Contribuisci a mantenere questo sito gratuito

Riusciamo a fornire informazione gratuita grazie alla pubblicità erogata dai nostri partner.
Accettando i consensi richiesti permetti ad i nostri partner di creare un'esperienza personalizzata ed offrirti un miglior servizio.
Avrai comunque la possibilità di revocare il consenso in qualunque momento.

Selezionando 'Accetta tutto', vedrai più spesso annunci su argomenti che ti interessano.
Selezionando 'Accetta solo cookie necessari', vedrai annunci generici non necessariamente attinenti ai tuoi interessi.

logo san paolo
domenica 14 luglio 2024
 
dossier
 

Il Papa alle autorità: «Attuare senza ritardi il processo di pace»

03/02/2023  Papa Francesco arriva in Sud Sudan insieme con l'arcivescovo di Canterbury e il moderatore della Chiesa di Scozia, in un pellegrinaggio ecumenico volto a sbloccare la situazione di stallo che si è creata nel Paese. Forte il grido contro la corruzione e contro chi continua a far arrivare armi nonostante i divieti. I bambini devono avere giocattoli in mano e non strumenti di morte. Intanto però continuano le stragi: almeno 30 morti nelle 24 ore precedenti l'arrivo di Francesco

Il Papa arriva in Sud Sudan appena dopo i massacri che, nelle ultime 24 ore hanno causato non meno di 30 morti. Lo fa, come «pellegrino di pace», insieme con l’Arcivescovo di Canterbury e con il Moderatore dell’Assemblea generale della Chiesa di Scozia perché, «nella pace, come nella vita, si cammina insieme». Parla in modo franco, Bergoglio, chiedendo conto del camino di pace che ancora stenta ad affermarsi nonostante gli accordi e la promessa di libere elezioni che si sarebbero dovute tenere proprio in questo mese di febbraio e che invece sono nuovamente slittate. «Tendendovi la mano», dice Francesco, «ci presentiamo a voi e a questo popolo nel nome di Gesù Cristo, Principe della pace. Abbiamo infatti intrapreso questo pellegrinaggio ecumenico di pace dopo aver ascoltato il grido di un intero popolo che, con grande dignità, piange per la violenza che soffre, per la perenne mancanza di sicurezza, per la povertà che lo colpisce e per i disastri naturali che infieriscono. Anni di guerre e conflitti non sembrano conoscere fine e pure ieri si sono verificati aspri scontri, mentre i processi di riconciliazione sembrano paralizzati e le promesse di pace restano incompiute».

Ma l’attesa deve finire, questa, dice con forza il Pontefice, «è l’ora della pace».

Chiede, dalle autorità, un impegno «a rigenerare la vita sociale, come fonti limpide di prosperità e di pace, perché di questo hanno bisogno i figli del Sud Sudan: hanno bisogno di padri, non di padroni; di passi stabili di sviluppo, non di continue cadute. Gli anni successivi alla nascita del Paese, segnati da un’infanzia ferita, lascino il posto a una crescita pacifica. Illustri Autorità, i vostri “figli” e la storia stessa vi ricorderanno se avrete fatto del bene a questa popolazione, che vi è stata affidata per servirla. Le generazioni future onoreranno o cancelleranno la memoria dei vostri nomi in base a quanto fate ora perché, come il fiume lascia le sorgenti per avviare il suo corso, così il corso della storia lascerà indietro i nemici della pace e darà lustro a chi opera per la pace: infatti, come insegna la Scrittura, “l’uomo di pace avrà una discendenza”».  Ricordando l’incontro di Roma del 2019, quando lui stesso aveva baciato i piedi ai leader religiosi e ai governanti del Sud Sudan per invocare la pace, Francesco chiede implora che «questa terra non si riduca a un cimitero, ma torni a essere un giardino fiorente». E allora bisogna dire «Basta». Basta «senza “se” e senza “ma”: basta sangue versato, basta conflitti, basta violenze e accuse reciproche su chi le commette, basta lasciare il popolo assetato di pace. Basta distruzione, è l’ora della costruzione! Si getti alle spalle il tempo della guerra e sorga un tempo di pace! Su questo signor presidente mi viene nel cuore un pensiero notturno che abbiamo avuto sognando la pace, Andiamo avanti per questo». E poi sottolinea che non basta la parola Repubblica per arrivare alla pace e se questa «designa il corso intrapreso dal popolo sud sudanese il 9 luglio 2011», bisogna anche «riconoscersi come realtà pubblica, affermare, cioè, che lo Stato è di tutti; e dunque che chi, al suo interno, ricopre responsabilità maggiori, presiedendolo e governandolo, non può che porsi al servizio del bene comune. Ecco lo scopo del potere: servire la comunità. La tentazione sempre in agguato è invece di servirsene per i propri interessi. Non basta perciò chiamarsi Repubblica, occorre esserlo, a partire dai beni primari: le abbondanti risorse con cui Dio ha benedetto questa terra non siano riservate a pochi, ma appannaggio di tutti, e ai piani di ripresa economica corrispondano progetti per un’equa distribuzione delle ricchezze».

Chiama a uno sviluppo democratico, dove ci sia «la benefica distinzione dei poteri, così che, ad esempio, chi amministra la giustizia possa esercitarla senza condizionamenti da parte di chi legifera o governa. La democrazia presuppone, inoltre, il rispetto dei diritti umani, custoditi dalla legge e dalla sua applicazione, e in particolare la libertà di esprimere le proprie idee».  Ci vogliono giustizia e libertà

Ricordando il tragitto del fiume Nilo che, «lasciate le sorgenti, dopo aver attraversato alcune zone scoscese che creano cascate e rapide, una volta entrato nella pianura sud sudanese, proprio nei pressi di Giuba diventa navigabile, per poi addentrarsi in zone più paludose», il Papa auspica, analogamente che «il tragitto di pace della Repubblica non proceda ad alti e bassi, ma, a partire da questa capitale, diventi percorribile, senza rimanere impaludato nell’inerzia. Amici, è tempo di passare dalle parole ai fatti. È tempo di voltare pagina, è il tempo dell’impegno per una trasformazione urgente e necessaria. Il processo di pace e di riconciliazione domanda un nuovo sussulto». Vanno applicati sia l’Accordo di pace che la Road map, insiste il Papa chiedendo che si colga l’occasione di questo «pellegrinaggio ecumenico di pace» per «ricominciare a navigare in acque tranquille, riprendendo il dialogo, senza doppiezze e opportunismi». Non è più tempo di «lasciarsi trasportare dalle acque malsane dell’odio, del tribalismo, del regionalismo e delle differenze etniche; è tempo di navigare insieme verso il futuro!». E per farlo occorre «rispettarsi, conoscersi, dialogare. Perché, se dietro ogni violenza ci sono rabbia e rancore, e dietro a ogni rabbia e rancore c’è la memoria non risanata di ferite, umiliazioni e torti, la direzione per uscire da ciò è solo quella dell’incontro: accogliere gli altri come fratelli e dare loro spazio, anche sapendo fare dei passi indietro. Questo atteggiamento, essenziale per i processi di pace, è indispensabile anche per lo sviluppo coeso della società. E per passare dall’inciviltà dello scontro alla civiltà dell’incontro è decisivo il ruolo che possono e vogliono svolgere i giovani». I giovani e le donne vanno coinvolti maggiormente e, nei confronti di queste ultime il Papa chiede che «ci sia rispetto, perché chi commette violenza contro una donna la commette contro Dio, che da una donna ha preso la carne».

E mentre ringrazia i missionari, molti dei quali hanno perso la vita per portare speranza in questo Paese, pensa anche alle «calamità naturali» che «raccontano un creato ferito e sconquassato, che da fonte di vita può tramutarsi in minaccia di morte. Occorre prendersene cura, con uno sguardo lungimirante, rivolto alle generazioni future. Penso, in particolare, alla necessità di combattere la deforestazione causata dall’avidità del guadagno». Soprattutto, però, perché un fiume non esondi bisogna tenerne pulito il letto. «Fuor di metafora», dice senza giri di parole, «la pulizia di cui il corso della vita sociale abbisogna è la lotta alla corruzione. Giri iniqui di denaro, trame nascoste per arricchirsi, affari clientelari, mancanza di trasparenza: ecco il fondale inquinato della società umana, che fa mancare le risorse necessarie a ciò che più serve. Anzitutto a contrastare la povertà, che costituisce il terreno fertile nel quale si radicano odi, divisioni e violenza».

Il fiume va dotato di argini adeguati, che qui significa «anzitutto» arginare «l’arrivo di armi che, nonostante i divieti, continuano a giungere in tanti Paesi della zona e anche in Sud Sudan: qui c’è bisogno di molte cose, ma non certo di ulteriori strumenti di morte. Altri argini sono imprescindibili per garantire il corso della vita sociale: mi riferisco allo sviluppo di adeguate politiche sanitarie, al bisogno di infrastrutture vitali e, in modo speciale, al ruolo primario dell’alfabetismo e dell’istruzione, unica via perché i figli di questa terra prendano in mano il loro futuro. Essi, come tutti i bambini di questo Continente e del mondo, hanno il diritto di crescere tenendo in mano quaderni e giocattoli, non strumenti di lavoro e armi».

Multimedia
Le foto del primo giorno del Papa in Sud Sudan
Correlati
Sud Sudan, Hellen Hadia: "Faccio l'ostetrica per aiutare le donne della mia comunità"
Correlati
Le foto del primo giorno del Papa in Sud Sudan
Correlati
 
 
Pubblicità
Edicola San Paolo