I calciatori del Genoa e della Sampodoria, con le rispettive maglie, seduti gli uni accanto agli altri. I vigili del fuoco, i soccorritori, le crocerossine, la gente comune. Un applauso accoglie il capo dello Stato Sergio Mattarella e altri applausi, lunghi, calorosi, salutano le 18 salme coperte di fiori allineate sotto la tenda della fiera di Genova trasformata in altare .
Questa, dice il cardinale Angelo Bagnasco nella sua omelia, «è l’ora della grande vicinanza. Siamo certi che nel cuore di ognuno stia crescendo per Genova un amore ancora più grande, convinto che essa lo merita, che non può essere dimenticata da nessuno, e che la sua vocazione è scritta nella sua storia di laboriosità e di tenacia, oltre che nella sua posizione di porta fra il mare e il continente».
Con l’arcivescovo di Genova c’è tutta la cittadinanza che si stringe attorno alle bare. Ci sono gli imam chimati a benedire le due vittime musulmane unite alle altre nella tragedia.
«Nel nome del Dio unico, Signor presidente della Repubblica Mattarella, sua eminenza Bagnasco, presidente Conte, presidente Toti, sindaco Bucci, gentili autorità, cari concittadini», dice uno di loro, Mohamed Nour Dachan, prendendo la parola al termine della messa e dopo la benedizione dell’imam genovese Salah Husein per le due vittime albanesi, «siamo
qui oggi per esprimere la vicinanza e il cordoglio delle comunità islamiche alla città di Genova, alla Liguria, e all’Italia
intera. Il crollo di un ponte, che sia fisico o metaforico, provoca sempre un grande dolore. Due punti che non si toccano più
e portano via per sempre le vite di tante persone, segnano una perdita grave per l’umanità intera». E ancora, ha aggiunto l’imam genovese, «il dolore è immenso e affidiamo a Dio le nostre preghiere per le vittime, per le loro famiglie, per tutti i feriti e i dispersi, per gli sfollati, ma anche per tutti i soccorritori, vigili del fuoco, Protezione Civile, Croce Rossa, le Forze dell’ordine, Polizia e Carabinieri che da giorni lavorano senza sosta. La nostra preghiera», ha conitinuato in un discorso più volte interrotto dagli applausi, «sì trasmette anche a tutti coloro che hanno già celebrato i funerali in forma privata. Siamo vicini a tutti voi e chiediamo al Signore, Colui che nella sua infinita misericordia ci ha insegnato il valore dei ponti, con il primo ponte simbolico che ha unito il primo uomo e la prima donna, creando così l’unione di tutta l’umanità di renderci consapevoli delle nostre responsabilità e di accogliere le anime delle vittime e di consolare i loro familiari. Genova la superba saprà rialzarsi con fierezza, Genova la Zena, che in arabo significa la bella, è nei nostri cuori. Le comunità musulmane di Genova, della Liguria e dell’Italia intera pregano perché la pace sia con voi e perché il Signore protegga l’Italia e gli italiani».
«Il viadotto è crollato», aveva detto Bagnasco nell'omelia, «esso – com’è noto – non era solo un pezzo importante di autostrada, ma una via necessaria per la vita quotidiana di molti, un’arteria essenziale per lo sviluppo della Città. Genova però non si arrende: l’anima del suo popolo in questi giorni è attraversata da mille pensieri e sentimenti, ma continuerà a lottare. Come altre volte, noi genovesi sapremo trarre dal nostro cuore il meglio, sapremo spremere quanto di buono e generoso vive in noi e che spesso resta riservato, quasi nascosto». Vicino, con discrezione e lacrime, alle famiglie delle vittime e a tutto il popolo genovese, il cardinale ha sottolineato che «la rete organizzativa e la tempestività a tutti i livelli - istituzionale, di categoria e associazioni –, la professionalità di tutti, dei vigili del fuoco» e qui il discorso viene a lungo interrotto dagli applausi, «la disponibilità generosa di molti, la forza dei feriti, la preghiera e la solidarietà che subito si sono levate da ogni parte della Diocesi, rendono visibile l’anima collettiva della nostra Città. Ci auguriamo che i numerosi sfollati non solo trovino temporanea ospitalità, ma che possano ritrovare presto il necessario calore della casa».
Non ci sono parole per dire il dolore. «Sappiamo», dice l’arcivescovo, «che qualunque parola umana, seppure sincera, è poca cosa di fronte alla tragedia, così come ogni doverosa giustizia nulla può cancellare e restituire. L’iniziale incredulità e poi la dimensione crescente della catastrofe, lo smarrimento generale, il tumulto dei sentimenti, i “perché” incalzanti, ci hanno fatto toccare ancora una volta e in maniera brutale l’inesorabile fragilità della condizione umana». Ma non bisogna darsi per vinti: «Proprio dentro a questa esperienza, che tutti in qualche modo ha toccato», insiste il cardinale, «si intravvede un filo di luce. Quanto più ci scopriamo deboli ed esposti, tanto più sentiamo che i legami umani ci sono necessari: sono il tessuto non solo della famiglia e dell’amicizia, ma anche di una società che si dichiara civile. Questi vincoli, che ci uniscono gli uni con gli altri, richiedono una affidabilità solida e sicura: senza un amore affidabile, infatti, non sarebbe possibile vivere insieme. È la gioia della semplice presenza degli altri che ci permette di portare la vita, e di condividere gioie e dolori: come un ponte ci permette di varcare il vuoto, così la fiducia ci consente di attraversare le circostanze facili o ardite della strada terrena».
E, infine, l’invito a guardare in alto «verso Dio, fonte della speranza e della fiducia. Guardando a Lui eviteremo la disperazione e potremo tornare a guardare con coraggio il mondo, la vita, la nostra amata Città. Potremo guardarci gli uni gli altri e riconoscerci fratelli, perché figli dello stesso Padre ben oltre ogni differenza. Potremo rinnovare la fiducia reciproca e consolidare la vicinanza di queste ore. Potremo costruire ponti nuovi e camminare insieme».