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martedì 28 giugno 2022
 
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Zero dress code e scenografie da kolossal, viaggio nell'Hollywood della lirica

16/08/2018  Siamo andati all’Arena (curiosando anche dietro le quinte) per vedere la Carmen nel nuovo allestimento firmato Hugo de Ana. Tantissimi stranieri (qualcuno anche dall’India), mise stravaganti, prosecco e bardolino a go go e oltre millecinquecento persone dietro le quinte. Con una gru invisibile che smonta le scene a tempo di record…

Le code del pubblico in attesa di entrare in Arena (photo Ennevi, Fondazione Arena)
Le code del pubblico in attesa di entrare in Arena (photo Ennevi, Fondazione Arena)

Chi pensa che il mondo della lirica sia elitario, formale, pomposo non deve far altro che venire all’Arena di Verona. D’accordo: più che fare musica, «all’aperto si gioca solo a bocce» (copyright Arturo Toscanini) e in effetti l’acustica dell’anfiteatro è «perfetta» solo per qualche appassionato non proprio d’orecchio buono. Però il posto ha un fascino straordinario e un tramonto che incendia le vecchie pietre dell’anfiteatro è uno degli spettacoli che riconciliano con la bellezza. Tutto attorno, accanto alle scenografie che fanno sembrare piazza Bra ad un enorme luna park della lirica, ecco i cartelloni delle vecchie recite, compresa quella del 1947 quando sul palcoscenico più grande del mondo debuttò un’ancora sconosciuta Maria Callas nella Gioconda di Ponchielli.

Stasera, 3 agosto, in cartellone c’è la Carmen di Bizet nell’allestimento del regista argentino Hugo de Ana che ambienta il più celebre femminicidio del melodramma nella Spagna degli anni Trenta dilaniata dalla guerra civile. E pazienza se sulla scena, sempre affollatissima e con eleganze da neorealismo, non si capirà mai bene chi sono i franchisti e chi i repubblicani.

Mancano due ore all'inizio e sotto il solleone c’è già gente in coda. Dress code? «Ho visto arrivare qualcuno in infradito e persino scalzo», allarga le braccia uno degli steward che in un inglese perfetto smista gli spettatori all’ingresso giusto. È il bello (anzi, il brutto) del pubblico dell’Arena che è comunque un unicum: giovani (quasi un quarto del totale, e in quale altro teatro lirico italiano?), anziani, coppie che festeggiano l’anniversario, turisti. Ché gli italiani, qui, sono quasi una minoranza. Ci sono tedeschi (sempre i più numerosi), danesi, norvegesi, russi, americani, giapponesi, cinesi. «Arrivano anche dall’India e dai paesi arabi», giura un addetto alla sicurezza. Quando si dice, l’internazional-popolare.

I soci dei vari club “Amici della lirica” e i tedeschi assetati di prosecco e bardolino si portano cuscino e candelina sulle gradinate ardenti, va da sé, non solo di passione lirica. Il giro d’affari, secondo l’Università di Verona, è di 400 milioni di euro a stagione. Anche perché, dettaglio tutt’altro che scontato, la città non solo è splendida ma è anche tenuta benissimo.

La mezzosoprano Anna Goryachova (34 anni) sul palco dell'Arena interpreta Carmen nell'opera omonima di Biozet firmata dal regista argentino Hugo de Ana che raccoglie l'eredità di Franco Zeffirelli, la cui produzione era in scena dal 1995 (photo Ennevi, Fondazione Arena)
La mezzosoprano Anna Goryachova (34 anni) sul palco dell'Arena interpreta Carmen nell'opera omonima di Biozet firmata dal regista argentino Hugo de Ana che raccoglie l'eredità di Franco Zeffirelli, la cui produzione era in scena dal 1995 (photo Ennevi, Fondazione Arena)

Dietro le quinte tra aneddoti e "miracoli"

Dietro le quinte dell’Arena, c’è un’altra città, fremente e operosa. Vi lavorano qualcosa come millecinquecento persone tra artisti, maestranze, comparse, sarte, truccatori, calzolai, artigiani del legno. Ed è subito un tourbillon di aneddoti. Alice è una delle costumiste che coordina la sartoria: «Rattoppi? A volte facciamo miracoli veri e propri». Marco Adami è capo attrezzista dal 1982. Sull’armadietto del suo ufficio c’è il ritratto di Verdi e lo stemma del Verona. Imprevisti? «Hai voglia», ride. Racconta di quella volta, a metà anni Novanta, quando in scena non c’era la mazza del gong per chiamare Turandot con l’attore che dovette sferrare alcuni pugni e per poco non si fece male. O quando, sempre in Turandot, mancava il ventaglio, «che è come se mancasse il pallone prima di una partita di calcio».

Andrea Rizzi è addetto alle calzature: «Gli allestimenti di Hugo de Ana sono sempre chic ma lui è anche molto esigente», sottolinea, «i tenori bassi di statura vogliono rialzi anche di 10 centimetri per non sfigurare accanto al soprano». Gabriela («con una elle, mi raccomando»), friulana di Campoformido, da 19 anni, ininterrottamente, fa la comparsa. Ha debuttato con La forza del destino di Verdi e di grandi della lirica ne ha conosciuti molti: «La Dimitrova? Salutava tutti, era sempre cortese e affabile. Anche Ambrogio Maestri è un vero signore».

Cecilia Gasdia è sovrintendente da sei mesi e prova a tirare le somme: «Il bilancio della stagione è positivo, sono molto soddisfatta. Alla prima della Carmen abbiamo voluto ricordare le vittime italiane del femminicidio. Per Il Barbiere di Siviglia ho chiamato due leggende: il baritono Leo Nucci e il basso Ferruccio Furlanetto. Poi, spazio ai giovani come la giovane soprano Martina Gresia, 21 anni, che sarà impegnata nella Verdi Night del 26 agosto». La situazione finanziaria, dopo gli anni bui del commissariamento con la Fondazione sull’orlo del baratro e della liquidazione, non è risolta «ma almeno è chiara e il percorso è tracciato».

Il pubblico sugli spalti dell'Arena con le tradizionali candeline (photo Ennevi, Fondazione Arena)
Il pubblico sugli spalti dell'Arena con le tradizionali candeline (photo Ennevi, Fondazione Arena)

La sovrintendente Cecilia Gasdia: «Voglio un’Arena sempre più hollywoodiana»

  

S’alza il sipario (si fa per dire) e i venditori dei libretti d’opera smettono di girovagare. Gli applausi più convinti sono per il direttore d’orchestra Francesco Ivan Ciampa che dirige benissimo, considerato anche le difficoltà “ambientali”dell’Arena. Anna Goryachova, nei panni della protagonista, è più sensuale che aggressiva come ci si aspetterebbe da una Carmen, ha ottima presenza scenica ma non convince fino in fondo e non è mai troppo coinvolgente, neppure nella celeberrima aria Habanera. Don José, Francesco Meli, appare poco ardimentoso. Forse la migliore di tutti è Micaela, Serena Gamberoni.

La corrida di Siviglia, tra coriandoli colorati e la gente che batte le mani al ritmo dell’orchestra (ma non siamo al Festivalbar, diamine), fanno da prologo all’assassinio di Carmen da parte di don José. Fa caldo ed è tutto uno sventolio. Qualcuno, avvolto da un improbabile smoking, chiede il bis.

Oltre alla Carmen, il cartellone di quest’anno prevede due classicissimi: Aida e Turandot (by Zeffirelli, ça va sans dire), poi il Nabucco firmato da Arnaud Bernard che l'ha voluto ambientare durante le Cinque Giornate di Milano con la Scala riprodotta a grandezza naturale, il Barbiere di de Ana, il solito Bolle e la Verdi Opera Night.

Siamo già oltre la mezzanotte. Tempo per gli ultimi applausi e per la macchina dell’Arena il lavoro ricomincia adesso. Fino all’alba si smontano le scenografie di Carmen e dalle otto del mattino si inizia con gli allestimenti del Barbiere. Fortuna, sorride il direttore di scena Michele Olcese, che quest’anno dalla Germania è arrivata una gru telescopica alta 33 metri, con un braccio lungo 52 metri e una portata di 1.600 chili che la sera si ripiega su se stessa e scompare dietro i gradoni. Gasdia, lo ripete spesso, vuole un’Arena sempre più «hollywoodiana»: «Dobbiamo continuare a fare allestimenti colossali perché la gente, lo sappiamo, viene qui soprattutto per quello». E guarda già al prossimo anno: nuovo allestimento di Traviata e il debutto della grandissima Anna Netrebko.

 
 
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