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martedì 16 agosto 2022
 
La Storia
 

Brasile, la band del piccolo indio per sopravvivere alla fame

13/01/2022  Lui e i suoi compagni delle favelas di Bahia hanno restaurato strumenti rotti buttati nell'immondizia e con l'aiuto di un artista locale si esibiscono in un vecchio autolavaggio. Il titolo dell'ensamble è "Dio al controllo"

Raoni è un adolescente di origine indigene che vive nel comune di Lauro di Freitas, una città di 204.669 abitanti situata nella regione metropolitana di Salvador, sulla costa settentrionale dello stato brasiliano di Bahia. Lui e i suoi due fratelli, come altri nove milioni di bambini brasiliani tra gli zero e i 14 anni, si trovano in condizioni di estrema povertà, colpiti dall'insicurezza alimentare. La sua famiglia non ha disponibilità economiche tali da garantire loro i pasti e una condizione dignitosa di vita.

Abbiamo deciso di raccontare la sua storia, perché lui, “il piccolo indio”, come viene amorevolmente chiamato dalla comunità locale,  dall’inizio di quest’anno, è riuscito a creare, insieme ad altri  30 bambini, una banda musicale con strumenti di fortuna, che mescola i ritmi afro-brasiliani e quelli indigeni. Un’alternativa all’esclusione sociale, all’indifferenza delle istituzioni brasiliane, alla depressione e al rischio dello sfruttamento criminale che in Brasile utilizza spesso i bambini come corrieri dei trafficanti di droga, nelle località più povere e di conseguenza più disagiate del Paese.

«L’idea di creare una piccola banda musicale di bambini è nata a causa della mia passione per la musica. Quando suono mi libero di tutti i problemi che mi affliggono quotidianamente perché sopravvivere è davvero molto difficile, per me, e così ho pensato che anche ad altri bambini avrebbe potuto far bene, specialmente in questo periodo di pandemia, quando le scuole sono chiuse, molti genitori hanno perso il lavoro e le difficoltà economiche sono aumentate ancora di più. Sono aumentati anche gli episodi di violenza e tutto questo crea in noi molta angoscia e paura, ma la musica ci può rendere più felici e lo stare insieme ci rafforza e ci unisce», ci dice Raoni (nome di fantasia), con il suo sorriso che l’illumina tutto il  viso.

Il piccolo indio ci racconta che aveva iniziato il suo progetto di musica sociale raccogliendo vecchi strumenti rotti, dei quali le persone si volevano disfare, oppure trasformando in strumenti alcuni oggetti di scarto, ma mancavano le risorse, un luogo dove poter imparare insieme agli altri piccoli come lui, a suonare e creare ritmi musicali, magari all’aperto, ma in sicurezza e senza disturbare gli adulti. Aveva chiesto allora  aiuto ad alcune persone  vicine a lui per poter restaurare il materiale raccolto e, tra queste, l’artista Jorge Alberto Freitas dos Santos.

E così sono riusciti, con enorme fatica, a trasformare gli oggetti presi dai rifiuti in 14 strumenti musicali con i quali ora i bambini possono suonare all’interno dello spazio di un autolavaggio concesso a loro dal proprietario. La piccola banda, con i suoi 30 componenti (bambine e bambini) di varie età comprese tra i  2  e i 17 anni si chiama “Dio al Controllo” e si riunisce tutti i pomeriggi,  fino a sera, organizzata in due o tre gruppi per dare a tutti i componenti l’opportunità di poter suonare gli  strumenti di percussione.

«Questo ragazzino ha un cuore immenso», spiega Jorge Alberto, «ogni suo pensiero è rivolto alla collettività e al bene comune.  Per lui non esiste altro che il “noi”, e mentre insegna ai bambini a suonare, pensa anche a trovare alimenti che possano servire per loro da portare a casa perché conosce la situazione di ciascuno dei componenti della sua banda, che lui stesso si occupa di prendere e di riportare a casa durante le prove. Ha un spiccato senso civile ed una enorme umanità al punto che lui stesso fa dei piccoli lavori per ricavare un poco di denaro che usa per ricomprare continuamente la pelle degli strumenti di percussione che inevitabilmente si rompono o si consumano con l’uso quotidiano. Eppure anche lui deve fare i conti con una sopravvivenza difficile, con la mancanza di risorse per vivere».
In questa cittadina che è stata per tanto tempo occupata dagli indios Tupi e Tupinambà, scappati dall’Amazzonia negli anni 1000 e divenuta poi  terra di schiavitù e di sfruttamento della mano d’opera degli schiavi africani durante il periodo colonialista della coltivazione di canna da zucchero, la storia dei vinti e dei vincitori è stata da sempre segnata da lotte individuali e collettive per la sopravvivenza. È stata terra di “quilombos”, ossia, di comunità africane mescolata con quelle indigeni che resisteva alla schiavitù.

In una nazione sempre più tormentata dalla povertà estrema e dal continuo e vergognoso divario tra poveri e ricchi che segna oggi l’intero Brasile, un piccolo indio, adolescente, ci indica la strada della condivisione della gioia e della speranza, dell’altruismo e della resilienza.

 

 
 
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