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Benvenuti nel Paese dei bamboccioni

29/09/2020  In Italia si va via di casa in media dopo i 30 anni. Solo Croazia e Slovacchia ci battono. In Svezia i ragazzi lasciano i genitori a 17 anni. Una tendenza che non si arresta dal 2006. E che peggiorerà con il reddito di cittadinanza.

Vi ricordate in “bamboccioni” di Tommaso Padoa Schioppa, compianto ministro dell’Economia? Per commentare gli affitti agevolati introdotti dal governo Prodi definì così i ragazzi che rimanevano con i genitori. Era il lontano 2007. Fu una battuta infelice. Le agevolazioni non portarono fortuna. Da allora, ogni anno, la percentuale di giovani che rimangono a casa è cresciuta. Ma non per vocazione. Per necessità. Il problema era già ben noto. Ricordo una strepitosa copertina di Famiglia Cristiana sull’argomento già negli anni ’80.

Il termine ci è tornato in mente dopo aver letto l’inchiesta Eurostat  che pone a confronto l’età di uscita di casa dei giovani di tutta Europa. Un “ragazzo” italiano ci mette 12 anni in più di uno svedese per andarsene. Quest’ultimo, in media, se ne va che non è ancora maggiorenne, addirittura a 17 anni e mezzo, quando per noi è ancora un bambino. In Italia invece deve aspettare fino a 30 anni. Solo Slovacchia e Croazia hanno un dato peggiore del nostro (circa 31 anni) e vai a scoprire quali misteriose affinità ci legano ai due Paesi balcanici.

Italiani mammoni? Diciamo che l’amore di mamma, alla Checco Zalone, forse un po’ ha pesato, quantomeno per edulcorare il problema della mancata uscita di casa. Ma un conto è l’amore infinito di una madre verso il figlio, un altro è un genitore che non l’ha mai svezzato. In realtà le ragioni principali di questa situazione sono ben altre. A determinare il divario con gli altri Paesi del Nord sono la mancanza di opportunità nel mercato del lavoro e le politiche di Welfare. Politiche che fanno pesare l’ago della bilancia verso le generazioni del baby boom, le generazioni dei padri. Perché è quasi lapalissiano che senza un lavoro e un reddito adeguato non si può andare molto lontano. Senza una busta paga la banca non ti accende il mutuo. Come si fa a metter su famiglia senza un mutuo e un lavoro stabile? Eppure noi italiani siamo stati bombardati fino a poco tempo fa dalla retorica del lavoro “flessibile”, “smart”, “dinamico”, all’americana, che tradotto in termini contrattuali significava lavoro a termine, da rinnovarsi ogni anno come la tessera del treno. E non pare che il “Job Act” del governo Renzi abbia risolto il problema.

Grazie alle politiche familiari ad hoc in Francia e in Germania ci si “svincola” a 23 anni e mezzo. Da notare, sempre seguendo le fonti Eurostat, che a tenerci compagnia sono i Paesi del Sud Europa, da Malta alla Spagna alla Grecia. Dove, sempre guarda caso, la disoccupazione giovanile è altissima. I cosiddetti Neet in Italia sono circa 2 milioni, pari al 22,2 per cento dei giovani compresi tra i 15 e i 29 anni. Nella categoria rientrano sia il neolaureato che sta cercando un lavoro sia il giovane che ha abbandonato presto gli studi, «con basso capitale sociale e forte esposizione alla demotivazione». Se vogliamo che i nostri figli escano di casa dobbiamo cambiare le politiche di Welfare e vincere la disoccupazione giovanile. A proposito, con il reddito di cittadinanza, i nostri ragazzi quanto saranno invogliati a uscire di casa?

 

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