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venerdì 03 aprile 2020
 
 

Armi, l'Onu detta le regole

03/04/2013  L'assemblea generale delle Nazioni Unite approva il primo Trattato che detta norme sul commercio di materiale bellico. Contrari Iran, Siria e Corea del Nord. Russia e Cina s'astengono.

Lo storico voto dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite. Foto Reuters.
Lo storico voto dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite. Foto Reuters.

Si tratta di atto storico: regola l'import-export di tutto ciò che serve a combattere una guerra. Con una maggioranza schiacciante di 154 Paesi a favore, 3 contrari e 23 astenuti, l'Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato il primo Trattato internazionale sul commercio delle armi convenzionali, un settore economico che ha un giro d'affari valutato in almeno 60 miliardi di dollari l’anno.



Il documento - la cui adozione è stata salutata dall'Assemblea Generale con un lungo applauso - definisce per la prima volta gli standard internazionali per la compravendita delle armi, legandoli al rispetto dei diritti umani. Non controlla l'uso domestico, ma richiede che gli Stati membri si dotino di normative nazionali sul trasferimento delle armi convenzionali, tra cui carri armati, aerei e navi da guerra, veicoli da combattimento, artiglieria, elicotteri, missili, razzi a lunga gittata, ma anche fucili, pistole e munizioni. È previsto inoltre il divieto, per gli Stati che ratificano il trattato, di trasferire armi in caso di violazione di un embargo, atti di genocidio, crimini contro l'umanità e crimini di guerra. Per autorizzare o meno l'esportazione, il testo stabilisce che ogni Paese dovrà valutare se le armi potrebbero essere usate per violare i diritti umani o utilizzate da terroristi o membri della criminalità organizzata.

Foto Reuters.
Foto Reuters.

Gli Stati ratificheranno il trattato a partire dal mese di giugno, e il documento entrerà in vigore con la firma di almeno cinquanta Paesi. Un atto storico, insomma. Come storico è il sostegno fornito dagli Usa - tra i promotori del documento con altri membri permanenti del Consiglio di Sicurezza come Francia e Gran Bretagna - il cui via libera è arrivato soprattutto grazie alla svolta impressa dal presidente Barack Obama.  Lo sforzo globale per regolamentare il multimiliardario commercio delle armi aveva subito una battuta d'arresto la Settimana Santa, quando Iran, Corea del Nord e Siria hanno impedito il raggiungimento di un accordo unanime. Questi tre Paesi hanno, alla fine, votato no, dicendo che il trattato sarebbe discriminatorio nei loro confronti. Tra gli astenuti invece ci sono Russia, Cina, Cuba, Venezuela e Bolivia.

Il Palazzo di Vetro, a New York. Foto Reuters.
Il Palazzo di Vetro, a New York. Foto Reuters.

Il Segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, ha accolto con favore l'adozione del primo Trattato internazionale sul commercio delle armi da parte dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite. «È una vittoria per la gente del mondo», ha affermato in una nota, sottolineando che il documento «renderà più difficile l'utilizzo di armi letali da parte di criminali, terroristi e signori della guerra».

«Sarà uno strumento nuovo e potente per prevenire gravi violazioni dei diritti umani e fornirà la necessaria spinta verso il disarmo globale e la non proliferazione», ha continuato il Segretario generale, il quale si è congratulato con gli Stati membri «per la loro disponibilità a giungere a un compromesso su una serie di questioni complesse, rendendo così possibile la stesura di un testo equilibrato e robusto».

Ban si è inoltre complimentato con i membri della società civile per il ruolo fondamentale svolto nelle lunghe trattative che hanno portato all'approvazione del testo.

Foto Reuters.
Foto Reuters.

L'Italia saluta con particolare soddisfazione la positiva conclusione, in ambito Onu, dei lavori di redazione di un Trattato sul Commercio delle Armi. Lo si legge in una nota della Farnesina che definisce l'accordo «forte, equilibrato e realistico». Dopo lunghi negoziati, il testo ha ottenuto il sostegno di una coalizione trasversale di oltre 150 Paesi, tra cui l'Italia, che si sono espressi in favore di una risoluzione dell'Assemblea generale che stabilisce che il Trattato sarà aperto alla firma il 3 giugno a New York.

Così, prosegue la nota, si traccia la strada che porta alla determinazione di un quadro giuridico internazionale, della cui assenza hanno finora approfittato tutti coloro che hanno alimentato il traffico illecito di armi, a danno soprattutto delle popolazioni vittime di conflitti armati nelle aree più travagliate del mondo. Il Trattato costituisce un necessario passaggio nell'impegno per assicurare coerenza e visione ad un disegno nel quale far confluire le agende internazionali della pace e sicurezza, della legalità, dei diritti umani e dello sviluppo. Per questo l'Italia, si legge ancora, si è impegnata con i partner dell'Unione Europea, nell'ambito di un'ampia coalizione di Stati di tutti i continenti, a sostegno di una giusta causa, perorata con energia insieme alle formazioni più impegnate della società civile internazionale.

Il testo adottato delinea un accordo forte, equilibrato e realistico, che rappresenta la sintesi delle istanze dei Paesi produttori e dei Paesi importatori e un salto di qualità nella trattazione di uno dei temi più delicati delle relazioni internazionali, sottolinea inoltre la nota della Farnesina. L'impegno ora si sposta sulla Campagna internazionale a sostegno della firma e della ratifica, per avere finalmente norme a carattere universale che regolino un legittimo commercio internazionale delle armi convenzionali.

Foto Reuters.
Foto Reuters.

La firma in sede ONU del testo di Trattato sul commercio di armamenti può aprire «una stagione nuova, anche se rappresenta solo un primo passo positivo». Giorgio Beretta, ricercatore di Rete Disarmo, sottolinea la soddisfazione «per tutte quelle associazioni internazionali che da dieci anni si battono per regolamentare i trasferimenti di armi».  Certamente il Trattato approvato non copre tutte le problematiche che esistono nel commercio di armi. «In particolare, restano escluse dalla regolamentazione quelle leggere e sistemi militari come quelli radaristici», sottolinea Beretta. «Ma non si può che essere soddisfatti, soprattutto se si pensa che finora moltissimi Paesi non avevano alcuna legislazione organica in materia e tutto era affidato alla volontà dei singoli Governi».

Ora il lavoro delle organizzazioni della società civile sisposta su un proseguimento di mobilitazione affinché il Trattato entri in vigore, soprattutto monitorandone l’attuazione che ne faranno i singoli Paesi. «Senza la ratifica di almeno 50 Paesi, il documento resterà solo sulla carta. Per questo è importante che l'Italia lo approvi al più presto. A livello internazionale ci sarann sicuramente molte resistenze in tal senso. Penso in particolare agli Stati Uniti, dove molti parlamentari, anche democratici, hanno già fatto sapere che non voteranno la ratifica del trattato». 

Il lavoro dunque continua anche e soprattutto a livello italiano ed europeo, e la Rete Disarmo in questi giorni ha già richiesto al Governo che vengano diffusi i dati sull’export militare italiano (il termine di pubblicazione è già scaduto) e che si chiariscano le differenze con i dati trasmessi in sede europea. «La trasparenza è un elemento fondamentale in questo ambito, forse ancora più delle stesse regole. Il nostro auspicio è quindi che si costruisca un serio e preciso meccanismo di rendicontazione da parte di tutti gli Stati, sotto l’egida di questo Trattato», spiega Francesco Vignarca, coordinatore di Rete Disarmo.

«La nostra legislazione è molto più restrittiva dello stesso trattato approvato dall'Onu», aggiunge ancora Beretta, «ma permangono degli elementi di opacità. Non abbiamo ancora i dati disponibili sul Governo Monti, ma sappiamo che negli ultimi anni sono stati autorizzate in media esportazioni di armi per circa 4 miliardi di euro, di cui 3 effettivamente realizzate. Durante l'ultimo Governo Prodi, queste esportazioni erano così suddivise: 60% verso altri Paesi Nato e 40% fuori. Con il Governo Berlusconi queste percentuali si sono invertite e quindi le nostre armi sono finite prevalentemente in Medio Oriente, e in particolare in Paesi come l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi».

Eugenio Arcidiacono

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