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martedì 11 maggio 2021
 
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Dittatura argentina, dopo 40 anni una ferita aperta

24/03/2016  Il golpe del 24 marzo 1976 portò all'instaurazione di un regime militare che, per sette anni, si macchiò di atrocità e violazioni dei diritti umani: 30mila desaparecidos, oltre 500 bambini strappati alle madri nei centri di detenzione e consegnati ad altre famiglie. Presto il Vaticano aprirà gli archivi relativi agli anni del regime.

A Plaza de Mayo, davanti alla Casa Rosada, nel cuore di Buenos Aires, i fazzoletti bianchi dipinti sul cemento, simbolo delle Madres de Plaza de Mayo, ricordano il dovere di conservare la memoria e continuare a cercare giustizia. Dal 1977, ogni giovedì pomeriggio, le Madri si radunano nella piazza centrale della capitale per manifestare in cerchio di fronte alla Casa Rosada, per chiedere verità sui desaparecidos, uomini, figli, mariti, fratelli, padri, che furono fatti sparire dal regime militare.  

Quarant'anni non sono riusciti a rimarginare la ferita profonda inferta al Paese dalla dittatura militare. Sette anni di regime hanno lasciato un'eredità pesante, difficile da gestire. Come ogni anno, il 24 marzo gli argentini celebrano il Giorno nazionale della Memoria per la verità e la giustizia, per ricordare i 30mila desaparecidos, gli oppositori del regime, i cittadini sgraditi alla Giunta militare inghiottiti nei centri di detenzione, torturati, fatti sparire dalla dittatura. Il 24 marzo del  1976 un golpe militare portò alla destituzione della presidente Isabelita Perón, terza moglie di Juan Domingo Perón, che aveva preso il posto del marito alla sua morte, nel 1974. Il potere venne assunto da una prima Giunta guidata tre esponenti delle Forze armate, Jorge Videla (che di fatto assunse la presidenza), Emilio Massera e Orlando Agosti. 

Dopo la dittatura, terminata nel 1983, l'Argentina ha ripreso la strada della democrazia. Ma la ferita continua a sanguinare. Le conseguenze delle atrocità e delle violazioni dei diritti umani si riverberano inevitabilmente sul presente, creando ancora fratture all'interno della famiglie e nel tessuto sociale del Paese. Per gli argentini quello della dittatura è un tema caldo e doloroso, che non si riesce ancora a guardare con l'oggettività della distanza. Estela de Carlotto e le Abuelas, le Nonne di Plaza de Mayo,  dal 1977 conducono una battaglia parallela a quella delle Madri di Plaza de Mayo: lottano per rintracciare i loro nipoti desparecidos, i bambini sequestrati con le loro madri, figli di donne arrestate dal regime, rinchiuse nei centri di detenzione e tortura, poi fatte sparire. Bambini di pochi mesi, o addirittura nati nei centri di detenzione perché le madri arrestate erano incinte: molti di loro furono affidati a degli istituti, molti altri furono venduti o dati "in adozione" ad altre famiglie vicine al regime, spesso a quelle dei militari stessi, che li hanno cresciuti nascondendo loro la verità.

Secondo le Abuelas, sono circa 500 i bambini, oggi adulti, sequestrati e cresciuti all'oscuro delle loro vere origini. Di loro, ad oggi centodiciannove hanno recuperato la loro identità e sono stati restituiti alle loro nonne. La ricerca è lunga e complessa, anche perché molti di questi bambini in seguito si sono trasferiti all'estero. La presa di coscienza della propria identità e della storia dolorosa alla quale essa è legata reca necessariamente drammi personali enormi. 

María Eugenia Sampallo Barragán è stata la prima figlia di desaparecidos che, una volta scoperta la sua vera identità, ha denunciato la famiglia alla quale era stata consegnata: i suoi veri genitori, militanti del Partito comunista, furono sequestrati nel 1977. Sua madre era incinta di lei di sei mesi: partorì nel centro di detenzione. María Eugenia venne presa e data a una nuova famiglia. Di suo padre e sua madre non si mai più saputo nulla. Lei, una volta accertata la sua vera identità nel 2001 tramite il test del Dna, ha denunciato i genitori adottivi e il capitano dell'esercito in ritiro Enrique Berthier, che l'aveva consegnata a loro. Nel 2008 i falsi genitori sono stati condannati a 8 e 7 anni di carcere, il capitano a 10 anni. 

Ad aprile del 2013, poco dopo la sua elezione al soglio pontificio, papa Francesco ha incontrato in Vaticano Estela de Carlotto e le Abuelas. Un momento fortemente significativo, perché nelle sparizioni dei bambini la Chiesa argentina fu spesso coinvolta in vari modi. Papa Bergoglio ha offerto alle Nonne il suo sostegno e la sua collaborazione. Ma è andato anche oltre:  nel 2014 ha annunciato la decisione di aprire gli archivi vaticani relativi ai sette anni della dittatura argentina. Su questa apertura ci sono grandi aspettative. La speranza è che i documenti relativi alla Chiesa argentina in quel periodo possano aiutare non solo a fare luce sul ruolo delle gerarchie ecclesiastiche nella dittatura, ma anche, e soprattutto, a reperire informazioni e fare chiarezza su molti casi di persone arrestate e poi uccise, a ricostruire le identità di tanti nipoti rubati ancora desaparecidos.   

(Nella foto Reuters: Estela de Carlotto all'inaugurazione, il 24 marzo del 2014, del centro culturale all'interno dell'Esma, la famigerata scuola per la formazione degli ufficiali della marina a Buenos Aires, che negli anni della dittatura servì come centro di detenzione e tortura degli oppositori e nella quale si calcola che nacquero circa 100 bambini poi strappati alle madri detenute)

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