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domenica 01 agosto 2021
 
crisi in spagna
 

Condanne dei leader separatisti, Barcellona in fiamme

16/10/2019  Il cosiddetto processo catalano si è concluso con sentenze clamorose: pene dai 9 ai 13 anni di carcere per i 12 imputati, politici e rappresentanti della società civile. Per le strade della città si è scatenata la protesta degli indipendentisti, che si sono riversati all'aeroporto e si sono scontrati con la polizia nel quartiere centrale dell'Eixample.

(Foto Reuters: i manifestanti indipendentisti affrontano i poliziotti all'aeroporto di Barcellona)

Notte di fuoco, barricate e rabbia a Barcellona, con scene di guerriglia urbana, scontri tra manifestanti e polizia, incendi nel cuore della città, nel quartiere dell'Eixample, lungo il famoso Paseo de Gracia, dove i Mossos d'Esquadra,  i poliziotti catalani, hanno caricato per disperdere i manifestanti più violenti. La protesta dei catalanisti non accenna a placarsi, dopo la clamorosa sentenza del Tribunale supremo spagnolo che ha condannato i dodici leader separatisti catalani (dei quali nove già in custodia cautelare da quasi due anni), tra politici e rappresentanti di organizzazioni indipendentiste, con pene dai 9 ai 13 anni di carcere, per i fatti riguardanti il referendum sull'autodeterminazione della Catalogna del 1° ottobre del 2017. Il 14 ottobre, subito dopo la sentenza, i manifestanti catalanisti hanno si sono riversati lungo l'autostrada che collega la città all'aeroporto El Prat e hanno tentato di occupare la sede aeroportuale creando scompiglio, tensione e paralizzando i voli in arrivo e in partenza. Almeno trenta persone sono state arrestate.

Tra i dodici condannati, ci sono l'ex presidente del Parlamento catalano Carme Forcadell, l'ex vicpresidente del Governo della Catalogna Oriol Junqueras,  altri ex ministri al tempo dei fatti, i presidenti di due organizzazioni della società civile. L'ex presidente della Catalogna Carles Puigdemont e quattro ministri vivono in esilio e per questo non sono stati processati. Per Puigdemont, che si trova tuttora in Belgio, è stato emesso un nuovo mandato internazionale di arresto con l'accusa di sedizione e appropriazione indebita. I reati per le quali i leader separatisti sono stati processati sono: ribellione (che comporta la reclusione fino a 25 anni), sedizione, associazione a delinquere, uno improprio dei fondi pubblici, disobbedienza. Le pene più pesanti sono state inflitte all'ex vicepremier Junqueras: 13 anni di carcere per sedizione e malversazione, mentre è caduta l'accusa di ribellione.  Ai nove imputati già in carcerazione preventiva,  il Tribunale ha inflitto un totale di quasi 100 anni di detenzione. 

 Per il Governo autonomo della Generalitat della Catalogna, la sentenza è "una decisione inaccettabile e un errore storico", si legge nel comunicato del dicastero autonomo catalano degli Affari esteri. Il processo fin dall'inizio avrebbe avuto "una natura politica", mentre "l'unica via di uscita da questo conflitto passa per il dialogo e la negoziazione". In un dichiarazione ufficiale rilasciata dall'ufficio del presidente della Catalogna, attualmente Quim Torra, si legge che sono state condannate "persone che hanno sempre operato con sentimenti scrupolosamente democratici e assolutamente pacifici". Più avanti: "La rivendicazione nazionale della Catalogna è un fatto permanente nel corso della sua storia. E, nonostante il diritto internazionale, patti e convenzioni a difesa dei diritti umani, civli e politici, incluso il diritto all'autodeterminazione, non ha mai ricevuto una risposta positiva dallo Stato". Il diritto all'autodeterminazione, si legge ancora, "è un diritto delle nazioni riconosciuto in trattati internazionali sottoscritto dal Regno di Spagna".

Per confermare il carattere pacifico e democratico delle rivendicazioni indipendentiste, la Generalitat ha preso decisamente le distanze dalle proteste più violente e radicali dei gruppi separatisti estremisti che cercano di crerare confusione e minare la convivenza civile, ha appoggiato le azioni dei Mossos d'esquadra e richiamato alla strada del dialogo e della conciliazione, senza strappi e fratture nette. La profonda crisi della Catalogna si riflette su tutta la Spagna alimentando, come scrive il quotidiano catalano La Vanguardia, un'enorme, generalizzata sfuducia nei confronti della politica, in un momento istituzionale particolarmente complicato e delicato per il Paese, a sole quattro settimane dalla nuova tornata elettorale. Le ultime elezioni del 28 aprile avevano decretato la vittoria dei socialisti di Pedro Sánchez, che però non è riuscito a formare un'alleanza di governo solida con Unidas Podemos di Pablo Iglesias. Così, il 10 novembre gli spagnoli tornano alle urne, per la seconda volta in sette mesi e la quarta volta negli ultimi quattro anni, con lo spettro di una crisi catalana esasperante e interminabile che ora, nelle intenzioni dei catalanisti, assume anche dei contorni europei. 

Secondo il Governo della Catalogna - si legge ancora nel comunicato del conseller (ministro) deglli Affari esteri Alfred Bosch - "l'impatto di questa sentenza va ben oltre i confini catalani e conduce a una criminalizzazione della dissidenza all'interno dello Stato spagnolo e a una violazione dei diritti civili e politici dei cittadini spagnoli e pertanto anche europei". Dal canto suo il ministro degli Esteri spagnolo Josep Borrell, lui stesso catalano, ha ribadito "l'indivisibilità" della Spagna e rimproverato "l'atteggiamento totalitario" dei separatisti che "escludono parte della popolazione che non la pensa come loro". In questo clima di alta tensione, la strada del dialogo appare tutta in salita: nei prossimi giorni sono in programma nuove manifestazioni di protesta dei catalanisti e uno sciopero generale. 

 

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