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Gianni Amelio sul film La tenerezza: «Bisogna imparare ad amare. Anche a 70 anni»

15/11/2019  In prima visione su Rai 3 il drammatico e struggente film di Gianni Amelio La tenerezza, storia di un padre non più giovane, inaridito e freddo con i figli. Con Giovanna Mezzogiorno, Renato Carpentieri, Elio Germano e Micaela Ramazzotti. Il regista ce ne parla in questa intervista

Non facile a cedere alla tentazione di filmare se non quando sente l’esigenza di condividere con il pubblico certe emozioni, Gianni Amelio è tornato dietro la cinepresa per La tenerezza, film ora nelle sale. Titolo su un sentimento desueto, fuori moda, come accade spesso con i film del cineasta calabrese (ma ormai romano, essendosi trasferito nella capitale fin dal 1965 per fare l’aiuto regista sui set della Rai). Basti pensare ai suoi titoli più premiati e visti, usciti tutti in controtendenza: Porte aperte, Il ladro di bambini, Lamerica, Così ridevano, Le chiavi di casa, L’intrepido (con il miglior Antonio Albanese di sempre).

Amelio, cos’è per lei la tenerezza?

«Non ha niente a che fare con l’amore. È la capacità di tenersi per mano senza altri scopi. Oggi è difficile avere un contatto fisico con i figli, figurarsi con gli adulti: il mio ha quarant’anni ed è a sua volta padre. Mia nipote ha 13 anni ed è difficile prenderle la mano. Tutti avremmo invece bisogno di un gesto così. Non è solo una mano che tocca un’altra, ma è un’anima che tocca un’altra anima».

Lei ama scrivere i copioni da solo, come fanno Avati e Tornatore. Stavolta però si è liberamente ispirato a La tentazione di essere felici di Lorenzo Marone…

«Mi è piaciuta l’atmosfera del libro, ma da lì sono partito per dare forma più tagliente al protagonista. Conservando un’ambientazione nella Napoli meno vista, borghese. L’occasione per fare i conti con la mia età. In fondo, è una prima volta».

In che senso?

«È la prima volta che in un film metto un protagonista che ha la mia età. Ma La tenerezza non è autobiografico, anche se l’autobiografia è una necessità sempre, sia quando scrivi qualcosa che ti è vicina sia quando scrivi una cosa lontana anni luce dalla tua esperienza. È il sentimento che ci metti dentro, il tuo aprirti senza falsità. Lorenzo, mirabilmente incarnato da Renato Carpentieri (senza di lui niente film), ha 72 anni e la sua è una storia di sentimenti inquieti: tra padri e figli, tra fratelli e sorelle, tra persone serene in apparenza. Né buoni né cattivi, solo esseri umani che non sanno crescere facendo tesoro degli errori. Eppure basta voler bene».

Cosa condivide con il personaggio?

«Un sentimento all’apparenza negativo. Quell’irritazione che a volte hai con le persone che ti vogliono bene quando diventano troppo premurose. Perché ti fanno sentire un’età che tu dentro non senti. Ti avvertono che non sei più giovane. Lorenzo ha questa reazione brusca nei confronti della figlia».

Elena (l’intensa Giovanna Mezzogiorno) soffre, non sa capacitarsi di questa asprezza. Anche perché ha il suo bel daffare di mamma single, stretta tra lavoro ed esigenze del piccolo Francesco. Suo fratello Saverio se ne frega invece dell’anaffettività paterna: a lui premono i soldi. Come mai, però, Lorenzo fa così? Perché, un tempo avvocato di grido, ora è in disgrazia? Colpa di scelte azzardate e di un sacrificio affettivo fatto come espiazione.

Un giorno nell’appartamento di fronte sbarca una famigliola giovane, brillante, allietata da due bimbi piccoli.

Lui, Fabio (Elio Germano) è ingegnere navale, ma non dimentica la famiglia. Lei, Michela (Micaela Ramazzotti) è una mamma bella, solare: la figlia che Lorenzo avrebbe voluto, diversa nel carattere. Un invito a pranzo, due chiacchiere, tre risate: Lorenzo diventa di famiglia. Elena capisce, soffre, ma lascia fare perché vede il padre rianimarsi. C’è però un lato oscuro dietro ogni vita.

Morale della storia?

«Quando hai passato la settantina provi sentimenti inquieti nei confronti delle persone vicine. Ma è proprio dall’infantile Michela che Lorenzo riceve la lezione di vita. Lei gli dice che forse non sa amare i figli ora che sono grandi, che li vorrebbe sempre piccoli per domarli. L’amore deve maturare con noi».

Come vive i suoi 70 anni?

«Se penso che i miei genitori non ci sono neanche arrivati. Negli anni ’80, uno della mia età aveva passato gli ultimi anni senza sconvolgimenti. Oggi, l’evoluzione tecnologica è così rapida da spiazzarci. Se condivido messaggini con un giovane, mi sento fuori posto. Sono gesti che non mi appartengono. Io direi a qualcuno ti amo a voce, non con un Sms con il cuoricino».

Il suo rapporto con la vecchiaia?

«Sul piano sentimentale, è bella. Vorrei però avere la forza fisica per potermi lavare una camicia, fare la spesa, tener pulita la casa fino all’ultimo».

E con la società di oggi?

«Addolora lo smarrimento di ideali. Meno male che c’è un Papa come Francesco che mette al centro la vita vista attraverso il sentimento religioso. Magari i politici sapessero parlare alla gente come fa lui. Che Dio ce lo conservi a lungo».

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