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Argentina, Estela Carlotto: quei ladri di neonati

24/03/2016  Estela de Carlotto è la fondatrice delle "Abuelas", le Nonne di Plaza de Mayo, che dal 1977 lottano per rintracciare i loro nipoti desparecidos. La intervistammo nel 1998. Ecco il servizio che uscì su Famiglia Cristiana. Nel 2014 la donna riuscì a ritrovare il suo nipote Guido.

Estela de Carlotto  fu l'ispiratrice  delle "Abuelas",  "Nonne di Plaza de Mayo". Il movimento popolare,  dal 1977, lotta assieme alle Madri di Plaza de Mayo per rintracciare  i bambini desaparecidos, sequestrati con le loro madri durante la dittatura.  Nel 1998  Famiglia Cristiana era andata a intervistarla.  Vi riproponiamo quell'intervista. 

Un corteo fa sfilare i ritratti dei desaparecidos. In copertina: Estela de Carlotto.
Un corteo fa sfilare i ritratti dei desaparecidos. In copertina: Estela de Carlotto.

QUEI LADRI DI NEONATI  (da Famiglia cristiana n. 15/1998)

 Nel 1978 l'Argentina sta viven­do uno dei momenti più bui dell'ultima, feroce dittatura militare. So­no gli anni dei desapareci­dos. Laura Carlotto, una ventenne aderente al movi­mento della Gioventù peronista, viene sequestrata a Buenos Aires e incarcerata a La Piata, in uno dei tanti campi di concentramento clandestini dove finiscono studenti, operai, intellettua­li, sacerdoti oppositori del regime golpista.  Il suo com­pagno viene fucilato dopo un mese, lei è incinta e vie­ne tenuta in vita fino al par­to, che avviene in un ospeda­le militare. Cinque ore dopo la nascita, le strappano il piccolo Guido dalle braccia per andare a venderlo. Due mesi dopo viene barbara­mente eliminata a colpi di fucile in faccia e nel ventre. Il suo corpo sarà riconsegna­to dai militari ai genitori die­tro il pagamento di un forte riscatto. Guido, invece, è an­cora desaparecido.   Da allora la nonna Estela Carlotto cerca il nipote.

Nel frattempo è diventata un simbolo della tenacia delle donne argentine. Attorno a questa irriducibile ex mae­stra elementare è cresciuto un gruppo di donne che ha dato vita all'associazione "Abuelas (nonne) de Plaza de Mayo" per denunciare quello che allora era solo un pesante sospetto: la desaparición di tanti bambini venduti come bottino di guerra. Hanno iniziato a cercarli per restituire loro l'identità perduta e assieme la verità per troppo tempo nascosta.

 Una lotta tutta al femminile, assieme alle "madres de Plaza de Mayo", che le ha portate davanti a tribunali e governi di mez­zo mondo a chiedere giusti­zia per i loro nipoti. E ancor oggi continuano a lottare. Ora esce un libro (Le irre­golari, Edizioni E/O) che per la prima volta in Italia racconta in modo scrupolo­so quello che molti sapeva­no, ma che pochi osavano dire: la vera storia di quegli anni di terrore, il sistemati­co ricorso alla tortura e alla desaparición,  l'istituzione dei campi di detenzione. Au­tore di questo viaggio negli orrori della dittatura argen­tina è, per uno strano gioco della sorte, un lontano nipo­te di Estela, Massimo Car­lotto, scrittore padovano no­to anche per la sua contro­versa vicenda giudiziaria, conclusasi pochi anni fa, che ha scoperto questa sua parentela proprio nei suoi viaggi di documentazione nel Paese sudamericano. Abbiamo incontrato Este­la in Italia. Ritornerà a Ro­ma a giugno per l'avvio del primo processo italiano che vede alla sbarra, per seque­stro di persona e omicidio, alcuni militari, tra cui Guillermo Suarez Mason, co­mandante del Primo Corpo d'Armata che avrebbe ordi­nato l'uccisione di cinque italo-argentini. Tra questi Laura Carlotto. Altri proce­dimenti penali nei confron­ti di ufficiali argentini sono stati aperti in Spagna e in Germania. Uno si è già con­cluso in Francia.

Una delle tante manifestazioni delle Madri di Plaza de Mayo.
Una delle tante manifestazioni delle Madri di Plaza de Mayo.

   - Estela, le "Abuelas de Plaza de Mayo" lottano da 21 anni. Quali stru­menti avete usato per tro­vare i vostri nipoti? 
   «La nostra è stata una scelta solitaria di dodici nonne, fatta con molta pau­ra. I militari non volevano ridarci i nostri nipoti e nean­che ridare la libertà ai no­stri figli, così ci siamo inven­tate una strategia. Abbiamo fatto tanta strada nella lotta per la restituzione dei no­stri nipoti. Anzitutto abbia­mo chiesto aiuto al popolo argentino, cercando infor­mazioni tra i testimoni di al­lora. È accaduto anche che gli stessi militari abbiano raccontato in giro di avere bambini "figli di terroristi". Non è passato inosservato, in altri casi, l'improvvisa comparsa di un bambino in famiglie di poliziotti, in cui non si era mai vista la mo­glie incinta».  

 - Una volta trovato il nipo­te, come agite? 
   «L'unico modo certo per identificarlo è quello della emocompatibilità attraver­so un particolare esame clinico. Siamo riuscite a crea­re una banca dati a Buenos Aires, unica nel mondo, che fa questo tipo di ricerche per noi. È stata una grande conquista. Poi spor­giamo denuncia presso il Tribunale dei minori e affi­diamo i casi ai nostri avvo­cati. È un lavoro molto dif­ficile, perché il giudice non sempre decide che il ragaz­zo torni con la sua famiglia d'origine». 

  -  Quanti nipoti avete tro­vato in questi anni?
   «Dei 230 casi accertati di bambini nati in campi di concentramento, 59 sono stati trovati e di questi 31 so­no tornati con la famiglia biologica, 14 sono rimasti con la famiglia che li ha adottati. Otto sono morti». 

  -  Qualcuno in Argentina obietta che il dolore della verità crei nuovi traumi a questi ragazzi. Che cosa ne pensa? 
   «Noi diciamo che il vero trauma per il bambino è sta­to quello di sentirsi strappa­to dalle braccia della ma­dre, sequestrato, e aver vis­suto nell'ipocrisia. Il raccon­to della verità è certo uno choc. Succede a volte che questi ragazzi rifiutino di sapere. Ma quasi sempre, a poco a poco, quando com­prendono che c'è una fami­glia che li ama e che li ha cercati per anni, iniziano a volere la verità. Il passo suc­cessivo è spesso l'integrazio­ne con i loro parenti. In que­sto momento abbiamo ra­gazzi quasi adulti, dai 16 ai 20 anni. E allora bisogna ascoltarli con attenzione, ma mai lasciarli soli, alla lo­ro sorte. È questo un altro nostro impegno: il sostegno psicologico dopo aver rac­contato la verità al nipote e alla famiglia. Ci avvaliamo di una équipe di psicologi molto preparata. Il nostro obiettivo è che questi ragaz­zi riabbiano la loro identi­tà. Non importa, poi, con chi decidono di vivere: con la famiglia che li ha adottati in buona fede, con i nonni, o da soli, ma non con chi li ha volutamente rapiti, per­ché sarebbe troppo crudele farli vivere con chi ha ucci­so i loro genitori. Sarebbe un conflitto troppo forte. Nessuno dei ragazzi ritrova­ti ha voluto continuare a vi­vere con le famiglie dei mili­tari, anche se il giudice glie­ne da la possibilità».

Alberto Laggia

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