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Ricerche
 

Giovani, il grande spreco

28/11/2014  Non è vero che i ragazzi italiani sono bamboccioni: restano in casa per ragioni economiche, non per pigrizia. Infatti sono vittime di un Paese che non investe sull'innovazione, anche se, da parte loro, manca partecipazione politica. Una ricerca presentata al Future Forum di Udine sfata molti stereotipi.

I giovani italiani, scoraggiati dalla mancanza e dalla precarietà del lavoro, non sono al centro delle politiche economiche di crescita. Complice la scuola che prepara a carriere individuali e non più alla costruzione di una società nuova. Vale la pena non far cadere nel vuoto la ricerca presentata al Future Forum, la rassegna sul futuro e sull'innovazione che si è svolta a Udine fra il 20 ottobre e il 20 novembre.

«I giovani dovrebbero essere i protagonisti della storia di un Paese che mette in campo le sue potenzialità per costruire un futuro migliore», ha spiegato Alessandro Rosina, docente di Demografia e statistica sociale all'Università Cattolica di Milano. «Invece siamo agli ultimi posti in Europa per il maggior rapporto di giovani che vivono ancora con i genitori e i cosiddetti neet, di età tra i 15 e i 29 anni, che non sono occupati né studiano né sono in cerca di un lavoro».

Una tendenza che non è da ascrivere né a motivi culturali né al senso di protezione tipico della famiglia mediterranea. Ma a fattori strutturali economici. «È scesa dal 40,6 al 31,4 la percentuale di chi dichiara di stare in famiglia per comodità», precisa Rosina. «La motivazione legata alle difficoltà economiche è invece passata dal 34 al 40,2%. Peggio: quasi il 50% di quelli che dichiarano di voler vivere da soli non ce la fa e il 70% di quelli che ci provano sono costretti a tornare indietro».

Il problema è a monte. I Paesi che considerano i giovani come una risorsa sono quelli che investono maggiormente in innovazione, formazione e ricerca, nonché in politiche attive del lavoro. E sono i Paesi trainanti in Europa, quelli con meno diseguaglianze e quelli in cui i giovani lavorano di più e sono indipendenti prima.

I millennials, giovani diventati maggiorenni attorno al 2000, sono nativi digitali. Sicuri di sé e delle proprie capacità. Aperti al cambiamento. In grado di produrre discontinuità rispetto al passato, portati a produrre innovazione. Quindi, non chiamiamoli più bamboccioni. Semmai frustrati. Scoraggiati. Disinnamorati della vita politica. Conclude Adolfo Scotto Di Luzio, docente di Storia delle istituzioni scolastiche ed educative all'Università di Bergamo: «C’è una clamorosa assenza di protagonismo politico dei giovani nelle società contemporanee: i giovani sono per la prima volta del mondo moderno politicamente latitanti».

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