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sabato 04 dicembre 2021
 
Aborto
 

Il veto della Regione Lazio sui medici obiettori

22/02/2017  Il bando discrimina in un concorso per l'assunzione di due ginecologi al San Camillo di Roma finalizzato al servizio di interruzione volontaria di gravidanza. I nuovi assunti rischierebbero così il licenziamento se dovessero rifiutarsi di praticare aborti

Un bando di concorso indetto nella primavera scorsa dall'ospedale San Camillo dà il via a una prova di forza da parte della regione Lazio sulla guerra dei numeri su medici obiettori o non obiettori e la corretta attuazione della legge 194. Troppi, secondo la regione Lazio, quelli che rifiutano di effettuare gli aborti al punto da mettere in crisi l’organizzazione degli ospedali. E così Nicola Zingaretti annuncia una sperimentazione, cioè un concorso finalizzato proprio al servizio di Interruzione volontaria di gravidanza, cosa che rende estremamente difficile l'obiezione di coscienza. Grazie alla nuova formula del bando chi, assunto con questa modalità, opponesse l'obiezione di coscienza di fronte a un aborto, potrebbe rischiare il licenziamento o la mobilità.

Numerose le voci contro questa decisione discriminatoria. Innanzitutto quella della Cei, che sottolinea il pretesto dello scarso numero di medici obiettori: «Il ministero della Salute ha fatto recentemente un'indagine appurando che il numero di medici non obiettori risulta sufficiente per coprire ampiamente la domanda di interruzioni volontarie di gravidanza».

Si tratta della  "Relazione del Ministero della Salute sulla attuazione della legge contenente norme per la tutela sociale della maternità e per l'interruzione di gravidanza" da cui emergono, infatti, dati, in questo caso relativi al 2014, che mostrano una sostanziale stabilità del carico di lavoro settimanale medio per ciascun ginecologo non obiettore. Considerando 44 settimane lavorative in un anno (valore utilizzato come standard nei progetti di ricerca europei), il numero di Interruzioni di gravidanza per ogni ginecologo non obiettore, settimanalmente, va dalle 0.4 della Valle d’Aosta alle 4.7 del Molise. La media nazionale è quindi di 1.6 aborti a settimana. Siamo quindi lontani dall’estenuante carico di lavoro denunciato con finalità puramente ideologiche.

 «Tutto questo - commenta don Arice il direttore dell'ufficio della Pastorale sanitaria della Cei - fa molto dubitare sulla bontà di questo provvedimento». E il fatto che questa decisione possa essere un apripista per altre strutture sanitarie «è un timore. Ma io spero che i medici dicano con coscienza e con autorevolezza la loro opinione, perché sono loro i primi ad esser colpiti da questa decisione».

Si sono fatti sentire i Medici cattolici attraverso le parole del loro presidente Filippo Maria Boscia: «In un panorama sanitario nazionale che va sempre più in frantumi, nella regione Lazio si indicono concorsi e si stipulano contratti a tempo indeterminato per il ruolo sanitario, ponendo tra i requisiti concorsuali la clausola  “non obiettori”, distintivo discriminatorio aggiuntivo assolutamente inaccettabile».

Interviene con forza anche il presidente del Movimento per la Vita Italiano l’onorevole Gian Luigi Gigli: «La pretesa di bandire presso l’Ospedale San Camillo di Roma posti riservati esclusivamente a ginecologi disponibili a praticare aborti è un insulto alla libertà di coscienza del medico, oltre che un approccio illiberale e anticostituzionale al problema della 194. Ancora una volta il Pd mostra di essere più attento ai diritti civili che ai diritti umani e alla giustizia sociale. Ormai manca solo che qualcuno chieda di approvare anche in Italia una legge simile a quella francese che recentemente ha previsto il delitto di “ostacolo all'aborto"».

Le parole di Zingaretti («dobbiamo affrontare il grande tema dell'attuazione vera della 194 nei modi tradizionali anche sperimentando forme molto innovative di tutela di una legge dello Stato che altrimenti verrebbe disattesa») fanno sorridere, se non ci fosse da piangere, per la solerzia con cui si vuole applicare la parte della legge 194 legata all'aborto. Solerzia che contrasta, invece, con lo scarso impegno con cui si affronta quella parte della legge in cui si parla di prevenzione e dell'importanza di colloqui per appurare la reale coscienza della donna che decide di ricorrere all'aborto. 

«La legge 194 - spiega infatti Gigli – chiede piuttosto di essere applicata nella parte riguardante la prevenzione dell’aborto che la Regione Lazio, più di altre, disattende completamente, non proponendo alle donne altra alternativa. Il ministero della Salute ha ampiamente dimostrato che non esiste in Italia alcun bisogno di potenziare il servizio IVG, anche per quanto riguarda il carico di lavoro dei medici non obiettori. L’Europa stessa ha dovuto riconoscerlo quando chiamata in causa dalla Cgil. Tutto il resto è noia ideologica».

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