccio analisi comparativa, mi sono cimentato anche con questo fenomeno, che avevo raccontato già altre volte, per sottolineare analogie e differenze».


Scrive che la storia della mafia è una storia di rimozione. A trent’anni dal maxiprocesso, al Sud nessuno più osa negare almeno a parole, si direbbe che la rimozione sia salita verso nord con la linea della palma. E’ così? 
«Ci diciamo spesso che la nostra legislazione antimafia è la migliore al mondo, ma ci sarebbe bisogno di aggiornamenti:  le mafie si sono globalizzate l’antimafia ancora no, eppure i reati iniziano in Paese e finiscono in un altro. La giurisdizione è territoriale e questo è un limite. La grande sfida è, accettato sulla carta ma non attuato. Ci sarebbe anche bisogno di snellire le procedure penali e civili, di rendere più certo il diritto». 

Parlavamo di rimozione: quanto è pericolosa per il nostro vivere quotidiano? 
«Meno conosciamo il fenomeno, meno ce ne difendiamo. Non dobbiamo pensare che le mafie siano il prodotto di un territorio e di una mentalità, perché se così fosse non sarebbero esportabili. E invece sono fatte di collusioni: esportano il modello in territori lontani, si infiltrano nella pubblica amministrazione, offrono servizi e impongono il principio dello scambio, voti in cambio di reciproca utilità. Se noi continuiamo a pensare al contagio non andiamo da nessuna parte: non siamo di fronte a un virus che attacca un organismo sano, ma a una contiguità fatta di strette di mano».

Nel libro smonta luoghi comuni, creati anche dal cinema: s'è ammantata la mafia di fascino? 
«C'è un fascino promosso da una rappresentazione discutibile. Il padrino è un grande film dal punto di vista cinematografico ma finisce per mitizzare il boss. All’inizio la mafia americana aveva fatto di tutto per ostacolarlo, ha imposto di non utilizzare il termine mafia, poi quando è uscito si sono immedesimati, hanno trovato funzionale la rappresentazione della vecchia mafia contro la nuova mafia, in cui la vecchia mafia veniva dipinta come quella del rispetto dell’onore, non compromessa con la droga, parsimoniosa nell’uso della violenza: una rappresentazione del tutto mistificatoria». 

La massima reazione dello Stato è arrivata nei delle stragi eccellenti, oggi vediamo una tendenza – certo strategica – delle mafie a inabissarsi. C’è il rischio che quando succede così l’opinione pubblica sottovaluti il problema? 
«Sì è un rischio altissimo, per l’opinione pubblica e per la classe politica c’è la tendenza a porsi il problema della mafia solo quando spara. Purtroppo bisognerebbe rendersi conto che le mafie esistono e prosperano anche quando non si fanno notare, ma continuano a fare affari».

Scrive che Falcone e Borsellino hanno dovuto morire per essere apprezzati, corriamo il rischio di non sostenere abbastanza i vivi che si sforzano di continuare il loro lavoro?
 
«In vita non è che fossero amati, questo purtroppo è segno di mancanza di memoria collettiva, ma la memoria è l’anima di una comunità e il nostro Paese purtroppo ha il difetto di avere la memoria corta. Mentre dovremmo partire dai tanti morti ammazzati innocenti per ricordare l’importanza della lotta alla mafia. Non possiamo pensare che morto un magistrato se ne fa un altro: sono croci che dovrebbero restare fisse nella nostra coscienza». 

Siamo in una fase in cui il credito della magistratura presso l’opinione pubblica patisce da un lato il lascito di anni di insulti, dall’altro l’effetto di casi opachi, che hanno visto magistrati indagati e condannati. Questo fatto complica il contrasto? 
«Non dovrebbe accadere: ma i magistrati sono uomini, ci sono disonesti anche lì, il disonesto dev’essere rimossso e condannato. Ma a fronte di uno che condanni molti fanno il loro lavoro con grande coraggio. Ovviamente quando accade nella magistratura fa più rumore e la gente reagisce in modo diverso. Certo questo non aiuta, ma il vero problema più sono le armi per contrastare la transnazionalità, il riciclaggio e il traffico di droga. Della mafia cogliamo solo la violenza, ma l’attività della mafia prospera attraverso la corruzione potere e i soldi provenienti dal traffico di droga contribuiscono a corrompere la pubblica amministrazione. C’è una stretta correlazione tra droga, corruzione, distorsione della democrazia che noi non riusciamo a cogliere e l’Europa purtroppo molto meno di noi: lì siamo all’encefalogramma piatto». 

Le ultime righe del suo libro portano speranza. In questi anni abbiamo letto libri intotolati "La mafia ha vinto" e "La mafia non ha vinto". Solo uno dei due sintetizza la realtà o la questione è più complessa?

«Cito Gratteri: con questa legislazione stiamo pareggiando e possiamo solo pareggiare se non c’è la volontà politica di rilanciare la lotta alle mafie e alla corruzione. Servono buone leggi, buone pratiche, e tanta buona volontà politica che io al momento non vedo».

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