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lunedì 06 dicembre 2021
 
 

Così muoiono le piccole imprese

31/05/2012  Intervista con Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia di Mestre, che denuncia i ritardi nei pagamenti della Pubblica amministrazione: «In aumento, soffocano gli imprenditori».

Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia di Mestre (foto Colusso/Bevilacqua)
Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia di Mestre (foto Colusso/Bevilacqua)

   I suicidi per motivi economico-finanziari? Sono meno di quanti la situazione che strozza la piccola impresa potrebbe scatenare. Non ama fare l’allarmista Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia (Associazione Artigiani e Piccole imprese) di Mestre  e, dati alla mano, evita di affiancarsi a quanti hanno fatto “terrorismo mediatico” parlando di “pandemia suicidi”, ma a preoccuparlo è il deterioramento progressivo delle condizioni di chi, in Italia, tiene le redini di un’impresa.

Parte come sempre dai numeri, per fotografare un fenomeno “sovraesposto” in queste ultime settimane: “Gli unici dati statistici ufficiali in merito sono quelli dell’Istat e ci dicono che nel nostro  Paese i suicidi sono in lieve calo: nel 2009 si sono verificati, per cause economico-finanziarie, 198 suicidi, mentre  nel 2010  sono stati 178. Mancano ancora i dati del 2011. Per l’anno in corso, da un nostro conto, nel primo quadrimestre del 2012, i suicidi sono stati 42, di cui 13 in Veneto”. Ciò vuol dire che, in proiezione, potrebbero essere di meno rispetto agli anni precedenti. “Ma non significa affatto che la situazione sia migliorata”, commenta.

    “Non faccio né l’antropologo, né lo psicologo”, dichiara, “ma non ci vogliono lauree per dire che qui si sta soffrendo per mancanza di speranza, di futuro. Mai come oggi la situazione per un piccolo imprenditore italiano è  disperante. Ed è un miracolo che molti altri non siano giunti a compiere gesti estremi”.  L’elenco dei fattori negativi è una litania che il segretario della Cgia recita amaramente a memoria: “la pressione fiscale che s’abbatte sui contribuenti-imprenditori che raggiunge in certi casi il 64 per cento, l’aumento dei costi dell’energia che in Italia è il 38,5% in più rispetto al resto d’Europa; i tempi  della giustizia civile, che sono i più lunghi del Continente”.    Ma oggi, denuncia Bortolussi, s’aggiunge in modo devastante un altro fenomeno: i ritardi nei pagamenti da parte sia dell’amministrazione pubblica che dei privati, cresciuti  con la crisi solo in Italia.

: Una delegazione di artigiani e piccoli imprenditori che, contro la crisi, consegnano simbolicamente le chiavi della loro azienda al prefetto di Torino (Ansa).
: Una delegazione di artigiani e piccoli imprenditori che, contro la crisi, consegnano simbolicamente le chiavi della loro azienda al prefetto di Torino (Ansa).

-Facciamo qualche dato, partendo con chi lavora con la Pubblica amministrazione?  
  “Qui la situazione è drammatica: i pagamenti vengono onorati dopo 180 giorni (+52 giorni rispetto al 2009) con un ritardo medio, rispetto ai termini contrattuali, di 90 giorni. Niente a che vedere  con le situazioni che si verificano nei Paesi nostri concorrenti: in Francia le fatture vengono saldate a 64 giorni (6 in meno rispetto al 2009), nel Regno Unito a 47 giorni (-2 rispetto al 2009) e in Germania a 35 giorni (-5 rispetto al 2009)”.
- E nei rapporti commerciali tra imprese e privati? 
“I tempi di pagamento medi effettivi registrati in Italia nel 2011 sono stati pari a 79 giorni. Un’eternità rispetto ai 44 giorni fatti registrare nel Regno Unito, i 41 censiti in Francia e i 24 in cui si salda una fattura in Germania.
- E infine  come va nelle transazioni commerciali  tra imprese?  
“Se in Italia, ormai, i tempi di pagamento hanno raggiunto i 103 giorni (+15 dal 2009), in Francia si attestano sui 59 giorni (-4 rispetto al  2009), nel Regno Unito sui 46 (-6 giorni) e in Germania sui 37 (-12 giorni)”.
-Non vengono, cioè, rispettati  i tempi massimi indicati dalle direttive europee per i pagamenti tra privati e tra privati e Pubblica amministrazione. E’ così?
“Certo: nel primo caso le fatture dovrebbero essere pagate a 60 giorni, nel secondo caso a 30. Risultato: solo nei confronti della Sanità pubblica le imprese vantano crediti per circa 33 miliardi di euro. Complessivamente, nei confronti della Pubblica amministrazione, le aziende devono riscuotere una somma che si aggira tra i 60 e i 70 miliardi di euro, che equivalgono a 4 punti di Pil. Una situazione che non ha eguali in Europa”. 
- E intanto la pressione fiscale non cala.  
“E’ una situazione vergognosa. Perché, mi chiedo, deve rimetterci sempre il piccolo imprenditore che ha pagato stipendi, contributi previdenziali, Irpef, luce acqua e gas e, se è tanto piccolo, l’Iva ogni tre mesi? Perché lo stesso Stato che esige  da te il Durc (il Documento unico di regolarità contributiva, ndr) non è in regola nei pagamenti?”. 
- Insomma: “tassati e mazziati”, come recita il titolo di un suo saggio. Ma la piccola impresa non è la spina dorsale del nostro sistema  produttivo?
“Ricorderei un dato: il 58% di tutti i nuovi posti di lavoro nella Unione Europea sono creati dalle aziende con meno di 10 addetti. E in Italia il 98% delle aziende ha meno di 20 dipendenti e il 95% ne ha meno di 10. Tutte, però, hanno problemi dei tempi di pagamento”.  
- L’altro grave problema  si chiama accesso al credito.
“E’ l’altro dramma. Ancora una volta i nostri dati confermano la discriminazione nei confronti dei piccoli: meno 12,5% di erogazione del credito alla piccola impresa e +37% alla grande”. 
- Anche lei contro le banche, quindi,  che causano l’asfissia della piccola e media impresa?
“Precisiamo: ritengo che la politica di tenere le banche italiane con riserve di liquidità sia sacrosanta. Trovo che le scelte operate in questo senso dal governo Monti siano corrette. Anche i denari arrivati dalla Bce, per intercessione di Monti, ci volevano, perché se si mette in sicurezza il sistema bancario interno, hai salvato già metà del Paese. E questo è uno dei pochi fondamentali a posto dell’economia italiana”.
-Immaginiamo che ci sia un “però”…
“Però le banche, coi soldi elargiti da Draghi, hanno fatto solo due dei tre passi che dovevano intraprendere”. 
- Cioè?
 “Dopo essersi ricomperate le proprie azioni e obbligazioni, aver acquistati titoli del debito pubblico, dovevano offrire crediti alle aziende. Ma lo hanno fatto soltanto con i grandi gruppi industriali. E’ anche per questo che la Cgia ha chiesto alla Regione Veneto di attivare un fondo speciale di solidarietà per le imprese in difficoltà. A volte sarebbe sufficiente un microcredito che garantisca i 4-5 mila euro per le insolvenze. Ci vorrebbe un fondo speciale nazionale”.
- Un’ultima considerazione sugli imprenditori suicidi. Lei ha lanciato un appello al presidente Napolitano perché battesse un colpo…  
“Sì, mi sarebbe piaciuto che il Presidente avesse espresso la sua vicinanza nei confronti dei  familiari dei piccoli imprenditori e dei lavoratori che si sono uccisi per motivi economici, come fece nei confronti delle vittime delle morti bianche, nei cantieri. Lo dico proprio perché conosco bene la sua sensibilità e apprezzai quell’iniziativa”.    

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