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lunedì 25 ottobre 2021
 
 

Una scelta che ci può portare avanti nel mondo

12/11/2013  Il parere del docente di Pedagogia Giuseppe Bertagna: «Siamo l’unico paese al mondo con una scuola secondaria di 5 anni e 13 di scuola prima dell’università».

«Che il ministro Carrozza dica: “Proviamo a vedere se con una scuola superiore di 4 anni si riescono a raggiungere risultati migliori” è cosa buona, meglio tardi che mai. Siamo l’unico paese al mondo con una scuola secondaria di 5 anni e 13 di scuola prima dell’università. Ma questo è impossibile mantenendo la struttura attuale di ore, piani di studio, organici e discipline. Se tutto resta com’è si tratta di un meccanismo destinato a diventare velleitario: solo un taglio di qualità e costi». Giuseppe Bertagna, professore ordinario di Pedagogia generale all’Università di Bergamo, è uno dei sostenitori della riduzione della scuola secondaria di secondo grado a 4 anni. Tra le altre cose è stato presidente del Gruppo ristretto di lavoro istituito nel 2001 dal ministro Moratti allo scopo di svolgere una complessiva riflessione sull’intero sistema di istruzione. «Il mio punto di vista è lo stesso del 2001», spiega, «quando proponemmo come gruppo ristretto di lavoro, costituito da esperti dei più disparati schieramenti politici, l’ipotesi di un primo ciclo unitario di otto anni e di quattro anni di secondo ciclo che dava pari dignità ai licei a agli istituti di istruzione e formazione professionale, con conclusione dei percorsi a 18 anni. L’idea era raggiungere livelli qualitativi superiori - diminuiti in questi anni nonostante tutti gli interventi di riqualificazione- e mantenere livelli altissimi introducendo la personalizzazione dei percorsi nell’ottica della flessibilità: 800 ore annuali uguali per tutti e ulteriori 300 ore da sfruttare in maniera personalizzata per chi ne avesse bisogno, con gruppi di livello tra pari o con un professore specializzato» .

Questo implicava anche una formazione diversa per i professori: «In primis prove serie per l’accesso a tutte le facoltà universitarie, della durata di due settimane, governate da università e scuole secondarie. Si prevedeva una radicale riforma della formazione iniziale dei docenti giocata su prospettive di interdisciplinarità culturale. Nei primi 3 anni di università si sarebbero approfondite le conoscenze disciplinari, in un biennio ulteriore entrava in gioco il tirocinio formativo fatto con le scuole che si sarebbe concluso con l’abilitazione all’insegnamento. Poi , ulteriori due anni sarebbero stati di apprendistato : un contratto vero e proprio, con stipendio, al termine del quale ci sarebbe stata la conferma in ruolo».
Ma l’idea non è passata. «Per motivi politici. È rimasta la legge 53 (la cosiddetta riforma Moratti del 2003, ndr), poi potata ulteriormente e progressivamente ridotta ad essere poco significativa. L’esperienza delle superiori di quattro anni ci avrebbe portati avanti nel mondo» .

E oggi, come si dovrebbe orientare il Ministro? «Occorre un investimento formativo autentico: una operazione non puramente economica e finanziaria ma didattica, che tocchi l’organizzazione. Un rovesciamento del tempo scuola, del piano di studi e del modo di lavorare complessivo, un superamento del meccanismo sindacale e burocratico. Ci vogliono un grandissimo rigore nei controlli, grande libertà nei percorsi e flessibilità nelle offerte: docenti che accompagnino attraverso le tecnologia informatiche a distanza nei compiti da casa, il superamento delle artificiose separazioni tra studio e pratica, tra scuola ed extra scuola. Le sperimentazioni non siano solamente quelle all’italiana, in cui si accorciano i curriculi, ma si ristrutturino i percorsi con controlli seri, ampi e affidabili. Si può fare meglio e con meno costi».

 
 
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