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giovedì 02 dicembre 2021
 
Lirica
 

Cecilia Bartoli, una Norma convincente

05/09/2013  Come altre cantanti, anche lei ha dovuto misurarsi con l'opera di Bellini. E dopo essere stata protagonista a Salisburgo, lo è ora in una nuova incisione.

Da qualche tempo i teatri, non solo italiani, sembrano ossessionati dalla Norma di Bellini. Non importa come e con chi, basta portare sulla scena questo personaggio grandioso e complesso. Ci sono cantanti che comprensibilmente, a un certo punto della carriera, desiderano confrontarsi con l’ardua parte della druidessa, e raggiungono buoni risultati (pensiamo a Daniela Dessì e alla recentissima Mariella Devia) senza peraltro pretendere di assurgere a punto di riferimento. E ci sono cantanti che invece si lanciano in più o meno impegnative dichiarazioni d’intenti, miranti a identificare la propria voce con quella che Bellini attribuì alla sua straordinaria creatura: da Renata Scotto (anni Settanta) a Lucia Aliberti (anni Ottanta) all’attuale Cecilia Bartoli, protagonista in scena al Festival di Salisburgo dopo esserlo stata in sala d’incisione.



L’edizione discografica (Decca 478 3517), basata sulle indagini musicologiche condotte da Maurizio Biondi e Riccardo Minasi con l’intento di restituire Norma all’originaria concezione belliniana, presenta una Bartoli come al solito vocalmente ambigua, sorretta da una preparazione musicale di prim’ordine e da una penetrante intelligenza d’interprete. Il risultato, d’indiscutibile interesse, presenta una “nuova versione” che di questo capolavoro vorrebbe esplorare l’essenza quale «culmine della tradizione del bel canto», giustamente evidenziando, «tramite timbri e personalità differenti», il contrasto fra «una Norma mezzosoprano e un’Adalgisa soprano».

Il che però equivale a scoprire l’acqua calda, poiché già nel 1977 il Festival della Valle d’Itria propose l’efficace irripetibile contrapposizione fra la Norma di Grace Bumbry e l’Adalgisa di Lella Cuberli, che con ben altra autorevolezza vocale affrontarono l’impervio confronto belcantistico. Nella pur ammirevole edizione Decca si contrappongono invece la presunta carica mezzosopranile della Bartoli e la correttezza sopranile della rediviva Sumi Jo. Altro elemento di novità è rappresentato dall’orchestra La Scintilla, dotata di strumenti originali e diretta da Giovanni Antonini con esito improntato a un sostanziale equilibrio, nel caso di Norma sempre difficile da conseguire.

Eccellente la prestazione del coro degli International Chamber Vocalists istruiti da Jürg Hämmerli. Michele Pertusi è un Oroveso nobile e stilisticamente appropriato, ma privo dell’impeto necessario in taluni squarci dell’opera. Scarsamente adeguato è invece il tenore John Osborn: senza dubbio è un cantante capace e gradevole, con tutte le carte in regola per piacere a un pubblico colto e raffinato, ma la sua vocalità poco o nulla ha da fare con quella che le cronache del tempo riconoscono a Domenico Donzelli, primo interprete di Pollione. Una nota finale. Il Bartoli-pensiero non poteva non soffermarsi sulla Callas, che, per quanto «assai consapevole dell’eredità della Pasta e della Malibran», in pratica finì con l’essere condizionata dai «gusti prevalenti nello stile, influenzati proprio dal verismo e dalle norme teatrali dell’epoca». Giusto. Però della Callas, con buona pace della signora Bartoli, se ne parla (e se ne parlerà) ancora. Per sempre.

 
 
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