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sabato 08 agosto 2020
 
La legge contro il caporalato funziona
 

Arrestati gli sfruttatori di Paola, morta d'infarto a 49 anni

24/02/2017  La bracciante Paola Clemente fu stroncata da un infarto mentre lavorava sotto un tendone rovente ad Andria. Tra i sei arrestati anche tre dipendenti di un'agenzia interinale. I lavoratori venivano assunti con contratti fasulli. Agli indagati è stato contestato il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, aggravato e continuato, per i quali rischiano sino a 8 anni di reclusione.

Paola Clemente col marito
Paola Clemente col marito

Il caporalato e la rete d’omertà  che da sempre lo copre possono essere finalmente vinti.  A dimostrazione di ciò l’arresto di sei persone nel corso della notte ad Andria da parte della polizia, in collaborazione con la guardia di finanza.  Le indagini erano partite dalla procura di Trani all’indomani della morte della bracciante agricola Paola Clemente, stroncata da un malore nelle campagne di Andria nel luglio 2015, ma non legate al decesso della donna. I sei sono tutti accusati, a vario titolo, di reati riconducibili al fenomeno del caporalato.  

Paola Clemente, di San Giorgio Ionico, morì d’infarto a 49 anni, mentre lavorava sotto un tendone rovente. Si occupava della  cosiddetta acinellatura dell’uva: operazione che consiste nella rimozione dei chicchi schiacciati, per rendere il grappolo più  appetibile. Ogni notte si alzava, percorreva 300 chilometri per raggiungere Andria alle 5 del mattino e lavorava fino al primo pomeriggio sotto un sole cocente per circa due euro all'ora. La prima denuncia fu del marito a cui seguì quella della Cgil.

  Sono finiti in cella 3 dipendenti dell’Agenzia di lavoro interinale di Noicattaro, il titolare della ditta addetta al trasporto delle braccianti agricole ed una donna che aveva il compito di “controllare” le lavoratrici sui campi, tutti residenti nel barese e nel tarantino. Agli arresti domiciliari, invece, la moglie del titolare della ditta di trasporto che, risultando falsamente presente nei campi quale bracciante agricola, percepiva indebiti contributi pubblici per la “disoccupazione agricola” e la “indennità di maternità e congedi”. Agli indagati è stato contestato il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, aggravato e continuato, cioè “caporalato”, la truffa aggravata e la truffa ai danni dello Stato, reati per i quali rischiano fino ad un massimo di 8 anni di reclusione.  

La questura di Bari ha evidenziato che l’operazione ha rappresentato un duplice profilo di novità per quanto riguarda le modalità investigative, che hanno permesso di superare il vincolo di omertà che normalmente copre il fenomeno e riguardo l’emergere di una nuova, più moderna forma di caporalato, esercitato con assunzioni da parte di un’agenzia interinale che pratica un contratto fittizio: in pratica il compenso delle braccianti era di gran lunga inferiore a quello pattuito.

Il fenomeno del caporalato è una piaga in costante crescita negli ultimi 10 anni: l’ultimo Rapporto sulle agromafie redatto da Eurispes e Coldiretti parla di 430 mila persone coinvolte nel 2015, di cui 100 mila ridotte a un vero e proprio regime di schiavitù. Per questo nell’ottobre scorso il parlamento ha approvato la legge per il contrasto al caporalato e al lavoro nero che per la prima volta estende le sanzioni al datore di lavoro. Per sconfiggere il comportamento omertoso, inoltre, ha anche introdotto una circostanza attenuante in caso di collaborazione con le autorità.   

 

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