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martedì 18 gennaio 2022
 
 

Bollani, il classico jazzista

02/09/2010  Nel suo nuovo album "Rhapsody in blue" il popolare pianista rivisita il repertorio di Gershwin al fianco dell'Orchestra di Lipsia, diretta dal maestro Riccardo Chailly.

Risponde al telefono, dalla Versilia, in uno dei suoi fugaci momenti di pausa tra un concerto e l’altro, con la tradizionale carica di simpatia che lo caratterizza. In sottofondo, le note di un pianoforte. «È mia figlia Frida, che ha 5 anni. È un anno avanti a me: io ho cominciato con il pianoforte a 6. Il mio primogenito Leone, invece, ha 11 anni e un passato da batterista, ma ha smesso da tanto tempo».

Stefano Bollani, pianista e compositore, è uno dei più grandi talenti italiani del jazz, popolarissimo in tutto il mondo. In Italia, molti lo hanno conosciuto, oltre che per la sua musica, grazie alle sue “incursioni” radiofoniche e televisive, in particolare al fianco di Renzo Arbore in Meno siamo meglio stiamo nel 2005. A settembre Bollani esce con il nuovo progetto discografico Rhapsody in blue: una rilettura del repertorio di George Gershwin al fianco dell’Orchestra Gewandhaus di Lipsia, una delle più antiche al mondo, diretta dal maestro Riccardo Chailly.

– Stefano Bollani, come nasce la collaborazione fra te e il maestro Chailly?
«L’idea è partita da lui: mi conosceva solo di nome, è venuto ad ascoltarmi in concerto e ha deciso di puntare su di me, sulla possibilità di mettere insieme, sullo stesso palco, un pianista jazz come me, diplomato al Conservatorio ma che non ha mai fatto davvero musica classica, con l’Orchestra di Lipsia, la più antica d’Europa. Nel mondo della musica classica tedesca nessuno mi conosce e Chailly mi ha molto difeso. Abbiamo suonato bene e continueremo a collaborare: abbiamo già in mente un altro disco».

– Com’è il rapporto fra te e Chailly?
«Io ho dei pregiudizi nei confronti dei musicisti classici: li ho sempre pensati bacchettoni, chiusi, formali; li immagino con giacca e farfallino anche quando vanno a letto, penso che non sappiano chi fossero i Beatles e Charlie Parker. Riccardo, invece, non è assolutamente così. Ho scoperto che ha un passato da batterista e suonava la batteria nelle orchestre. Musicalmente ha molto il senso del ritmo, del tempo, e ha ascoltato e suonato anche altro oltre alla classica. In poche parole, è uno che non ha la puzza sotto il naso. Credo sia la stessa cosa per lui nei miei confronti: ai suoi occhi non sono poi così scapestrato come sembro».

– Hai un grande merito: aver reso il jazz molto più popolare, portandolo anche in Tv. Oggi sei molto noto al grande pubblico.
«Credo di aver portato tanta gente ad ascoltare i miei concerti. Ma non sono sicuro che chi viene a sentire me vada poi ai concerti di altri musicisti. Quella è una responsabilità che non posso arrogarmi. Se l’educazione musicale in Italia non esiste, da solo non riesco a fare molto. Chi viene a sentire me, non penso che il giorno dopo vada a comprare un Cd di Miles Davis. Una cosa che farei volentieri è parlare di jazz in un programma Tv, scherzandoci anche, per aiutare a capire che è un genere musicale divertente e vivo».

– Sei sempre in giro per il mondo. Un Paese al quale sei particolarmente legato? «Sicuramente il Brasile, con il quale ho un rapporto di collaborazione musicale; e poi l’Argentina, dove vado sempre volentieri: un Paese pieno di cultura, con una letteratura ricchissima, il tango...».

– Dove vivi quando non sei in tournée?
«Me lo domando spesso... Mi divido tra una casa a Firenze e una in Versilia, ma non so quale sia la principale, sono sempre in giro. Ma va benissimo, se non viaggiassi per lavoro sarei un gran viaggiatore per svago, mi piace parlare le lingue, ogni volta che vado in un posto sogno di rimanere a viverci».

– I tuoi interessi fuori dalla musica?
«Non mi piace lo sport. I miei interessi sono culturali: il cinema, i fumetti, la lettura».

– Cosa stai leggendo al momento?
«Hanno tutti ragione di Paolo Sorrentino, bellissimo, lo consiglierei a tutti».

 
 
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