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martedì 28 giugno 2022
 
 

Indonesia, il turismo copre il terrore

26/11/2012  Nel 2002 Bali fu colpita da un feroce attentato. Ora i terroristi cambiano strategia: colpiscono obiettivi domestici. Senza che l'Occidente e i turisti quasi se ne accorgano.

Chi aveva pronosticato la fine di Bali come paradiso turistico si è dovuto ricredere. Dieci anni dopo gli attentati che causarono la morte di oltre 200 persone, l'isola indonesiana è ancora una delle mete più gettonate da gente di mezzo mondo.
I più affezionati sono gli australiani, che per trascorrere una settimana qui, tra vulcani e spiagge mozzafiato, spendono poco più di 500 dollari.
Insomma, Bali sta agli australiani come Sharm el-Sheikh sta agli europei. E questo nonostante l'isola sia stata lo scenario del più cruento attentato della storia indonesiana, avvenuto a poco più di un anno dal crollo delle Torri Gemelle. Il 12 ottobre di dieci anni fa due attentatori suicidi si fecero saltare in aria a Kuta, la zona zona più turistica di Bali. Una terza bomba, più piccola, fu fatta esplodere fuori dal consolato americano a Denpasar. Alla fine i morti furono 202, di cui 164 stranieri e 38 indonesiani, a cui si aggiunsero oltre 200 feriti.

Quasi la metà delle vittime era australiana. Non è dunque un caso che venerdì, alla commemorazione del decimo anniversario della strage, nonostante l'allarme lanciato dalla polizia indonesiana per possibili attentati, sull'isola di Bali dovrebbe essere presente il premier australiano Julia Gillard. Che cosa è cambiato in questi 10 anni in Indonesia, il più popoloso stato mussulmano al mondo con i suoi 240 milioni di abitanti? Diversi membri della Jemaah Islamaiyah, l'organizzazione islamista affiliata ad Al Qaeda e considerata responsabile dell'organizzazione degli attentati, sono stati uccisi.
Tra questi ci sono alcuni personaggi di spicco come Imam Samudra, Amrozi Nurhasyim e Ali Ghufron, fucilati in una prigione indonesiana a fine 2008. Altre 700 persone sono finite in carcere, in alcuni casi scatenando polemiche inferocite sul tema dei diritti fondamentali dell'uomo.
Il caso più noto è quello di Riduan Isamuddin, presunto leader della Jemaah Islamiyah, soprannominato l'Osama Bin Laden del Sudest asiatico. Il 48enne indonesiano, pur non essendo stato accusato ufficialmente di aver organizzato gli attacchi di Bali, dopo essere stato catturato dalla Cia e incarcerato in un luogo segreto per oltre tre anni, si troverebbe ora nella prigione americana di Guantanamo.

Nel 2002 la strage di Bali sembrò l'ennesimo attentato organizzato in grande stile dalla galassia di Al Qaida per terrorizzare gli americani e i loro alleati sparsi per il mondo. Da quel giorno l'Indonesia è però sparita dai notiziari occidentali. Segno che il Paese è ritornato alla calma? Non proprio. Un recente report della Associated press calcola che dal 2002 ad oggi il numero di attentati all'interno dell'arcipelago del sud est asiatico sono aumentati. Ci sono stati altri quattro attacchi che hanno colpito occidentali causando in totale 45 vittime. L'ultimo è datato 2009, quando nella capitale Giacarta una doppia esplosione all'interno degli hotel Marriott e Ritz-Carlton provocò la morte di sette persone. Nella maggior parte dei casi, ad essere colpiti sono stati però gli stessi indonesiani.
Forse è per questo che i media occidentali non hanno puntato i loro obiettivi sul Paese?

Secondo la Associated Press, la svolta nella strategia delle organizzazioni terroristiche è arrivata nel 2010, quando gli imam più radicali hanno iniziato a concentrare le loro invettive su obiettivi domestici piuttosto che sui simboli dell'Occidente: stazioni di polizia, tribunali, luoghi nevralgici della politica indonesiana e dell'antiterrorismo. ù
Insomma, colpire tutto ciò che può rappresentare un ostacolo alla trasformazione dello stato secolare in una nazione islamica governata dalla Sharia, la legge coranica, ma evitando accuratamente di uccidere gli occidentali.
Una strategia che pare funzionare: dal 2010 ad oggi gli attentati in Indonesia sono aumentati, eppure l'Occidente sembra non essersene quasi accorto.

 
 
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