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Bor, dopo i giorni dell’ira

26/02/2014  I nostri inviati arrivano a Bor. La guerra qui è passata feroce. Lo testimoniano l’ospedale devastato, le fosse comuni, la devastazione. Anche il morbillo è passato, e quando colpisce in Africa è feroce: resta un’altra fossa comune con 150 bambini.

Bor, Sud Sudan, 26 febbraio

Nella mia vita di inviato non mi era mai capitato di vedere delle fosse comuni. Le prime le ho viste qui, nel cuore dell’Africa, in Sud Sudan. Bor, capitale dello stato di Jonglei, è una delle città dove negli ultimi due mesi ci sono stati gli scontri più volenti della guerra civile e del conflitto interetnico che  ha portato morte e distruzione nel Sud Sudan.

Qui, in un’area  lontana dal centro, ci hanno portato a vedere  le fosse comuni, ancora aperte, con decine di cadaveri dentro i sacchi. Non c’era cattivo odore e attorno e nel cielo non c’erano avvoltoi. Colpiva soltanto il silenzio e il profondo senso di desolazione. A parte noi, piccolo gruppo di testimoni venuti dall’Europa, attorno a noi non c’era, è proprio il caso di dirlo,  anima viva.

La visita alla fossa comune è stato il momento culminante  di una giornata intensa, vissuta nel caldo e nella polvere, sempre circondati da povera gente.  Abbiamo raggiunto Bor da Juba, con l’aereo di Amref, dopo un volo di 45 minuti. Non c’è un vero aeroporto e l’atterraggio avviene su una pista di terra battuta. La zona è presieduta da truppe governative e dai soldati dell’esercito ugandese.

Prima tappa l’ospedale. La struttura è stata devastata nelle scorse settimane, durante gli scontri etnici fra Dinka e Nuer. «Qui non ci sono stati combattimenti, sono venuti per uccidere e basta», ci racconta Mabior, un giovane medico. I pazienti e i medici sono stati uccisi nei loro letti. Chi poteva, è fuggito. Anche il dottor Mabior. «Ho lascito tutto e sono corso via. Per due ore ho continuato a correre».

Ora l’ospedale ha riaperto, ma resta in funzione solo una corsia. Corsia per modo dire. È un lungo corridoio maleodorante. I ricoverati sono adagiati sui letti, vestiti. Donne con la malaria, bambini con la diarrea, un ragazzo con la dissenteria, un uomo morso alla gamba da un serpente velenosissimo («È stato fortunato, perché lo ha morso uno dei serpenti più pericolosi al mondo», dice il medico).

Il personale è aiutato da militari medici dell’esercito ugandese. Mancano servizi e medicinali. Il reparto di maternità, inaugurato un anno fa, è stato devastato. Dall’ospedale ci accompagnano a una prima fossa comune. Si trova in un campo di fronte a una chiesa protestante, la cattedrale di Sant’Andrea. La chiesa è una costruzione bassa, molto grande. La fossa è una montagnola di terra. Ci hanno sepolto le persone uccise in chiesa alcune settimane fa. Davanti al mucchio di terra ci sono due croci, che segnalano la sepoltura di due pastori.

Dentro la chiesa si sta svolgendo un rito religioso. I sacerdoti e alcune donne sono attorno all’altare. Cantano a lungo e alcuni di loro tengono in mano dei crocifissi che muovono al ritmo della musica. Ci portano a incontrare una donna testimone del massacro in chiesa. Sta sulla strada, in una specie di misero bar all’aperto dove vendono bevande calde. Ho scritto bar, ma è una parola grossa. Si tratta di poche seggiole all’ombra di un albero. Tutto qui.

La donna si chiama Uell, ha 45 ani e quattro figli. Ricorda, racconta, a un certo punto si mette a mimare la sua fuga a quattro zampe e il suo fingersi morta per mettersi in salvo.

Ci portano al fiume, il Nilo,  che è stato un via di fuga per molti nei giorni dell’ira. C’è ancora gente che parte e altra che sta tornando. Arrivano  e partono su grandi barconi portando dietro le loro cose. C’è gente molto povera e altra che, dall’abbigliamento, sembra più benestante. Tanti bambini. Intere famiglie che partono o arrivano cariche di pacchi, borse. Tutti fanno la loro parte, anche i bambini più piccoli trasportano qualcosa. Molti portano gli zainetti azzurri dell’Unicef, che è accorsa in loro aiuto nei giorni della crisi.

Questa scena sul Nilo ha qualcosa di biblico. Evoca fughe, esodi, l’eterno migrare di popoli senza pace, vittime della guerra e della miseria.

Attraversando la città (che non ha palazzi e conta solo pochissime strade asfaltate) si vedono tante motociclette e moltissimi militari, sia governativi che ugandesi. Le notti, ci dicono, sono pericolose. Troppe armi in giro, troppi delinquenti e anche troppo alcool. Qualcuno ci rimette la pelle.

Concludiamo il nostro giro al campo di rifugiati dell’Onu, allestito proprio vicino all’aeroporto. Ora ospita circa 5-6 mila persone. Fa caldo, il sole picchia feroce, ci sono mosche e cattivo odore. Pochi giorni fa, un’epidemia di morbillo ha fulminato 150 bambini. Non c’è stato tempo di organizzare sepolture singole. Con una ruspa hanno portato i piccoli corpi in un campo e li hanno sepolti.

Tra il personale Onu del campo, compresi i Caschi blu, ci sono persone di varie religioni. Un cristiano, un buddista e un musulmano hanno recitato insieme una preghiera. Dermot, un soldato irlandese con madre di Agrigento e padre di Dublino, era lì. «Ho pregato per qui bambini», dice, «ma è stato straziante».

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