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domenica 31 maggio 2020
 
Coronavirus
 

Del Bono: "Più facile far curare i pazienti in Germania e al Sud che nel vicinissimo Veneto"

30/03/2020  La denuncia del sindaco di Brescia, terza città per contagio, che chiede medici, infermieri, mascherine, tamponi e maggiore solidarietà dalle Regioni vicine per assistere i contagiati e arginare l'epidemia che, qui, non conosce flessione.

«Servono medici e infermieri, servono mascherine, servono i tamponi, serve una maggiore solidarietà tra le Regioni». È drammatico l’appello di Emilio De Bono, sindaco di Brescia, terza città in Italia per numero di contagi. «A differenza di altri territori che cominciano a vedere una certa regressione, noi abbiamo un andamento diverso. A oggi abbiamo superato quota 8.100 di positivi conclamati ed è ragionevole pensare che questo numero vada moltiplicato almeno per cinque. Abbiamo avuto oltre 1.200 decessi ufficiali, anche se sono sicuramente molti di più, perché chi muore in casa o nelle residenze di riposo non viene sottoposto a tampone e, dunque, non viene riconosciuto come Covid. Facciamo fatica e, nonostante le misure restrittive non riusciamo a contenere il volano dei contagi».

Perché, secondo lei?

«Sicuramente all’inizio, quando il contagio è arrivato dalla provincia di Cremona, a sua volta contagiata da Lodi, il territorio non è stato isolato con zone rosse che permettessero di contenere il contagio. Oggi, però, vediamo delle altre falle. Abbiamo ancora tante persone malate a casa. E a queste persone non viene fatto il tampone. Questo significa che i familiari, a loro volta non sottoposti a tampone né a isolamento, escono a fare la spesa, vanno a lavorare e diventano, loro malgrado, moltiplicatori di contagio. È evidente che qui c’è una fatica oggettiva a riorganizzare il sistema del controllo sanitario con il fine di ridurre l’espandersi dell’epidemia».

Chi decide a chi si fanno i tamponi?

«La Regione, le autorità sanitarie territoriali prendono indirizzo dalla Regione. E, mentre in Veneto la “politica” di Zaia è stata quella di estendere i tamponi in modo più diffuso, facendoli nelle rsa, a pioggia quando hanno avuto il caso di Vo’, in Lombardia l’indirizzo dato è stato quello di fare i tamponi, sostanzialmente, solo a quelli che vanno in ospedale e che sono in condizioni particolarmente evidenti di sintomatologia. Una platea, questa delle persone sottoposte a tampone, che nel sud della Lombardia è stata molto modesta e ha costituito certamente un punto debole del sistema».

Un altro punto debole è lo spostamento fuori regione dei pazienti che ne hanno necessità. Cosa succede?

«Sembra che sia più facile spostarli fuori Regione che a pochi chilometri da noi. Abbiamo avuto pazienti che sono andati nel Mezzogiorno, in Puglia, nel Lazio, o in Germania ma non hanno avuto “ospitalità” nella vicinissima regione Veneta. Questo l’ho appreso tramite un appello sottoscritto dai primari di rianimazione e dagli anestesisti della Regione Lombardia. Qualche giorno fa hanno chiesto pubblicamente perché le regioni vicine non aiutano la Lombardia. Allora mi chiedo, se è così e se è stato così, se esiste ancora il Servizio sanitario nazionale. Non può essere che ogni Regione decida in maniera “egoistica” se aprirsi o non aprirsi o se trasferire o meno del personale medico e infermieristico in zone particolarmente esposte come la nostra».

Ha avuto modo di parlare direttamente con Zaia?

«Un sindaco, purtroppo, non può entrare in queste modalità che sono rapporti tra Regioni. Credo, però, che sia importante che, almeno le regioni del nord - Veneto, Emilia Romagna, Lombardia e Piemonte – dove è il focolaio più importante, costruissero una politica comune, una solidarietà stretta, integrata. Mi sembra che questo non ci sia stato e mi pare che il Governo avrebbe potuto e dovuto vigilare che queste autonomie gestionali sanitarie non diventassero elemento problematico dal punto di vista della cura dei pazienti».

Di cosa ha bisogno oggi Brescia?

«Di medici e di infermieri perché le strutture sanitarie ospedaliere sono ancora sotto stress. Stanno lavorando senza sosta e  a scartamento ridotto perché una parte si è contagiata. Abbiamo necessità che ci inviino medici e infermieri competenti, in particolare, in rianimazione. Il Civile, il nostro ospedale cittadino, è riuscito ad allargare da 13 posti la terapia intensiva, ma non ha i medici e gli infermieri per farla funzionare».

E poi?

«Abbiamo bisogno di fare una politica sui tamponi diversa. Farli nelle rsa, al personale medico e infermieristico, a quei pazienti che hanno sintomatologia conclamate a casa perché si deve sapere se loro sono positivi in modo da mettere in isolamento loro e le famiglie. Abbiamo bisogno di dispositivi di protezione: servono mascherine, camici, respiratori e bombole di ossigeno.  Soltanto le strutture sanitarie necessitano di un milione di mascherine al giorno perché sono monouso e il sistema lombardo è in grado di produrne e trasferirne 800 mila. Ma non ci sono solo le strutture ospedaliere, ci sono quelle socio assistenziali, socio sanitarie, il personale che sta in prima linea, le forze dell’ordine. Abbiamo bisogno di un salto di qualità. Stiamo un pochino meglio rispetto a qualche settimana fa, ma non siamo ancora a regime».

La città come sta reagendo?

«Brescia è stata straordinariamente generosa sia dal punto di vista della raccolta di fondi sia dal punto di vista del numero di volontari. Solo in città ci sono 500 volontari che vanno nelle case degli anziani a portare la spesa e medicinali. E poi ci sono centinaia di volontari sulle autolettighe, sul fronte sanitario. Nel momento di emergenza questo territorio ha trovato, ancora una volta, le ragioni della solidarietà e dell’aiuto agli altri».

Un aiuto, in queste ore sta arrivando dall’Albania.

«Ringrazio e devo dire che l’intervento che ha fatto il premier Rama inviandoci i 20 infermieri e i 10 medici è stato da statista. Uno che dice: “Io ho avuto tanto dall’Italia e ora vi restituiamo qualcosa, noi la piccola Albania”. La povera Albania manda personale medico e infermieristico, preziosissimo, e ce lo consegna dicendo: “Sappiamo che avete bisogno”. È una grande lezione di civiltà».

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