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Argentina, quella “guerra sporca” che lacerò la Chiesa cattolica

24/03/2016  Con il colpo di Stato dei generali del 1976, l’Argentina visse sette anni di repressione, violenze e assassini in nome del «ritorno all’ordine». Una catastrofe nella quale la comunità ecclesiale si divise tra gravi complicità e coraggiosa opposizione al regime. Solo di recente, quando era primate Bergoglio, l’episcopato ha ammesso le proprie colpe.

Il 24 marzo 1976, una giunta militare guidata dai comandanti dell’Esercito Jorge Videla, della Marina Eduardo Massera e dell’Aeronautica Orlando Agosti depone la presidente dell’Argentina “Isabelita” Peron e instaura la dittatura militare. Per il Paese sudamericano è l’inizio di una tra le pagine più drammatiche della propria storia, che conosce conclusione solo nell’ottobre del 1983, con il ritorno alla democrazia e l’elezione alla presidenza di Raul Alfonsin.

Il colpo di Stato, che le forze armate stanno organizzando da almeno un anno, viene da lontano. È figlio della crisi economica che attanaglia l’Argentina, del clima da guerra civile che rende il Paese una replica aggiornata delle pagine più cupe di Hobbes – il tutti contro tutti vede affžrontarsi peronisti e antiperonisti d’ogni fatta e tendenza, sindacalisti ed ecclesiastici, guerriglieri e militari – e di politiche di governo che puntellano con la violenza la propria debolezza e invece di porvi rimedio aumentano il disordine.
Giunta la loro ora, i leader della junta – imbevuti di nazionalismo, anticomunismo e cattolicesimo ultramontano – annunciano che «le forze armate hanno preso in mano la guida dello Stato» allo scopo di «farla finita con il disordine, la corruzione e l’azione sovversiva».

È l’inizio del cosiddetto processo di riorganizzazione nazionale, incardinato su due grandi obiettivi: da un lato normalizzare un’economia alla deriva, incarico assunto da uno dei due soli civili della junta, il ministro Martinez de Hoz, che prova (invano) a porvi rimedio aprendo il Paese agli investitori esteri e ai loro capitali; dall’altro, per l’appunto, ritornare all’ordine, alla disciplina e alla pace sociale – parole care anche agli industriali, agli agrari e ai ceti medi – e dunque reprimere la «sovversione». Tuttavia, i nuovi leader argentini interpretano quest’ultimo termine in maniera decisamente estensiva: come ha proclamato rudemente Videla, per stroncarla e riportare la pace «dovranno morire tutte le persone che sia necessario».

Convinte di combattere una guerra contro un nemico interno con il quale non sono possibili patteggiamenti, di incarnare il bene tanto quanto gli avversari il male, in breve, di essere strumenti della provvidenza divina, le forze armate non limitano l’attacco alle manifestazioni più evidenti della sovversione – si ponga il caso, stroncando la guerriglia dei montoneros – ma puntano a estirparla alle radici, a distruggerne ogni canale d’infiltrazione, dalle scuole alle università, dalle fabbriche ai giornali.
A tal fine, apprestano misure e strutture repressive tanto uffi•ciali quanto clandestine.

Sul primo versante, ciò che si realizza è né più né meno che lo scardinamento dello Stato di diritto: aggiornamento sine die dello stato d’assedio, restrizione della libertà di stampa e di associazione, riordino (previa purga) della magistratura, ampliamento della giurisdizione dei tribunali militari su quelli civili, ripristino della pena di morte e via discorrendo. Sul secondo versante ciò che si organizza è un apparato repressivo occulto, destinato alla soppressione fisica dei nemici. Poiché i generali tengono enormemente alla loro immagine di rispettabilità internazionale (anche il mundial di calcio del 1978 dovrebbe contribuire a ripulirla dal fango della guerra sporca) e a non fare la figura dei boia come il vicino Pinochet – con il quale i rapporti sono oltremodo tesi – è a questo livello, pervicacemente negato, che il terrorismo di Stato si scatena in tutta la sua ferocia.

Per colpire gli obiettivi selezionati il metodo è quasi sempre lo stesso: nella notte, a bordo d’una Ford Falcon in dotazione alla polizia, 5 o 6 uomini si presentano a casa della vittima – che però può anche essere prelevata per strada, sul posto di lavoro o di studio – la incappucciano, la sequestrano e la conducono verso uno dei molti centri di detenzione clandestina allestiti dalle forze armate:
tra questi, più tristemente noti divengono il Campo de Mayo e la Escuela de Mecanica de l’armada, entrambi a Buenos Aires. Qui gli arrestati subiscono ogni tipo di sevizia – la peggiore è la picaña, la tortura tramite scariche elettriche – e infine partono per il volo: imbarcati su aerei, vengono sedati, condotti sull’oceano e, una volta denudati, gettati a mare dai portelloni. È la sorte dei desaparecidos, circa 30 mila persone – operai (il 30%), studenti (il 21%), impiegati (il 18%), docenti (oltre il 5%), giornalisti (oltre l’1,5%), due terzi dei quali hanno tra i 16 e i 30 anni – che scompaiono senza lasciar traccia di sé.

Mentre il Paese precipita in quest’orgia di violenza, che cosa fa la Chiesa? Finisce lei pure travolta nella barbarie, vivendo la più grande crisi che l’abbia mai lambita. Ma, al di là di ogni vulgata, sarebbe errato assegnarle un ruolo soltanto. Fin dalla creazione dello Stato, e ancor più dagli anni d’oro di Peron (1946-1955), il cattolicesimo impregna ogni aspetto della vita del Paese; e là dove tutto è cattolico – ha scritto Loris Zanatta – la Chiesa finì «per interpretare tutti i ruoli: benedisse militari e crebbe guerriglieri, protesse operai e confessò industriali, invocò il Cristo rivoluzionario e il Dio antisovversivo».
Basta uno sguardo, dunque, per cogliere nel corpo ecclesiale tutto e il contrario di tutto.

C’è il vicario castrense Adolfo Tortolo, intimo dei militari, che intende il proceso come un’opera d’espiazione e c’è il suo clero, che – tra infiltrazioni e delazioni – è largamente coinvolto nell’opera di repressione se non nella stessa logistica della violenza. Ma c’è anche il vescovo di La Rioja, Enrique Angelelli, impegnato a fianco dei più poveri, che denuncia la violenza dei militari e che finisce assassinato in un incidente d’auto simulato. Ci sono vescovi che, in nome d’una lunga consuetudine tra Chiesa e forze armate, non concepiscono neppure l’idea di giungere a uno scontro con la junta, ora approvandone i metodi – d’altronde, se i nemici dell’Argentina (ovvero dei militari) «stanno col demonio… devono pagare le conseguenze» – ora cercando di utilizzare quell’antica familiarità per tentare di moderarli.

C’è la Conferenza episcopale argentina, spaccata a metà e incapace di produrre un documento di condanna del regime, ma solo pagine annacquate dagli estenuanti compromessi su cui si attesta per non spaccarsi. E ci sono gli ordini religiosi, dai Gesuiti che il provinciale Jorge Mario Bergoglio sta faticosamente tentando di riportare all’unità dopo la grande sbornia del connubio tra fede e rivoluzione, ai Pallottini colpiti perché accusati di essere «terzomondisti» e «avvelenatori» della gioventù argentina, fino ai Piccoli fratelli del Vangelo, la cui Congregazione viene completamente annientata per la sua vicinanza agli ultimi della terra.

Infine c’è Pio Laghi, il nunzio inviato da Paolo VI in Argentina, che parte nutrendo qualche fiducia nel regime, giunge presto ad avversarlo, barcamenandosi tra leader politici che professano una cattolicità del tutto sorda ai richiami romani, una Chiesa che non può prendere posizione se non acuendo le proprie fratture, un clero rivoluzionario che va ricondotto all’obbedienza e uno tradizionalista che non va spinto tra le braccia di Lefebvre. Il risultato finale non può che essere un miscuglio di diplomazia e coraggio, paura e silenzi, omissioni e partecipazioni alla violenza.

Del dramma argentino che cosa resta oggi? Nonostante tutti i leader della junta siano morti – Agosti nel 1997, Massera nel 2010, Videla nel 2013 – come ha ricordato il premio Nobel per la pace Pérez Esquivel (ai tempi del proceso imprigionato e torturato) la loro scomparsa non ha significato la scomparsa del male arrecato all’Argentina. Cessata la violenza sui corpi sono restate, e per alcuni aspetti restano ancora, le ferite della memoria. Eppure, tra non poche contraddizioni, il Paese ha provato a fare i conti con il passato, vuoi costretto dalla tenacia delle madres e delle abuelas di Plaza de Mayo, vuoi dai processi che – nonostante l’amnistia Menem del 1989-1990 – hanno toccato molti tra i maggiori (e mai pentiti) responsabili del proceso.

Nel 2000, anche la Chiesa argentina – primate Bergoglio – è giunta a confessare le proprie colpe riguardanti «la violenza guerrigliera e la repressione illegittima che hanno messo a lutto la nostra patria» e a chiedere perdono «per i silenzi responsabili e per la partecipazione effettiva di molti dei tuoi figli a una situazione di così grave scontro politico, all’oltraggio alle libertà, alla tortura e alla delazione, alla persecuzione politica e all’intransigenza ideologica, alle lotte e alle guerre e alla morte assurda che hanno insanguinato il nostro Paese».

In quanto ai sospetti di vicinanza tra Bergoglio e la junta emersi dopo il conclave del 2013, hanno già ricevuto documentate e sufficienti smentite perché se ne aggiunga qui un’altra.

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