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Benedetto XVI, la fragile grandezza

30/12/2013  Joseph Ratzinger annuncia le proprie dimissioni lunedì 11 febbraio. Bilancio di un pontificato intessuto di passioni e di incomprensioni.

La fragile grandezza di Joseph Ratzinger colpisce il mondo alle 11,46 del 11 febbraio 2013, un lunedì.  E’ un dispaccio dell’Ansa. C’è scritto che il Papa si dimette, che lo ha annunciato lui stesso in latino parlando ai cardinali e ha fissato anche l’inizio della sede vacante: il 28 febbraio. E’ un’imprecisione, perché un Papa non si dimette, ma rinuncia al pontificato. Benedetto XVI è stato il 265.mo pontefice e il primo a rinunciare e a stabilire data e orario della sede vacante, perché neppure con il gran rifiuto di Celestino V nel Duecento si può paragonare la decisione di Ratzinger.

Nel 2013 il “ciclone Bergoglio” ci ha fatto dimenticare Benedetto XVI. Abbiamo scritto che Jorge Mario Bergoglio ha rimesso al centro della Chiesa il Vangelo e non l’ufficio petrino. E’ vero. Ma valeva anche per Ratzinger. Il suo breve pontificato, al paragone con i 27 anni di Karol Wojtyla, è stato un contrappunto di passioni e di incomprensioni. Ratzinger è stato di volta in volta arruolato dai teocon e da chi voleva una Chiesa identitaria, conservatrice, chiusa al dialogo, che distribuiva patenti del buon cattolico e manrovesci della tradizione.

Benedetto XVI. Foto Reuters.
Benedetto XVI. Foto Reuters.

A Ratzinger il peggior servizio durante il pontificato lo hanno fatto i ratzingeriani, in Italia con maggior vigore e dimostrazioni di verbosità muscolare, e all’estero, ma con minor audacia. Così ora che è passato qualche mese e che Joseph Ratzinger si è ritirato in Vaticano, per lui parlano solo le sue parole scritte nei libri e nei discorsi che hanno segnato il pontificato. Vale la pena di rileggerle adesso che i ratzingeriani sono stati sbaragliati dalla grandezza di un uomo che tutti ha soverchiato per umiltà e coraggio. Benedetto XVI è stato incalzato dagli scandali e li ha affrontati con grande determinazione. Non è stato aiutato da tutti e non s'è evitato di farlo notare. La lettera ai vescovi dopo il caso Williamson, il vescovo lefebvriano negazionista a cui Ratzinger aveva rimesso la scomunica, e quella agli irlandesi nel cuore della bufera sugli abusi sessuali da parte del clero, hanno fatto conoscere al mondo un uomo, un teologo e un Papa che certamente spiegava e argomentava, ma in modo del tutto inconsueto per un Papa, almeno fino ad allora.

Ratzinger ha ammesso errori e l’11 febbraio al momento di annunciare la rinuncia ha chiesto perdono per i suoi difetti. Ha sbalordito il mondo con il suo gesto finale, ma ciò che deve sbalordire ancora è la lettura del suo pontificato, di cui non si è compreso fino in fondo il ruolo fondamentale nella storia della Chiesa. Bisognerebbe, con prudenza e senza lenti offuscate da cliché di destra o di sinistra, di progressisti o di conservatori, ricominciare a percorrere il suo pontificato di parole, teologia narrativa a servizio della “vigna del Signore” di cui lui disse e poi si fece “umile operaio”.

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