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martedì 30 novembre 2021
 
la testimonianza
 

Quarant'anni fa l'attentato a Giovanni Paolo II. Dziwisz: «I medici pensavano che non sopravvivesse»

12/05/2021  «Si accasciò al mio fianco. “Fa male”, mi disse. Al Gemelli mi invitarono a dargli l’unzione degli infermi. Poi, l’operazione di cinque ore e mezza. Riuscita. Era salvo»: a 40 anni di distanza l’ex segretario particolare di san Giovanni Paolo II, arcivescovo emerito di Cracovia, ricorda quei terribili momenti, tra angoscia e fede

Papa Giovanni Paolo II, sorretto dai collaboratori, qualche istante dopo l'attentato, il 13 maggio 1981, in piazza San Pietro. Foto Ansa.
Papa Giovanni Paolo II, sorretto dai collaboratori, qualche istante dopo l'attentato, il 13 maggio 1981, in piazza San Pietro. Foto Ansa.

«Avevo udito il primo sparo che fece sollevare in volo uno stormo di colombi. Erano come imbizzarriti. Subito dopo, il secondo colpo. Il Santo Padre cominciò ad accasciarsi su un fianco, addosso a me. Cercavo di sorreggerlo, ma lui era come se si lasciasse andare. Aveva in volto una smorfia di dolore. Era stato colpito. Gli chiesi: “Dove?”. E lui rispose: “Al ventre”. E io: “Fa male?”. E lui: “Fa male”. Non c’era spazio per i miei pensieri. Ero concentrato su lui, e mi ripetevo: “Bisogna salvarlo, bisogna salvarlo”». Comincia così il racconto dell’uomo ombra di Giovanni Paolo II, il cardinale Stanisław Dziwisz, all’epoca segretario particolare del Pontefice. Minuti terribili, secondi infiniti, istanti convulsi. Tutto il mondo era sospeso lì, in piazza San Pietro, quel 13 maggio 1981 alle ore 17,19. «La Provvidenza mi ispirò nel decidere di non farlo portare nell’appartamento ma trasportarlo al Gemelli. Era difficile decidere cosa fosse più giusto fare». Infatti non c’era un secondo da perdere. E così, la corsa disperata al Policlinico Gemelli. Dziwisz ricorda quell’interminabile tragitto: «Sentivo che invocava: “Gesù, Maria madre mia”. Il Santo Padre non chiese chi fosse stato a colpirlo. Era unicamente assorto nella preghiera di invocazione».

L’ambulanza arrivò finalmente all’ospedale romano. «La situazione  era grave. Non si era pronti per un’emergenza di quel tipo. Portarono il Santo Padre prima al decimo piano, per poi scendere al nono. Finalmente arrivammo alla sala operatoria». Il racconto si fa più concitato: «Sentii gridare: “Di qui facciamo prima”. Erano gli infermieri che per abbreviare il tragitto sfondavano due porte. Gli stessi medici che eseguirono l’intervento, in primis il professor Crucitti, mi confessarono di averlo preso in carico senza credere nella sopravvivenza del paziente».

 

Il Papa Giovanni Paolo II, ritratto il 19 maggio 1981, durante la degenza al policlinico Gemelli di Roma. Foto Ansa.
Il Papa Giovanni Paolo II, ritratto il 19 maggio 1981, durante la degenza al policlinico Gemelli di Roma. Foto Ansa.

Il battito cardiaco era sempre più flebile. Il medico personale del Papa, il dottor Buzzonetti, si avvicinò a monsignor Stanisław Dziwisz e lo esortò: «Gli dia l’unzione degli infermi». «Era come se mi dicessero che non c’era più nulla da fare. Con l’animo straziato, gli diedi l’unzione». Da questo momento in poi, l’interminabile attesa per l’esito dell’intervento. Un’attesa angosciata, ma confidente nella Misericordia di Dio. Continua il cardinale nel suo ricordo: «Mi appostai fuori dalla sala operatoria e non facevo altro che pregare, pregare, pregare. Ogni tanto mi raggiungeva un medico per informarmi sull’andamento dell’operazione, dandomi così motivo per raccogliermi con ancor più intensità nella supplica di affidamento a Dio e a sua Madre, la Vergine Maria». L’operazione durò quasi cinque ore e mezza. «È andato tutto bene»: ascoltando queste parole, monsignor Stanisław tirò un sospiro di sollievo. Il Papa era salvo. «Trasferito in ranimazione, il Santo Padre si risvegliò dal sonno dell’anestesia alle prime ore dell’alba.  Aprì gli occhi, mi guardò ma faceva fatica a riconoscermi. Disse alcune parole: “Dolore… sete”».

 

 Il cardinale Stansilaw Dziwisz.
Il cardinale Stansilaw Dziwisz.

A quarant’anni esatti da quel drammatico avvenimento, è quasi naturale chiedersi come sarebbe stato il suo pontificato senza quel sanguinoso attentato. «Il Papa avrebbe proseguito con la strategia che aveva nella mente e nel cuore fin dai primi giorni del suo ministero petrino», risponde il cardinale Dziwisz.

«Con l’attentato, per certi versi, è diventato ancora più sé stesso, ancora meglio concentrato sulla sua missione. Si è aggiunto un carisma che non l’ha più abbandonato, fino alla fine dei suoi giorni terreni. Mi sembra di poter leggere la drammatica vicenda dell’attentato come uno stigma incancellabile sulla persona del Papa e sull’intero pontificato. Potremmo fare un parallelo con i primi cristiani che si trovarono ad affrontare il martirio. I sopravvissuti alle torture diventavano soggetti nuovi, con un’autorevolezza speciale, con un fascino catalizzatore. Come stupirsi che un uomo che ha affrontato i leoni abbia poi raggiunto delle vette singolari di santità riconosciuta dalla Chiesa, dopo la sua morte (fu beatificato il 1° maggio 2011 e canonizzato il 27 aprile 2014, ndr)?  Ecco perché dobbiamo inchinarci, in questo, come in ogni altro caso, ai disegni misteriosi della Divina Provvidenza».

 
 
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