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martedì 30 novembre 2021
 
1979-2019
 

Quarant'anni fa la mafia uccideva Boris Giuliano

21/07/2019  Ecco chi era il poliziotto "americano", investigatore moderno che rivoluzionò il lavoro della Squadra Mobile di Palermo, preparando la strada al pool di Chinnici, Falcone e Borsellino

Il film di Pif, La mafia uccide solo d’estate, ci ha restituito Boris Giuliano con lo zucchero sui baffi.  Chi era bambino in quegli anni, come il protagonista del film, ricorda il capo della mobile di Palermo a cominciare dai baffoni neri. Così probabilmente resterà negli occhi anche alle generazioni successive, cioè a tutti quelli che non possono ricordare se non ricostruendo memoria a ritroso.

Lo zucchero dice del bar Lux, di via  Francesco Paolo di Blasi a Palermo, in cui fu ucciso, colpito alle spalle, da un killer che una sentenza definitiva del 1997 ha riconosciuto in Leoluca Bagarella. Giorgio Boris Giuliano, quel 21 luglio 1979, era il capo della Mobile di Palermo. I suoi uomini di allora, con cui aveva fatto davvero squadra, e che protessero il suo corpo per rispetto dagli obiettivi dei fotografi, lo ricordano come un poliziotto moderno, che alla scuola di Quantico dell’Fbi aveva imparato a “sterilizzare” la scena del crimine cacciando cronisti, curiosi e se del caso poliziotti, perché nessuno inquinasse le tracce. E che aveva precorso la linea guida di Falcone contro la mafia: “Seguite i soldi”.

Seguendo i soldi e contando sulla fiducia di cui godeva presso i colleghi americani della Dea e dell’Fbi, indagava sulla droga di cui intuiva la portata internazionale e studiava gli intrecci mafiosi con politica e finanza, quando ancora, prima del maxiprocesso la parola Cosa nostra non esisteva nelle sentenze e troppi processi sulla mafia che nessuno chiamava per nome – la collaborazione di Buscetta era di là da venire – si arenavano sulle sabbie mobili dell’insufficienza di prove.

Giuliano era figlio di un sottufficiale della Marina, era nato a Piazza Armerina senza viverci, aveva studiato a Messina Giurisprudenza, e poi aveva lavorato al nord in una piccola impresa di manifatture. Sposato con Ines Maria Leotta, aveva coronato il sogno di entrare in Polizia nel 1962. A Palermo sarebbe arrivato dopo averlo espressamente chiesto  in una lettera al Capo della Mobile di allora: si candidava a dirigere la omicidi, colpito dalla strage di Ciaculli (sette uomini delle forze dell’ordine uccisi nel 1963).

Anche gli uomini che arrivarono con lui alla Mobile di Palermo, ufficio che oggi porta il suo nome, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta venivano da altri uffici: era prassi che non si arrivasse subito alla Mobile. Ma Paolo Moscarelli, Vincenzo Boncoraglio e Tonino De Luca arrivarono presto alla Mobile, erano giovani e fecero presto squadra attorno a Giuliano, che credeva nel controllo del territorio e che li spediva per i vicoli di Palermo dalle 9 della mattina a ora da destinarsi per costruire la mappatura di cosa nostra che ancora nessuno nominava, per dare la caccia ai latitanti.

Un lavoro di coraggio e di pazienza: andare a prendersi un caffè al bar di periferia a rischio, in borghese, e intanto tenere gli occhi aperti, guardarsi attorno, per cercare di far combaciare le facce con le foto schedate. Seguendo le intuizioni, pronti ad abbandonare la pista se i riscontri andavano in altre direzioni. C’è una testimonianza di Tonino De Luca riguardo al rischio di subire attentati: dice che quel rischio era nell’aria delle loro parole, anche se non se lo dicevano esplicitamente. Era l’epoca in cui la Conca d’oro era diventata di cemento e dell’ascesa dei Corleonesi e Tonino De Luca ricordava che Giuliano ripeteva ai suoi di aver imparato all’Fbi aveva a sparare anche con la mano sinistra, casomai occorresse difendersi, e che, se si doveva arrestare un latitante ordinava che lo lasciassero esporre per primo: “Meglio che muoia io”.

Quando gli hanno sparato alle spalle aveva 49 anni e tre figli bambini, uno di loro, Alessandro è appena diventato Questore di Lucca. Del padre ricordano che chiudeva il lavoro dietro la porta di casa rientrando, che avevano la percezione di un lavoro importante, ma non l’idea di quanto fosse rischioso. Se ne rendeva conto certo la moglie Ines Maria che raccontava poco dopo l’omicidio degli ideali del marito, del fatto che – anche se non ne parlavano tra loro – fosse consapevole del rischio. Un rischio che era diventato concretissimo il 29 aprile 1979 quando squillò il telefono della mobile: “Giuliano morirà”. E che si sarebbe materializzato poco dopo che Boris Giuliano aveva scoperto, l’8 maggio, il covo di Leoluca Bagarella.  

Le indagini sulla morte di Giuliano verranno prese in carico dall’ufficio istruzione di Palermo e in particolare da Paolo Borsellino: Totò Riina, Bernardo Provenzano e Filippo Marchese verranno condannati, come mandanti dell’omicidio Giuliano, con la sentenza definitiva del maxiprocesso di Palermo, istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. La famiglia di Boris Giuliano all’inizio ha faticato a trovare un avvocato di parte civile. “A quell’epoca”, ha raccontato di recente la figlia Emanuela, “a Palermo evidentemente rendeva di più difendere i mafiosi”.    

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