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domenica 07 agosto 2022
 
PyeongChang 2018
 

Arianna Fontana: "Grinta e istinto mi hanno portata fin qui e ora..."

14/02/2018  La campionessa olimpica si racconta a cuore aperto a Fc, tra pubblico e privato: il segreto del successo, le aspirazioni e il sogno per il futuro, fuori dal ghiaccio.

Un’altra Arianna al posto suo avrebbe potuto perdere il filo nella notte da vertigini di Torino 2006, quando vinse il bronzo in staffetta, alla prima olimpiade in casa: nominata cavaliere della Repubblica a 15 anni. Un’altra Arianna, non Arianna Fontana.

Lei non l’ha perso nemmeno a Vancouver 2010 quando rischiò di annegare l’ingresso alla finale olimpica nel ditale di un millesimo di secondo. E neppure a Sochi 2014 quando una carambola in partenza, non per colpa sua, ha fermato all’argento la sua corsa all’oro. N

on ha perso il filo ma è stato lì che ha deciso di tagliarlo per un po’. Si è presa un anno sabbatico per pattinare nella vita: prova ne è la foto del suo profilo su WhatApp: un’Arianna lontanissima dagli occhi di ghiaccio e dall’istinto assassino che le avversarie conoscono in gara, fasciata in un abito da sposa alla Rossella O’Hara bacia il suo Antony. Ma sotto quell’abito c’era ancora l’altra Arianna: quella che vortica sul ghiaccio, con la tuta da gara tatuata come una pelle.

Il 9 febbraio ha portato la bandiera italiana alla cerimonia d’apertura dei Giochi Pyeongchang, e il 13 febbraio nei 500 metri ha agguantato l’oro olimpico, che cercava da 12 anni.

Arianna che cosa le ha fatto dire che a volte un’atleta ha bisogno di perdere per continuare?

«Ho sempre visto la sconfitta come un passo verso la vittoria, uno stimolo a migliorarmi: non che sia bello. Pedere è frustrazione, tristezza e rabbia. Ma se riesci a incanalare le emozioni negative, si trasformano in energia positiva per la sfida successiva. Finora in me ha funzionato».

Che cos’ha in comune l’atleta matura di oggi con la ragazzina di Torino 2006?

«La fame di vittoria, ma sono più consapevole delle mie capacità, più esperta tatticamente e pattino con uno stile più efficiente. A Torino avevo quindici anni: ho vissuto tutto come in sogno: una specie di vacanza in cui mi stupiva qualsiasi cosa. Ho preso coscienza dopo dell’importanza di quel risultato»

Tra Europa e mondo, pattina con una continuità impressionante: istinto o costruzione?

«Nello short track (alla lettera pista corta) si gira vorticosamente in tanti in poco spazio, l’istinto è fondamentale: bisogna saper leggere la gare e reagire prontamente all’imprevisto: può succedere di tutto. Basta un attimo, si perde il momento e la gara è andata. L’istinto mi ha aiutato spesso a togliermi da situazioni difficili o ad anticiparle».

Difficile accettare il rischio di una disciplina tanto imprevedibile?

«Fa parte del gioco, è ciò che rende lo shortrack così spettacolare».  

Quanto è lungo nella sua testa il millesimo di secondo che le ha dato la finale olimpica di Vancouver?

«Troppo corto! Che sospiro quando ho visto dal tabellone che ero io davanti, nell’attesa non volevo credere di aver mancato la finale così per un soffio al fotofinish».

Che cosa la fa emergere a livello mondiale in uno sport che in Italia ha pochissimi praticanti? «Credo la testardaggine, sono molto determinata so cosa voglio e vado a prendermelo, a costo di farmi qualche nemico lungo il tragitto. Il giorno della gara riesco a isolarmi, a non distrarmi, a rilassarmi senza bisogno di avere attorno qualcuno che mi dica che posso farcela».

Ha cominciato seguendo un fratello maggiore, mai stato geloso di una sorella così veloce? «Con Alessandro da bambini eravamo cane e gatto, ma crescendo ci siamo legati sempre di più, non ricordo l’ultima volta che abbiamo litigato!».

È vero che si allena con i maschi?

«Sì per migliorare velocità e resistenza».

Perché una donna di montagna come lei, che fa il bagno nella Dora gelata, ha una razza tatuata sulla schiena?

«Il bagno nella Dora aiuta il recupero muscolare, la temperatura bassa e il massaggio naturale dell'acqua sono un toccasana per le gambe appesantite dall’allenamento. La razza perché è un animale spettacolare, che esprime forza ed eleganza».

A Sochi dopo quella carambola cos’è successo nella sua testa?

«Rabbia, delusione: volevo l'oro e credo che l'avrei portato a casa, ma non ho neanche avuto la possibilità di provarci. Mi faceva male il “se” che ha cambiato la storia di quella gara, poi ho visto mio marito (Antony Lo Bello, ex pattinatore italo-americano e ora suo allenatore ndr.) e la mia famiglia felici, tutto è passato. È esplosa la gioia per quell’argento che a me sa tanto d'oro!».

La sua famiglia la segue in tutte le gare, suo padre a Sochi diceva: “Speriamo che non smetta…”

«Papà vorrebbe vedermi pattinare per chi sa quanto, ma sono sicura che sarà felicissimo il giorno in cui appenderò i pattini e lo farò diventare nonno» 

Si allena con il marito è complicato tenere assieme privato e lavoro?

«A volte, ogni tanto gli dico che sono arrabbiata con “il lui” l’allenatore, anche se so che certi contrasti vengono perché vuole il meglio per me. Per trovare equilibrio ci cerchiamo momenti in cui siamo solo marito e moglie: vietato parlare di pattinaggio».

Tre cose che contano nello sport e nella vita? «Trovare il latopositivo nei momenti difficili o in un errore commesso. L’altruismo: ho avuto molte persone mi hanno aiutata nella vita e nello sport, a diventare quella che sono, vorrei saper fare lo stesso con chi mi sta intorno. Sicurezza om sé stessi, il coraggio di dare voce alle proprie idee».

Che cosa le piace davvero di quello che fa?

«Adoro andare veloce e mi piace l’opportunità di conoscere il mondo che lo sport mi dà».

Ha un rimpianto, piccolo o grande? «Direi proprio di no. Ho seguito l'istinto e il cuore, e non cambierei nulla, perché mi hanno portato fin qui».

Come si immagina tra 10 anni?

«Una mamma super felice!».

 
 
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