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sabato 23 ottobre 2021
 
 

Brasile: se leggi libri riduci il carcere

20/01/2015  Già due Stati del grande Paese sudamericano hanno adottato la legge per cui vengono scontati 4 giorni di prigione per ogni libro letto. E in Italia? La proposta di legge c’è…

La cultura rende liberi? Un libro vale quattro giorni di carcere in meno, con il limite di un testo al mese. È quanto prevede una legge già in vigore nello Stato brasiliano del Paraná e che viene ora estesa a quello del Ceará (capitale Fortaleza), dove l’amministrazione ha annunciato l’acquisto di 3.000 libri per un programma lanciato nelle scuole presenti dietro le sbarre.

Scelto il libro, gli alunni detenuti avranno tempo 28 giorni per concludere la lettura; dovranno poi stilare una recensione e sostenere il colloquio con docente: per accorciare la pena, bisognerà ottenere un minimo di sei punti. Le regole per la valutazione sono scrupolosamente indicate: oltre alla comprensione del testo, «un uso corretto dei paragrafi, dell’ortografia, dei margini e una grafia comprensibile».

Mafalda Correia Pires Viana, detenuta di 26 anni, studente universitaria di filosofia, commenta: «L’iniziativa apre la porta a un mondo pieno di opportunità». Lei ha già scontato oltre 5 anni di carcere e ora lavora presso l’Ufficio di arte ed eventi del Dipartimento statale incaricato di recuperare i libri.

Il disegno di legge italiano

Le misure adottate dal Ceará e dal Paraná si inseriscono in una cornice nazionale, il “Reembolso atraves da leitura” (Rimborso attraverso la lettura), approvato dal Governo nel giugno 2012 e particolarmente voluto dalla presidente Dilma Rousseff per spezzare l’immagine delle carceri brasiliane come le più dure al mondo.

Lo sconto massimo è di 48 giorni in un anno, cioè un libro al mese; di volta in volta, i giudici devono comunque valutare, in base al reato, chi può usufruire di questa possibilità.

E in Italia? Nel maggio 2014 ci ha pensato la Giunta regionale della Calabria, pochi giorni prima delle dimissioni del presidente Scopelliti, a proporre al Parlamento una misura ispirata proprio al Brasile. Uniche differenze: da noi un libro equivarrebbe a tre giorni, non quattro; la proposta non sarebbe valida per i condannati a una pena inferiore ai sei mesi; le verifiche sarebbero effettuate dagli educatori del carcere.

«La lettura è uno straordinario antidoto al disagio. Favorisce la consapevolezza e il riscatto sociale e personale», ha detto l’allora assessore alla Cultura Mario Caliguri.

Ora la proposta è stata sottoposta al Parlamento, dove la deputata Pd Daniela Sbrollini aveva già teorizzato la pratica brasiliana, da inserire in un progetto di legge a cui sta lavorando. Spiega: «La lettura amplia la mente, è utile per conoscere il mondo e imparare la lingua. Penso ai detenuti stranieri. Si tratta comunque di sconti di pena lievi, qualche giorno per ogni libro letto, con un tetto massimo di letture annuali».

Ce ne sarebbe bisogno? Sicuramente il carcere italiano applica male la funzione assegnatagli dall’articolo 27 della Costituzione, la «rieducazione del condannato»: produce il 68,5% di recidivi, cioè i detenuti che, usciti dal carcere, commettono nuovamente reati, mentre la percentuale scende al 19% per chi sconta la condanna con misure alternative alla detenzione.

Lucia Castellano, ex direttrice di Bollate (Milano), prigione modello per le aperture all’esterno e per il conseguente calo della recidiva al 20%, ha spiegato nel libro “Diritti e castighi” come il sistema carcere sia divenuto ormai discarica del disagio sociale. «Sembra aver gettato la spugna sulla possibilità di trattare i detenuti con dignità e di “risocializzarli”», ha detto. «Continua a considerare la chiave il simbolo della sicurezza, ma più sono le mandate, più sale la recidiva. Ha rinunciato al cambiamento. Dai prigionieri pretende redenzioni miracolistiche, ma non fa alcuna “revisione critica” su se stesso, sulla propria cultura e sul proprio modo di agire. Progetta nuovi contenitori senza curarsi del contenuto, esibisce trionfalisticamente allevamenti di volatili o spettacoli canori, ma razzola nel quotidiano annientamento di corpi e delle menti dei prigionieri; perpetua la più conservatrice cultura carceraria e non cambia passo».

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