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lunedì 29 novembre 2021
 
La strage di Parigi
 

Branca: non è uno scontro di civiltà

14/11/2015  Per l'islamologo "dire che questi fanatici criminali rappresentano l’Islam, ovvero un miliardo e mezzo di persone e quattrodici secoli di civiltà, significa cadere nella loro trappola".

«Accettare la logica dello scontro di civiltà vuol dire fare il gioco dei terroristi». Per Paolo Branca, islamista dell’Università Cattolica di Milano e responsabile della Diocesi ambrosiana per il dialogo interreligioso, gli attentati di ieri sera a Parigi sono «peggiori di quelli di gennaio a Charlie Hebdo non solo per il numero delle vittime: non si tratta più di “cani sciolti”, ma di una strategia di morte ben più organizzata». Certo lo scenario è di guerra, ma «dire che questi fanatici criminali rappresentano l’Islam, ovvero un miliardo e mezzo di persone e quattrodici secoli di civiltà, significa cadere nella loro trappola».  
Professor Branca, perché parlare dello scontro di civiltà è fare il gioco dei terroristi?
«E' quello che vogliono gli jihadisti: affermare che l’Islam è in guerra contro le altre religioni. Ovvero che loro rappresentano i musulmani, all’interno come all’esterno della comunità musulmana. Infatti, la guerra è anche all’interno del mondo islamico: i fatti di Parigi sono gravissimi, ma ricordiamoci che la follia omicida dell’Isis uccide soprattutto musulmani, colpevoli di non accettare che loro – i terroristi – sono i “reali” rappresentanti dell’Islam. In realtà, la maggioranza dei musulmani è sgomenta quanto noi di fronte agli attentati in Francia ».  
Come valuta la reazione delle associazioni islamiche europee?
«Ho letto numerose condanne verso gli attentati, molti oggi partecipano a presidi e manifestazioni. Sono doverose e giuste. Eppure non sufficienti: occorre aprire un dibattito all’interno di queste comunità, respingendo qualsiasi atteggiamento vittimista, che magari evoca situazioni difficili nei Paesi di origine, e qualsiasi tolleranza verso questa sparuta minoranza fanatica. Non basta dire “noi non c’entriamo”: se qualcuno dice di appartenere alla tua comunità, come minimo esprime un disagio e un travaglio interno, che non va negato. Lo abbiamo visto in Italia anche negli Anni di piombo, quando un certo tipo di lotta armata poteva trovare un terreno di coltura negli ambienti che consideravano i brigatisti “compagni che sbagliano”; era una tolleranza che passava dalla dissociazione sui metodi ma non sull’analisi critica e politica verso il capitalismo».  
Le società europee sono sotto attacco?
«Direi piuttosto che la sfida è globale, o almeno euro-mediterranea. Nulla può giustificare questi atti criminali, ma vanno collocati nell’instabilità profonda del Medio Oriente e nel travaglio all’interno del mondo musulmano. Quanto è stata sciagurata e miope la “guerra preventiva” in Iraq voluta da Bush! A un secolo dalla Prima guerra mondiale, il Medio Oriente tinto di nero fondamentalista viene ridisegnato su base etnica e religiosa, la cosa peggiore che potesse accadere; la conseguenza sono deportazioni e genocidi: lo abbiamo visti con gli yazidi, mentre la maggioranza dei siriani non abita più a casa propria. Di fronte a questa sfida nessuno si salva da solo. Gli attentati di Parigi seguono di un giorno quelli di Beirut e di poche ore la spietata esecuzione dimostrativa di un giovane pastore tunisino sgozzato dagli jihadisti che minacciano l’unica democrazia nordafricana in cui resiste lo spirito delle Primavere arabe».
Un quotidiano invece titola “Bastardi islamici”…
«Che gli attentatori siano “bastardi” potrebbe anche starci, ma il problema è etichettare così tutti i musulmani, solo quelli che vivono in Italia sono tra un milione e un milione e mezzo. Ancora una volta si fa il gioco dei terroristi: loro dicono che sono i rappresentanti di tutti i musulmani e qualche islamofobo lo conferma subito… Il problema va affrontato molto più seriamente. Invece non facciamo quasi nulla per prevenire che una visione apocalittica, come è quella dell’Isis, attragga personalità semplici. Sempre in Francia, l’uomo che nel 2012 a Tolosa sparò contro i bambini all’entrata della scuola ebraica era un ladro, ex spacciatore, per nulla musulmano praticante, ma gli era stata proposta una via di redenzione dai predicatori fanatici. Un esempio di cosa potremmo fare: nelle prigioni italiane non facciamo nulla per prevenire la radicalizzazione dei detenuti islamici, quando invece proprio gli attacchi in Francia di gennaio dimostrano che gli jihadisti reclutano i futuri attentatori proprio nelle carceri».

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