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Boschi italiani: in crescita ma (quasi) dimenticati

21/03/2014  Un paradosso del nostro Paese: nonostante gli alberi coprano un terzo del territorio nazionale, sono tra i meno utilizzati della Ue. Potrebbero rappresentare una grande fonte di lavoro per le comunità locali, tutelando al tempo stesso dai danni di frane e alluvioni. Ma spesso la realtà è ben diversa.

Uno scorcio del gruppo del Catinaccio, in Trentino Alto Adige
Uno scorcio del gruppo del Catinaccio, in Trentino Alto Adige

Avere un tesoretto dentro casa senza saperlo sfruttare in maniera adeguata. È la (triste) verità che si scopre leggendo i dati del settore foresta-legno in Italia. Una filiera che già oggi dà lavoro a circa 400mila persone ma che avrebbe margini di crescita enormi. Bastano pochi dati per fotografare questo paradosso: in Italia un terzo del territorio è coperto da boschi per un totale di oltre 10 milioni di ettari e il trend, diversamente da quanto di solito si immagina, è in crescita: +30% negli ultimi 30 anni, +100% dagli Anni’50. Eppure ancora oggi le industrie di trasformazione importano oltre l’80% del fabbisogno di materia prima.

La denuncia è contenuta in “Fatti in Italia”, libro-inchiesta di Emanuele Isonio ed Elisabetta Tramonto (ed. Cooperativa Editoriale Etica), che descrive lo stato di salute di 24 filiere produttive. Le situazioni preoccupanti per il futuro di numerosi comparti del made in Italy ovviamente non mancano. Ma quella del settore legno è particolarmente significativa perché potrebbe rappresentare una soluzione ai problemi economici, ambientali e sociali di molte comunità locali. E la Giornata internazionale delle foreste, il 21 marzo, rende il tema d’attualità.

La produttività dei boschi nostrani, rivelano ancora gli autori del libro citando dati del ministero delle Politiche forestali, è al quartultimo posto in Europa (peggio di noi solo Slovacchia, Bulgaria e Cipro). In poche parole, non sappiamo sfruttare nel modo adeguato un patrimonio che avremmo in casa. E questo si riverbera negativamente su tutte le aziende della filiera legno: -40% il fatturato globale del comparto negli ultimi cinque anni, -17% gli addetti, -10% il numero di imprese.

Lavorazione del legno presso la Magnifica Segheria della Val di Fiemme
Lavorazione del legno presso la Magnifica Segheria della Val di Fiemme

Non è però solo una questione (pur rilevante) di ordine economico. Boschi gestiti male significano un territorio lasciato al proprio destino. Con, dietro l’angolo, il pericolo di dissesto idrogeologico e degli incendi boschivi per mancanza di manutenzione, con accumulo di legno morto non più rimosso.

A cosa sia dovuto questo scenario a tinte fosche è piuttosto chiaro agli esperti del settore: tranne rari casi, i boschi italiani sono divisi in tante proprietà diverse, di dimensioni troppo piccole per essere remunerative (la media dei boschi privati è di appena tre ettari, contro i 13 ettari della media Ue e i 30 della Finlandia). E porzioni di bosco troppo frammentate sono un ostacolo insormontabile per gli investimenti necessari a migliorare la produzione di legname. La creazione di un sistema di prelievo efficiente diventa quindi un miraggio.

Ma non è così ovunque. Se si guarda al Nordest ci sono esempi di buone pratiche da tenere sott’occhio e, magari, da mutuare. Casi virtuosi strettamente connessi con la scelta dei proprietari forestali locali (diversamente che nel resto d’Italia sono per la maggior parte di istituzioni pubbliche) di certificare i boschi in base a uno dei due standard internazionali esistenti (il PEFC e l’FSC). Sugli scudi, più di altri, il Trentino Alto Adige, nel quale l’85% delle foreste è certificato (di queste il 98% rispetta lo schema PEFC e il restante segue lo schema FSC). “Da quei boschi – spiega Antonio Brunori, segretario generale del PEFC Italia – arriva il 95% del legno di conifera prodotto in Italia”. Se ai dati del Trentino Alto Adige si aggiungono quelli delle foreste certificate in Friuli Venezia e Veneto si rasenta il 100%. In pratica, il legno prodotto in Italia proviene quasi completamente da quei boschi.

“La certificazione – prosegue Brunori – si è rivelata nel tempo un asset di grande importanza per gli operatori del settore che l’hanno scelto e al tempo stesso un alleato prezioso per garantire la gestione corretta e sostenibile dei boschi”. Non a caso, gli ettari di foreste e il numero di aziende certificati sono in costante crescita: oltre 700mila ettari di boschi certificati e quasi 2mila aziende del settore legno e carta, con un trend di crescita intorno al 30% annuo.

«La certificazione forestale e la catena di custodia (il sistema di tracciabilità aziendale che permette di essere certi della provenienza del legno usato da un’impresa, ndr) sono realtà salde sul nostro territorio, perché ne sono riconosciuti i vantaggi sia a livello istituzionale sia a livello imprenditoriale» conferma Walter Merler, responsabile area Innovazione del Consorzio Comuni Trentini. «La filiera foresta-legno è ben avviata grazie all’impegno responsabile dei proprietari forestali pubblici trentini a salvaguardia dell’ambiente, a garanzia della qualità del lavoro nelle aziende locali e per ottenere un prodotto d’eccellenza».

Un’ulteriore spinta all’uso di legname nazionale potrebbe arrivare dal Regolamento europeo 995 che da ormai un anno (entrò in vigore il 3 marzo 2013) ha imposto agli operatori di legno dall’estero di verificare la validità dei documenti che attestano la sua provenienza legale. Un’esigenza di tracciabilità quanto mai comprensibile, visto che nell’Unione europea il 20% del legname venduto ha provenienza illegale. “La nuova normativa sulla due diligence – spiega Claudio Garrone, responsabile dell’ufficio forestale di FederlegnoArredo - potrà dare un importante giro di vite contro il commercio illegale di legno, permettendo di aumentare il valore del legno nazionale, far emergere le best practice locali di gestione forestale sostenbile e di commercio legale del legno, meglio ancora se a filiera corta”.

 
 
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