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lunedì 20 settembre 2021
 
Emergenza minori non accompagnati in Siria
 

Bambini soli nella guerra

05/10/2013  Sono più di 4 mila i piccoli siriani che hanno oltrepassato il confine senza ganitori o familiari. L'Unicef, insieme ai partner locali, si sta prodigando per offrire loro protezione. E chiede di poter accedere senza ostacoli alle aree di guerra.

Aya vive in uno squallido insediamento di tende in un frutteto di mandorle a Sawiri, proprio al confine con la Siria, vicino alla strada tra Damasco e Beirut. Ha 11 anni e si prende cura di suo fratello di 7 anni e della sorella di 4; sono tutti insieme ad uno zio. Giovedì scorso, in una delle attività ricreative supportate dall’Unicef, per la prima volta ha raccontato di aver visto suo padre esser fatto a pezzi davanti ai suoi occhi.

Ahmad, 12 anni, invece vive a Za’atari in Giordania, il secondo campo per rifugiati più grande al mondo, dove cammina da solo tra oltre 120 mila persone. Sorride strofinandosi gli occhi gonfi: «Ma qui mi hanno dato le medicine». Ahmad è arrivato a Za’atari dopo 70 chilometri in autobus da Irbid, dove i genitori lo avevano affidato alla nonna. Raccontandoti perché un bambino di 12 anni è partito da solo per passare il confine, ti spiega come la guerra in Siria stia rubando il futuro ai più giovani: «Sono venuto qui perché quattro o cinque volte al giorno la casa tremava per le bombe». I suoi genitori sono dovuti rimanere in Siria. E anche qui Ahmad ti spiega la guerra: «La mamma e il papà sono la cosa più importante per me».

Secondo Marixie Mercado, portavoce dell’Unicef, «sono oltre 4.150 bambini siriani che hanno oltrepassato il confine verso i Paesi vicini senza genitori o parenti adulti. Questo dato riguarda soltanto i bambini che sono stati identificati e registrati, ma il numero reale è chiaramente più alto».

Sono 1.170 “Ahmad”, tra i quali alcuni di appena nove anni, in Giordania, oltre 300 nel nord dell’Iraq e ben 1.698 in Libano. Qui, nella zona della Valle della Bekaa, alcuni bambini rifugiati sono stati trasferiti e impiegati come lavoratori nell’agricoltura. «Ognuno di questi bambini», spiega Mercado, «è stato vittima o ha assistito a livelli di violenza terribili. Separati dai propri parenti o da coloro che se ne sono presi cura, sono estremamente vulnerabili a sfruttamento e abusi».

Sono molteplici le ragioni per cui partono da soli: «Molti hanno perso le proprie famiglie nei combattimenti e stanno scappando per salvare le proprie vite. Alcuni per riunirsi con i membri delle proprie famiglie, che sono fuggiti prima, oppure sono mandati via dai propri genitori per paura che potessero essere arruolati in combattimenti. Altri sono stati mandati via perché semplicemente non c’è lavoro a casa e le loro famiglie sono in condizioni economiche difficili, e solo così possono avere accesso a servizi di base come acqua, cibo e riparo».

L’Unicef sta lavorando con i suoi partner locali per identificare i bambini soli per garantire loro protezione, che significa alloggi, supporto medico, sostegno psicosociale e nell’istruzione. Lavora anche nell’identificazione e nel ricongiungimento dei membri di una stessa famiglia, come è successo a Hassan, 16 anni, arrivato solo al campo di Za’atari. Lui è stato fortunato: in meno di ventiquattro ore dall’arrivo, ha ritrovato la famiglia. Suo fratello Bilal racconta: «Gli operatori di Unicef/Irc mi hanno chiamato di notte dicendo che mio fratello era qui. L’ultima volta che l’avevo visto era tre mesi fa».

Nei campi per rifugiati, si prova a resistere anche organizzando delle scuole per i tanti minori. Un ruolo significativo è affidato anche a volontari, a loro volta sfollati. Come Nergiz Ibrahim, 29 anni, laureata in lingua inglese all’Università di Damasco. Nonostante i quaranta gradi del caldo iracheno, è felice di aiutare nelle classi dei bambini che, al campo di Baherka, il 22 settembre hanno ripreso ad andare a scuola.

Se la situazione dei minori siriani nei paesi confinanti è molto dura, anche i civili intrappolati all’interno della Siria continuano a essere tagliati fuori dall’assistenza necessaria di emergenza, cioé vaccinazioni, acqua potabile, rifugi, istruzione e supporto psicologico. «Mentre i combattimenti continuano, alcune aree sono sotto assedio da mesi e mesi, lasciando le famiglie a lottare per la sopravvivenza», spiega Anthony Lake, Direttore generale dell’Unicef. «I bambini della Siria hanno sofferto troppo e per troppo tempo, e continueranno a sopportare le conseguenze di questa crisi per molti anni a venire».

Una soluzione almeno alle prime emergenze ci sarebbe. Ad esempio la prossima campagna di vaccinazioni Child Health Day, con un focus speciale su 700 mila bambini che non sono stati raggiunti durante le più recenti campagne di vaccinazioni.

Nell’anno passato, l’Agenzia dell’Onu e i suoi partner hanno affrontato grandi difficoltà nel raggiungere centinaia di migliaia di bambini ad Aleppo, nella Damasco Rurale, a Homs, Deir ez Zour e nella Daraa Rurale: scorte mediche, comprendenti vaccini, sono state trattenute ai checkpoint, e sono stati ritardati lavori di importanza vitale come la riparazione di condutture d’acqua.

Per questo, l’Unicef chiede di accedere senza ostacoli alle aree di guerra: «Noi dobbiamo poter raggiungere questi bambini, con urgenza e senza restrizioni. Il governo della Siria e i gruppi dell’opposizione possono far sì che ciò accada da subito, consentendo agli operatori umanitari di raggiungere i bambini con aiuti salvavita», conclude Lake.

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