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domenica 17 ottobre 2021
 
 

«Bastava poco per salvare Telecom»

25/09/2013 

«Bastano 200 case da 10 milioni di euro l'una per comprare – in teoria-  il 22% di Telecom Italia (ossia la quota in mano a Telco) e in Italia non mancano investitori che le hanno». Spiega così Sandro Frova, professore di Finanza Aziendale dell'Università Bocconi specializzato in Telecomunicazioni e Ict, come l'aumento della quota di capitale degli spagnoli in Telco, la holding che controlla Telecom, non sia un'operazione con cifre da capogiro.
Ma che cosa è accaduto in telecom per fare precipitare così all'improvviso la situazione?
«La spagnola Telefonica ha stretto un accordo con i soci italiani di Telco (Mediobanca, Generali e Intesa Sanpaolo) per un aumento di capitale in Telco (che già possiede il 22,4% di Telecom), passando così dal 44% al 66% e poi al 70% della società nel giro di un anno, per poi acquisire il 100%».
Perdere il colosso delle telecomunicazioni non è uno smacco per l'Italia?
 «Si stanno perdendo tanti pezzi importanti, ma è inutile piangersi addosso. Su questo ci sono tante teste e tante visioni diverse, ma la ragione per cui Telecom passa definitivamente in mani spagnole – che peraltro già avevano la maggioranza relativa in Telco- è semplice: gli investitori finanziari volevano uscirne, molti hanno già messo le perdite in bilancio. Non è un problema degli spagnoli, ma nostro perché il capitalismo italiano non è in grado di mettere in campo investitori che abbiano un'ottica di lungo periodo».
Telecom, Alitalia, ma anche tanti altri esempi. Perché non sappiamo tenerci pezzi importanti della nostra economia?
 «Nel caso di Telecom, come spiegavo, non si tratta di cifre spaventose, perché la partecipazione di Telco vale meno di due miliardi di euro, stando al valore delle azioni, quindi non stiamo parlando di capitali impossibili da trovare. Ma in questo momento anche chi ha questi soldi sta attento a investirli. Il problema che sta alla base di tutte le acquisizioni da parte degli stranieri, però, è un altro: la dimensione troppo piccola dell'impresa italiana. Se qualche colosso internazionale offre di più non possiamo barricarci».
In un settore delicato come le telecomunicazioni sarebbe auspicabile un intervento statale? «Dove c'è stato un intervento dello Stato alla fine non si è mai risolto con una gestione adeguata. L'importante è che il settore funzioni e il mercato sia efficiente, non dobbiamo farne un dramma se ad acquistare sono gli stranieri in un contesto di mercato internazionale. Sul caso Telecom, come su quello Alitalia, si sta facendo tanta polvere politica, mentre la sostanza è un'altra, se non ci sono grandi investitori italiani continueremo a perdere pezzi».

 
 
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