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sabato 15 maggio 2021
 
Politica
 

Berlusconi, è ora di lasciare

04/08/2013  Dopo avergli espresso solidarietà, i sostenitori del Cavaliere devono chiedergli di farsi da parte. Solo così potrà nascere una destra matura e responsabile. E se l'ex premier preferisse i servizi sociali ai domiciliari, gli vorremmo suggerire una destinazione... L'editoriale del direttore di Famiglia Cristiana.

Berlusconi con Angelino Alfano e Renato Brunetta (Reuters).
Berlusconi con Angelino Alfano e Renato Brunetta (Reuters).

Dopo avergli espresso affettuosa solidarietà, fatta anche di piaggeria e sudditanza, e dopo aver elaborato il lutto, sarebbe bene che a chiedergli di fare un passo indietro - e questa volta per sempre - fossero proprio i suoi parlamentari. Dalle irruenti amazzoni, pronte a immolarsi per il capo, ai solerti capigruppo pidiellini, Schifani e Brunetta, già all’assedio del Quirinale per strappare la grazia a Napolitano per il loro padre padrone, condannato definitivamente per frode fiscale. In ballo non c’è solo il futuro politico dell’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, ormai settantasettenne, ma la stessa sopravvivenza del Centrodestra e dei milioni di cittadini che, finora, l’hanno votato, sedotti dalle ammalianti promesse di una rivoluzione liberale che avrebbe arricchito gli italiani e reso prospero il Paese. Sogno miseramente svanito in un declino inarrestabile, come dimostrano i sei milioni di voti persi alle recenti elezioni di febbraio scorso.

Né serve, a risollevare le sorti, il patetico e nostalgico annuncio di un ritorno al passato e a una nuova “Forza Italia” con promesse già consunte prima ancora di cominciare. E’ il momento buono, invece, per dimostrare che all’ombra del padre-padrone è cresciuta una nuova classe politica di destra, matura e preparata, allontanando ogni malevola accusa d’essere dei servili cortigiani il cui destino, nel bene e nel male, è strettamente connesso alle sorti del “principe”. O, peggio, di anteporre al bene del Paese le sorti e gli interessi del loro leader, nella devastante logica del detto: “muoia Sansone e tutti i Filistei”.

Primo fra tutti, è chiamato in causa Angelino Alfano. Dopo aver espresso, con abbondanza di lacrime, fedele sudditanza al suo demiurgo e padre-padrone, come segretario del Pdl, vicepresidente del Consiglio e ministro dell’Interno, ha finalmente l’occasione di mostrare d’essere dotato di quel “quid” che molti del suo stesso partito, invece, faticano a riconoscergli, nonostante le importanti cariche ricoperte. Per non fare la fine della “trota” dopo essere stato a lungo annunciato come il “delfino”. E per scongiurare anche ogni ipotesi di successione familiare, che continuerebbe a spaccare il Paese nel nome del berlusconismo.

La tanto sbandierata responsabilità del Pdl è ora alla prova dei fatti. In un frangente così critico per le famiglie italiane e alla luce di qualche sia pur timidissimo segnale di ripresa, sarebbe delittuoso e da irresponsabili affossare un Governo al momento senza alternative, costretto a traghettare il Paese, nell’attesa di tempi migliori e di una legge elettorale che spazzi via il nefasto “porcellum” di cui non ci si vergognerà mai abbastanza. Altrimenti, prevarrà l’italico “cupio dissolvi”, il masochismo di danneggiare il Paese per interessi di parte, calcoli elettorali e qualche punto in più nei sondaggi. Sfruttando, come sempre, il vittimismo, le accuse di persecuzione giudiziaria e i ricatti politici che, finora, hanno sempre funzionato e reso voti alle elezioni.

Ma ora l’Italia sta cambiando. La recente sentenza della Cassazione ha dato inizio a un’altra pagina di storia. C’è solo da sperare che non sia il Pd a cadere nella trappola e a precipitare nel caos il Paese, per eccesso di litigiosità al suo interno, sbagliando i calcoli politici com’è abituata a fare da tempo. Infine, se agli arresti domiciliari Berlusconi preferirà l’affidamento ai servizi sociali, vorremmo sommessamente consigliargli la comunità Exodus di recupero per tossicodipendenti del Parco Lambro. Dopo aver evocato il comunismo dappertutto, s’accorgerà che neppure don Mazzi è “quel prete comunista”, come spesso l’hanno definito, ma un “prete di strada”, accanto agli ultimi e da sempre proiettato alle periferie dell’esistenza e del dolore, così come vuole papa Francesco.

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