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sabato 31 luglio 2021
 
intervista
 

«Per ripartire dopo la pandemia abbiamo bisogno di San Benedetto»

15/12/2020  Il giornalista Antonio Polito torna in libreria con "Le regole del cammino" (Marsilio), un diario di viaggio personale e collettivo dopo aver percorso il Cammino da Norcia a Montecassino: «Il Santo, con la sua Regola, è stato un costruttore di civiltà quando quella romana era collassata. Servono persone come lui per rimetterci in marcia e costruire una comunità coesa e solidale»

La copertina del libro
La copertina del libro

Un diario di viaggio dove s’intrecciano riflessioni personali, considerazioni storiche e di spiritualità e analisi politiche che non riguardano le trame di partito ma il ruolo delle classi dirigenti alla guida del Paese e di ciò che occorre per proseguire il cammino, insieme, dopo la pandemia. Antonio Polito, editorialista del Corriere della Sera, torna in libreria con Le regole del cammino. In viaggio verso il tempo che ci attende (Marsilio, pp. 176, € 17). Lo scorso giugno, terminato il lungo lockdown che speravamo fosse anche l'ultimo, Polito ha percorso il Cammino di San Benedetto, da Norcia a Montecassino, in compagnia di tre compagni d’eccezione: il Prete (mons. Liberio Andreatta), la Collega (Franca Giansoldati, vaticanista del Messaggero) e il Professore (il senatore Gaetano Quagliarello). «Volevo tornare a camminare dopo la reclusione imposta dalla pandemia», racconta, «dopo aver scritto un articolo su Sette sull’importanza della “passoterapia” è nata l’idea, insieme ai miei compagni di viaggio, di percorrere il Cammino di San Benedetto, che è piuttosto recente, visto che è stato tracciato dieci anni fa, e non è un itinerario turistico ma un Cammino vero, denso di storia e cultura».

Perché ha scelto proprio San Benedetto?

«È il Patrono d’Europa ed è stato un costruttore di civiltà quando quella romana era collassata con la fine dell’Impero. Tutto sommato noi ci troviamo di fronte a un fenomeno che segna la fine di un’epoca, abbiamo bisogno di costruttori che tengano vivi i semi migliori della civiltà precedente e li trapiantino in quella successiva. I monaci fecero esattamente questo: presero i semi del Cristianesimo e li trapiantarono in un’epoca nuova. L’Europa, come dice Fernand Braudel, è nata attorno ai pellegrinaggi e ai monasteri che furono università e accademie di studio che accumularono un patrimonio culturale e d’idee al quale attinse a piene mani l’Umanesimo. I cristiani tra quelle rovine agirono da minoranza creativa con grande efficacia».

Perché la Regola benedettina è importante anche per noi oggi?

«Il Santo indica un modello di vita comunitaria e, con grande realismo, organizza anche quei monaci che magari preferivano l’ascetismo solitario. Nella Regola, ad esempio, critica i girovaghi che andavano in giro a fare confusione e promuove il cenobio come forma comunitaria di monachesimo. Il Santo indica chiaramente che bisogna avere una meta e un ordine mentale, che per stare insieme come comunità servono regole precise e condivise di convivenza, diritti e doveri. È un’indicazione di metodo preziosissima per affrontare il cammino di rinascita personale e comunitaria al quale siamo chiamati noi oggi».

Oggi le regole non sono ben viste.

«È vero ma la pandemia ci ha insegnato che i doveri nei confronti degli altri sono tornati ad essere importanti e decisivi dopo una lunga fase storica nella quale in Occidente abbiamo pensato che la libertà fosse una liberazione da ogni dovere e legame d’interdipendenza. Abbiamo concepito la libertà come una progressiva liberazione da tutti questi vincoli e oggi ci troviamo davanti al problema di ricostruire un giusto equilibrio tra libertà individuale e benessere comune. Il tema comunitario che la Regola benedettina ripropose con grande forza ha consentito di costruire sopra un movimento come il monachesimo che nel Medioevo farà cose strepitose, dai Cistercensi fino agli Ordini minori».

Qual è stato il senso di questo pellegrinaggio?

«Che bisogna rimettersi in cammino, come singoli e come comunità. Non sono sicuro che lo faremo con tanta agilità, ci stiamo anchilosando dopo questo lungo tempo d’immobilità, non solo fisica. Molti di noi stanno perdendo la voglia di camminare, ci sono persone da mesi che sono costrette a vivere di assistenza pubblica, tanti anziani che non escono più di casa».

Nove tappe e altrettanti spunti. Cosa può suggerire l’Italia minore che ha attraversato per questa ripartenza?

«Il senso di patria che è molto presente attraverso questi borghi piccolissimi sparsi tra Umbria, Toscana e Lazio ma che sono stati il centro dell’Europa anche dal punto di vista della politica estera e culturale. A Trevi, nel Lazio, ho trovato un organo costruito dallo stesso organaro della Basilica di San Pietro. La storia d’Europa è nata qui, dall’anno Mille in poi. Ho visto anche l’incredibile declino di quella civiltà che ha dato tanto al mondo: paesi ridotti all’osso con pochissima gente che resiste disperatamente. L’Italia è stata faro d’Europa fino al Seicento, poi è uscita di scena. Noi dovremmo ricostruire il senso di patria che ha a che fare con la terra dei padri e non con i confini. Il nazionalismo dall’Ottocento in poi ci ha insegnato a pensare la patria come nazione. Ma questo oggi è impossibile: perché o la identifichiamo con la purezza etnica, cosa impossibile in uan scoietà meticcia e globale, o con i confini. Ed entrambe sono poco efficaci quando bisogna affrontare fenomeni come la pandemia e il terrorismo che per definizione violano ogni confine. A partire dai piccoli borghi, dovremmo riscoprire il concetto di patria che appartiene alla tradizione della Roma antica, cioè del legame con la terra dei propri avi, con la tradizione, con l’abitare la terra e trasformarla. Questo è più consono a noi italiani che siamo tali in quanto veniamo da Frosinone, Subiaco, Castellamare di Stabia, Aosta».

A Cascia si è imbattuto nella figura di Santa Rita della quale traccia un ritratto molto intrigante.

«Mi ha molto colpito la figura di questa donna che prima di entrare in convento era una madre di famiglia, che perse i suoi due figli e si trovò al centro di faide familiari durissime che seppe governare con grande senso di umanità e giustizia. Il suo è percorso molto originale e visto non proprio di buon’occhio dalla Chiesa che la proclamerà santa solo nel 1900, sei secoli dopo la sua morte, nonostante l’enorme devozione popolare che le valse la fama di “Santa dei casi impossbili”. A Cascia, abbiamo incontrato Madre Maria Rosa Bernardinis, l’attuale priora del monastero e con lei abbiamo discusso sul tema della trascendenza. Una tappa che mi ha anche suggerito una riflessione sul ruolo delle donne e su come noi ci rapportiamo all’universo femminile».

Il Cammino che ha percorso è costellato di Santi: Benedetto e Francesco, Santa Rita, San Tommaso, San Pietro l’eremita, Santa Maria Salome. Si è trattato anche un cammino di conversione?

«Questo è il mio dilemma. La fede come “certezza delle cose sperate”, come dice San Paolo, è la cosa su cui faccio più fatica ad avvicinarmi alla religione. Oggi mi è chiaro molto più di prima dell’importanza che la fede e la religione possono avere nel rimettere in piedi le vite dei singoli e della comunità nazionale. Una buona parte dei nostri problemi degli ultimi venticinque anni, segnati da un inesorabile declino, nascono dall’indebolirsi del messaggio cristiano che per l’Italia è stato importante per tenere insieme il Paese e spingerlo a raggiungere traguardi importanti. La fede ha a che fare con la fiducia, e si dice che in Italia c’è una crisi di fiducia. Nel libro parlo di “modello Benedetto” e” modello Francesco”, non a caso i nomi scelti dagli ultimi due Papi. Da esterno non so quale sia la via migliore, forse tutte e due insieme, ma l’esigenza di rinvigorire l’elemento religioso, che deriva da “religare”, “tenere insieme”, oggi è più forte che mai. Non possiamo pensare di ricostruire l’Italia sulle basi dell’uguaglianza e della libertà, dobbiamo aggiunge la fraternità, rilanciata da papa Francesco nel pieno della pandemia e poi con l’enciclica Fratelli tutti».

Ha detto più volte che oggi non si definirebbe più "progressista".

«Sì, e nel libro racconto il mio progressivo staccarmi da un ateismo consapevole verso un deismo al quale, se si conformassero le nostre vite, vivremo meglio. Insomma, vivere etsi Deus daretur, come suggeriva Benedetto XVI. Trovo molto significativo il pensiero di Rousseau e Voltaire, entrambi anticlericali e anche molto duri verso la Chiesa, ma che credono in Dio e in un’intelligenza superiore che ha fatto il mondo e per questo vanno in conflitto con la parte maggioritaria dell’Illuminismo. La scienza ha scoperto molte cose ma molte altre restano nell’ombra. Bisogna capire se questa intelligenza superiore ha una volontà, se interviene nella storia, se è Provvidenza, come credono i cristiani».

Come si definisce allora Antonio Polito?

«Un deista in cammino. Per ora mi limito alle domande, non ho le risposte».

Le regole del cammino. In viaggio verso il tempo che ci attende

€ 17,00 € 16,15 -5% Editore: Marsilio Collana: I nodi Pubblicazione: 12/11/2020 Pagine: 176 Formato: Libro in brossura ISBN: 9788829708000 «D'ora in poi niente per noi sarà più una passeggiata.» Se mettersi in cammino è da sempre sinonimo di ricerca del senso dell'esistenza, ancor più oggi uscire dai propri confini, fisici e mentali, è la precondizione per ritrovare se stessi e l'importanza della comunità. Raccontando incontri, incidenti e scoperte, l'autore ci accompagna in un viaggio a più dimensioni che si intrecciano a ogni passo.

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