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domenica 16 giugno 2024
 
 

60 artisti per papa Ratzinger

04/07/2011  Sessanta opere per sessant'anni di sacerdozio. Una mostra magnifica in Vaticano, gratis per tutti da domani. Benedetto XVI: non dimenticate la carità.

Sessanta artisti per altrettanti anni di sacerdozio. E' l'omaggio del mondo della cultura a Benedetto XVI, che mercoledì scorso ha celebrato il suo 60.mo anniversario di ordinazione sacerdotale. A promuoverlo é il Pontificio Consiglio della Cultura, attraverso la mostra dal titolo "Lo splendore della verità, la bellezza della carità", che il Papa ha inaugurato nell'atrio dell'Aula Paolo VI. Benedetto XVI ha sostato vicino agli stand, uno per ogni firma, dialogando con gli autori, nel solco del suo incontro con gli artisti del 21 novembre 2011.

    Da domani, accesso per tutti - libero e gratuito - dalle 10 alle 19, dal lunedì al sabato, fino al 4 settembre. Ad esporre le loro opere saranno pittori, scultori, architetti, fotografi, scrittori, musicisti, registi, orefici. Tra loro, il brasiliano Oscar Niemeyer, maestro dell'architettura ormai ultracentenario, lo spagnolo Santiago Calatrava, lo svizzero Mario Botta, il greco Jannis Kounellis, gli italiani Ennio Morricone, Renzo Piano, Tullio Pericoli, Mimmo Paladino, Mario Ceroli, Paolo Portoghesi, Arnaldo Pomodoro. Tra le opere originali lo spartito del grande compositore Ennio Morricone, ispirato alla Via Crucis, a forma di croce, con una parte scritta in orizzontale e un'altra in verticale; il documentario su Benedetto XVI del regista Pupi Avati o il modello del campanile della nuova cattedrale di Belo Horizonte, ora in costruzione, firmato da Niemeyer. Il Papa nel suo discorso agli artisti ha sottolineato che tra la Chiesa è l’arte c’è un “colloquio”, che serve a rendere il mondo “più umano e più bello”: “Non scindete mai la creatività artistica dalla verità e dalla carità”. L’idea della mostra è del cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del pontificio consiglio per la cultura.

Alberto Bobbio

Ha progettato la Grande Moschea di Roma l’architetto Paolo Portoghesi e ora ha deciso di donare una chiesa al Papa per i suoi 60 anni sacerdozio. C’è anche il suo modellino in legno nella mostra dei sessanta artisti per i sessantanni di messa di Joseph Ratzinger. Quando Benedetto XVI si è avvicinato per osservarla è rimasto stupito. Racconta Portoghesi a famigliacristiana.it : “Mi ha detto magnifica, ma dov’è? Ancora non c’è, ho risposto io, ma è il mio dono a lei. E lui, di rimando, ha detto molto interessante”. Spiega l’architetto: “E’ una chiesa che voglio intitolare a Benedetto. A Roma non c’è alcuna chiesa dedicata al santo di Norcia”.

 L’idea gli è venuta leggendo il primo volume dell’Opera Omnia di Ratzinger, che contiene molti scritti del pontefice sulla liturgia: “La modernità ha chiesto alla Chiesa la rinuncia all’abside, al transetto, alla cupola e anche al campanile. Insomma ha chiesto la rinuncia di molti elementi della tradizione. Io credo invece che gli elementi architettonici della Tradizione possano rimanere intatti. Si tratta di stabile come riviverli”. Il ragionamento è lo stesso che Benedetto XVI applica alla liturgia. E di questo Paolo Portoghesi è stato affascinato. Ha disegnato il progetto in tre mesi e ha fatto realizzare il modello e poi lo ha donato al Papa. Spera che qualcuno adesso costruisca la chiesa, che lui vorrebbe alle porte di Roma affacciata sull’Agro Romano. Spiega Portoghesi: “La struttura è caratterizzata dalla luce che entra dall’alto, lice naturale, luce del cielo. Invece nelle chiese moderne la luce è quasi sempre artificiale e si ha il senso che siano una sorta di sale da esposizione”.

Alberto Bobbio

di Chiara Santomiero (ZENIT.org).

Unico cineasta tra gli artisti scelti dal Pontificio Consiglio per la cultura per realizzare questo nuovo incontro tra il mondo dell’arte e il Santo Padre dopo l’“arrivederci” con il quale si era concluso quello del 21 novembre 2009 nella Cappella Sistina è il regista italiano Pupi Avati. Ecco l'intervista che ha rilasciato all'agenzia Zenit.

Come ha immaginato questo omaggio al Papa?

 Ho cercato di esprimere, in cinque minuti, l’abbraccio di tutto il cinema italiano, e non solo mio personale, al Santo Padre. La soluzione è stata attingere laddove è custodita la memoria della filmografia del nostro Paese e cioè la cineteca nazionale. Coinvolgendo in questo progetto gli alunni del Centro sperimentale di cinematografia che hanno aderito con un entusiasmo per niente scontato in dei giovani. Il risultato è una selezione delle opere più significative – secondo me – del cinema italiano cui abbiamo unito, con l’aiuto di H2onews, un filmato specialissimo: quello originale dell’ordinazione sacerdotale di Joseph Ratzinger nel 1951. E’ il nostro modo di unirci alla festa e ringraziare il Santo Padre per il suo insegnamento.

 Cosa la colpisce di più di questo insegnamento?
 
Da subito, dai suoi primi pronunciamenti, Benedetto XVI ha affrontato il problema del relativismo etico, un male che ha intossicato l’Occidente. Ognuno ha una morale pret a porter che non ha riscontro nella dottrina della Chiesa. Sono anziano ormai e con il trascorrere del tempo ho assistito a una trasformazione delle coscienze. Nel mondo in cui sono cresciuto io, bastavano i dieci comandamenti per fare non solo un buon cristiano ma anche un bravo cittadino. Oggi invece ognuno ha una coscienza incline all’autoassoluzione, che non si assume responsabilità e vede negli altri la causa del proprio fallimento, degli insuccessi. Questo aspetto della cultura attuale tossico, insinuante, è diffuso in tutti i contesti e nella stessa Chiesa. Ci si può definire credenti e cattolici e sottoscrivere certe scelte del mondo occidentale verso grandi temi della vita che sono opposte ai dettami fondamentali sui quali si è fondata la nostra educazione. Forse è una questione d’età ma, per quanto io sia aperto a considerare tutti gli aspetti di una questione, resto convinto che esista un bene e un male, una differenza tra giusto e ingiusto. Quando questi limiti vengono superati, occorre dirlo e rassegnarsi ad essere considerati anacronistici, non alla moda.

 In che modo l’omaggio al Papa, per quanto breve, si inserisce nel suo percorso cinematografico?

 Di solito i protagonisti dei miei film, i contesti in cui si muovono, le loro storie mi assomigliano in modo imbarazzante…il mio egocentrismo mi ha spinto a mettere me stesso al centro della narrazione. Invece, per la prima volta con questo omaggio, dichiaro esplicitamente le mie passioni cinematografiche, senza togliere nulla, ovviamente, a chi non è citato. Attraverso 40 autori ricordo il cinema che mi piace e mi ha formato, primo fra tutti quello di Federico Fellini. Senza il film “8 ½” non avrei capito le possibilità del cinema come mezzo espressivo. Ha cambiato la mia vita: ero amico di Fellini e negli ultimi anni della sua vita gli ricordavo la sua responsabilità per la mia scelta scellerata!

 Lei scrive libri e poi spesso ne trae dei film: cosa offre ciascun mezzo espressivo all’altro?

 Si tratta di due mezzi espressivi diversi che aiutano a completare l’incursione in un ambito al centro dei tuoi interessi. Gli indugi nella scrittura, le possibilità che ti offre per approfondire, soffermarti, andare oltre la scarna trama del racconto, il film non te lo permette, scorre implacabile a 24 fotogrammi a secondo. Però il film ha una maggiore capacità di adesione all’autore. Perché il lettore rimane spesso deluso dai film tratti da un romanzo? Perché l’immaginario del regista, reso visibile nel film, tradisce quello del lettore che ha costruito una sua visualizzazione della vicenda raccontata. L’atto creativo più autentico è comunque quello della scrittura: non c’è film che non nasca da una pagina scritta.

Scriverebbe un libro, e poi ne trarrebbe un film, su un Papa o un periodo della storia della Chiesa?

E' difficile raccontare la spiritualità e la trascendenza. Ho girato un film, “Magnificat”, ambientato nel Medioevo, epoca nella quale non si poteva immaginare di vivere senza Dio e tutto era sacro, anche gli oggetti, gli strumenti di lavoro. Al contrario di oggi. Sono solito regalare agli amici delle piastrelle sulle quali c’è scritto: vocatus atque non vocatus, Deus aderit (invocato o meno, Dio verrà). E’ una frase che era scritta sulla porta della casa svizzera di Jung, uno dei fondatori della psicanalisi. Questa definizione della divinità mi convince perché si affranca dalla necessità di essere creduta. Oggi l’esistenza di Dio viene stabilita dalla capacità dialettica di chi interviene nei dibattiti televisivi. Invece avvicinarsi ad essa richiede rispetto, pudore, senso di reverenza, quasi di inibizione. Ciò che si prova, in qualche modo, nell’avvicinarsi alla creatività artistica: entrare nel percorso di un genio della musica come Mozart o il jazzista Bix, ai quali ho dedicato un film, è come penetrare nel sancta sanctorum. La grande creatività, infatti, ha risonanze nel sacro e i dipinti, le opere d’arte, la musica rappresentano un tentativo di tradurre questa sorta di contatto con il divino.

 Questo appuntamento del 4 luglio è un esempio del ripetuto tentativo della Chiesa di riprendere il dialogo con gli artisti dopo la frattura della modernità: cosa ne pensa?

E' un tentativo nobile, ma molto difficile da realizzare nel nostro tempo perché manca un linguaggio comune. Cosa significa oggi essere artisti? Qual è il senso, la responsabilità, il ruolo? Cosa offre l’artista alla società? Secondo una teoria sull’arte, questa deve servire ad intenti di carattere sociale. In base a questa visione il mio film “Una sconfinata giovinezza”, incentrato su una coppia nella quale il marito si ammala di Alzheimer, dovrebbe essere utile a parlare di un tema sociale che in Italia interessa oggi settecentomila famiglie. E’ un approccio ma anche un limite: obbedisce alla mente ma non al cuore. Invece l’arte più alta dovrebbe, in qualche modo, essere utile solo di riflesso. Quando mi commuovo, mi emoziono per un verso e non so perché, io vivo una gratitudine e una rassicurazione, mi ritrovo in un mondo che riconosco mio e non mi fa paura. La bellezza così, ha prodotto una riappacificazione con il contesto esterno. Qui le funzioni sociali smettono di esistere ed è verso quest’arte che dovremmo tendere, pur consapevoli dei nostri limiti. L’opera d’arte non deve essere utile, è qualcosa che ti arricchisce in modo misterioso, ha a che fare con l’ineffabile. Come nell’amore. Se riesci ad elencare una serie di ragioni per le quali la persona che hai al fianco è giusta per te, forse non si tratta della persona che dovevi incontrare. Quando invece non sai dire perché ami una persona, allora è quella giusta. L’arte, come l’amore, sfugge alle definizioni ma riempie la vita di bellezza.  

«Con questa iniziativa vogliamo metterci sulla scia del dialogo tra fede e arte», ha detto il cardinale Ravasi, presentando la mostra internazionale dedicata ai sessant'anni di sacerdozio di Benedetto XVI. Il primo ad aver avvertito il bisogno di un ripensamento estetico era stato negli anni Sessanta Paolo VI, il quale aveva voluto costituire una Galleria d’arte moderna e contemporanea all’interno dei musei vaticani. Mentre è di Giovanni Paolo II la Lettera agli artisti, scritta nel 1999, in cui si sottolinea la necessità di una «feconda alleanza» tra Vangelo e arte, perché «l’arte, anche al di là delle sue espressioni più tipicamente religiose, quando è autentica ha una profonda affinità con il mondo della fede».

     
L’evento inaugurato ieri si lega all’incontro voluto da Papa Ratzinger con duecentocinquanta artisti provenienti da ogni parte del mondo il 21 novembre 2009, per manifestare la sua disponibilità e apertura a un nuovo dialogo. Durante quel «summit» nella Cappella Sistina, il Pontefice, citando sant’Agostino, «cantore innamorato della bellezza», rifletteva sul destino ultimo dell’uomo e sull’importanza che gli artisti si ispirassero a un’arte, nutrita dalla sincerità del cuore e così capace di testimoniare bellezza.

     Dalla Grecia al Brasile

     Gli artisti che hanno contribuito alla mostra "Lo splendore della verità, la bellezza della carità", interpretano al meglio questo spirito. Tra i nomi presenti, lo scultore greco Jannis Kounellis e il messicano Gustavo Aceves, l’architetto spagnolo Santiago Calatrava, il musicista messicano Leandro Espinosa. L’architetto svizzero Mario Botta ha inviato un disegno della cattedrale di Evry (a 35 km da Parigi) «a testimonianza della continuità nella millenaria cultura cristiano-occidentale».

     Il maestro dell’architettura brasiliano Oscar Niemeyer, ancora attivo nonostante i suoi 103 anni, ha fatto pervenire il modello del campanile della nuova cattedrale di Belo Horizonte, nello stato di Minas Gerais, in Brasile, ora in costruzione, «perché voleva che il Papa lo vedesse», ha dichiarato il cardinale Ravasi.

     Poeti, architetti, registi e musicisti

     Sono tanti anche gli italiani illustri che partecipano all’evento: l’architetto Renzo Piano ha donato un bozzetto originale della chiesa di San Pio a San Giovanni Rotondo; il regista Pupi Avati ha realizzato un video con cui è stata aperta la mostra; di Ennio Morricone è esposto uno spartito ispirato alla Via Crucis, a forma di croce, con una parte scritta in orizzontale e un’altra in verticale.

     È dell’artista Giulio Manfredi uno zucchetto in oro bianco con sei stelle illuminate da brillanti: “Il settimo splendore”, ispirato ai versi di Dante. «Leggendo la Divina Commedia», commenta Manfredi, «ho capito che il settimo splendore è quando si attraversa la soglia tra il mondo e il vero unico cielo che ci aspetta, quello di Dio. In Paradiso, Beatrice, nel settimo cielo, ne perde il sorriso: ma questo non significa aver smarrito la gioia quanto aver acquistato una profondità spirituale che chiede solo silenzio e luce, i segreti che ho voluto ritrovare nel mio regalo a Sua Santità».

     Vi sono interventi dei poeti Roberto Mussapi e Davide Rondoni, dello scrittore Luca Doninelli, del fotografo Gianni Berengo Gardin e anche di Oliviero Rainaldi, lo scultore del controverso omaggio a Papa Wojtyla (alla stazione Termini di Roma).

Ginevra Petrolo

 
 
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