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Assalto alla diligenza Italia

14/07/2013  Tutti ci vogliono, tutti ci comprano. Chi se lo può permettere acquista un bell’abito made in Italy, ma chi di soldi da investire ne ha molti prende tutta l’azienda. L’Italia rischia di rimanere svuotata dei suoi gioielli più preziosi, le imprese e i marchi che hanno fatto la storia del made in Italy e che sono state per anni motore dell’economia.

Recentemente la Sanset di Istambul, ha acquisito la Pernigotti, prestigioso marchio dolciario ceduto dalla Fratelli Averna per 84 milioni di euro. Anche l’acquisizione da parte del colosso francese Lvmh dell’80% di Loro Piana, famosa in tutto il mondo per i prestigiosi capi in cachemire, è una delle ultime manovre da parte degli stranieri che fanno man bassa tra i nomi simbolo del nostro Paese.

Il gruppo Louis Vuitton aveva già messo in portafoglio Bulgari, Fendi, Emilio Pucci, Acqua di Parma, Richard Ginori (attraverso la controllata olandese Kering Holland) e, solo pochi giorni fa, l’80% della storica pasticceria Cova di via Montenapoleone a Milano (litigandosela con Prada che ha intrapreso le vie legali contro la famiglia Faccioli). Non gli resta che Armani, che corteggia dal lontano 1998, ma re Giorgio resiste. Il bello, il lusso, ma anche la bontà, quindi, ora parlano francese. A far concorrenza c’è il gruppo Kering, della famiglia Pinault, altrettanto appassionati di moda e buoni affari: Gucci, Bottega Veneta, Sergio Rossi, Pomellato (compreso il marchio Dodò) e la storica sartoria Brioni, che ha vestito da Barack Obama a , hanno conservato solo il nome italiano, magari la dirigenza, qualche stabilimento, ma non i guadagni che finiscono direttamente nelle tasche francesi. I nomi dell’alta moda restano solo leggende italiane, come Valentino, acquistata dal Mayhoola Investment group del Qatar o Ferré che Abdulkader Sankari ha portato a Dubai (mentre la famiglia Ferré ha deciso di tenersi l’archivio).

Non possiamo più contare sulla moda, ma ben poco anche sull’altro fiore all’occhiello del nostro Paese, l’agroalimentare. Anche la Coldiretti ha lanciato l’allarme, perché la vendita (e la svendita) dei nostri marchi sta diventando una vera e propria emorragia. Approfittando del carck nel 2011 Lactalis acquistò l’83% di Parmalat, ma il gruppo ha anche i brand Galbani, Locatelli, Invernizzi e Cademartori. Anche lo zucchero di Eridania è per il 49% nelle mani francesi di Cristalalco Sas, mentre già dal 2009 Nutrition & Santé (che fa capo al gruppo Novartis) acquistò Orzo Bimbo. Non sono immuni dalle acquisizioni neppure olio, spumanti e vino: gli spagnoli di Deòleo hanno Bertolli, Carapelli, Sasso, Minerva Oli e Friol, mentre lo zar della vodka Roustam Tariko ha comprato il 70% Gancia a dicembre 2011. Dalla colazione al dopo cena, la tavola si veste di marchi stranieri: le confetture della Boschetti alimentare sono francesi (il 95% dell’azienda è di Fiannciere Luber sas), l’industria casearia Giovanni Ferrari, che vende Parmigiano Reggiano e Grana padano, è per il 25% di Boingrain Europ, così come un quarto di Riso Scotti è degli spagnoli di Ebro Foods. Dalla Spagna sono arrivate anche altri acquirenti: Agrolimen ha il 75% di Star, Camprofio food group è proprietaria della Fiorucci salumi.

Non è immune dalla colonizzazione straniera neanche la grande industria: Ferretti group, colosso della cantieristica e primo produttore al mondo degli yacht di lusso, è stata acquistata il 75% dalla società cinese Shandong Heavy Industry Group che adesso tiene tutti con il fiato sospeso con la cassaintegrazione dei dipendenti nei sei stabilimenti italiani e la minaccia di delocalizzare in Cina. In mani francesi c’è l’energia, visto che Edison, secondo produttore in Italia, è controllata dai francesi (ancora loro) di Edf, mentre solo per un soffio in questi giorni è sfumata l’entrata dei cinesi di Hutchison Whampoa nell’azionariato di Telecom Italia.
Pezzi d’Italia che se ne vanno in mani straniere pronte a trasformare difficoltà economiche e liti familiari in ottime occasioni di investimento.

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