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giovedì 09 dicembre 2021
 
 

Sarah, di corsa per le donne arabe

10/08/2012  Alle Olimpiadi 2012 per la prima volta due atlete, Sarah Attar e Wojdan Shaherkani, hanno rappresentato le donne saudite. Che nel Paese ultraconservatore ancora non possono guidare.

L'atleta saudita Sarah Attar durante la gara degli 800 metri a Londra (Ansa).
L'atleta saudita Sarah Attar durante la gara degli 800 metri a Londra (Ansa).

Non cambierà certo gli equilibri politici e diplomatici di un Paese ultraconservatore come l'Arabia Saudita. Forse neppure scalfirà l'assolutismo della rigida monarchia islamica. Eppure, ci piace pensare che l'impresa della mezzofondista Sarah Attar, una delle due prime atlete donne saudite che hanno partecipato ai Giochi Olimpici, sia il simbolo forte di un cambiamento silenziosamente in atto, di un nuovo vento che soffia sul Medio Oriente e sulla Penisola arabica. Sarah Attar, 19 anni, studentessa in un college americano, è scesa in pista per la gara degli 800 metri (ultima batteria), completamente coperta dalla testa ai piedi, hijab bianco a coprirle il capo (ma non il viso), maglia a maniche lunghe e calzamaglia nera.

Ha corso al fianco delle altre atlete. Ha sorriso orgogliosa in pista. Ed è scappata via dagli sguardi quando gli spettatori si sono alzati per regalarle un applauso dopo il suo arrivo al traguardo. E poco importa che si sia piazzata ultima, con più di mezzo minuto di ritardo rispetto alla penultima concorrente della batteria. Lei, prima donna saudita a scendere in pista in una gara di corsa olimpica, la sua vittoria l'ha conquistata.    

Sarah Attar voleva lanciare un messaggio alle donne dell'Arabia Saudita: impegnarsi di più nello sport, sognare, anche loro, di diventare atlete, come lei. Figlia di una statunitense e di un arabo, la Attar è nata negli Stati Uniti, in California, corre per un'università nei pressi di Los Angeles, ha trascorso poco tempo in Arabia. Ha la doppia cittadinanza, ma ha scelto di rappresentare il Paese di suo padre ai Giochi olimpici, con il velo sul capo, per dare un significato alla sua gara che andasse oltre l'evento sportivo: dimostrare alle donne che si può essere atlete ad alti livelli conciliando lo sport con la tradizione islamica vigente nella monarchia saudita,  dove le donne ancora non possono viaggiare all'estero, subire interventi medici e lavorare senza il permesso di un uomo della famiglia, non possono guidare un'auto, e hanno ottenuto il diritto di voto e di elettorato nel 2011 (ma a partire dalle elezioni del 2015). 

La Attar aveva rischiato di non gareggiare, a causa di una controversia relativo all'altra atleta della squadra olimpionica saudita, la judoka Wojdan Shaherkani: la Federazione internazionale voleva che l'atleta scendesse sul tatami con il capo scoperto, perché il velo avrebbe potuto causare soffocamento e rappresentare, dunque, un pericolo. La delegazione saudita voleva che la sua judoka gareggiasse con indosso l'hijab, pena il ritiro di tutta la squadra dai Giochi. Alla fine, si è raggiunto un compromesso: un velo islamico disegnato appositamente per la gara della Shaherkani, superando le dispute. 

Oltre all'Arabia Saudita, altri due Paesi islamici hanno portato per la prima volta delle atlete donne alle Olimpiadi: il Qatar e il Brunei. Un'Olimpiade memorabile: per la prima volta nella storia dei Giochi tutte le 203 delegazioni hanno partecipato con almeno un'atleta donna.  
     

 
 
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