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Brexit, cos'è e cosa dicono i leader religiosi inglesi

16/06/2016  Guida al referendum del 23 giugno nel quale gli inglesi dovranno decidere se restare o abbandonare l'Unione Europea. Come si è arrivati a questa consultazione? Qual è la posizione delle chiese cattolica e anglicana? Quali sono le conseguenze politiche ed economiche? Quanto tempo ci vorrà per uscire dall'Europa?

Il 23 giugno gli elettori inglesi si recheranno alle urne per rispondere con un sì o con un no al seguente quesito: “Il Regno Unito deve restare nell’Unione Europea o deve lasciare l’Unione Europea?”. Il referendum è stato voluto dal primo ministro David Cameron che però sta facendo campagna elettorale a favore del sì mentre il suo partito, il Partito Conservatore, ha lasciato libertà di scelta ai suoi elettori.  Il termine BrExit è l’acronimo di Britain Exit ed è utilizzato dai media per indicare la potenziale uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.

The Sun invita a votare per lasciare l'Unione europea
The Sun invita a votare per lasciare l'Unione europea

Come mai si è arrivati a questo referendum?

Nel 2015, durante la campagna elettorale, David Cameron promise agli elettori che se lo avessero confermato Primo Ministro avrebbe organizzato una consultazione popolare per chiedere ai cittadini se desideravano restare nell’Unione Europea. Cameron aveva messo in discussione alcuni vincoli imposti dall’UE su temi di politica estera ed economica. In particolare aveva negoziato alcuni punti, tra i quali: -l’entità dei sussidi concessi ai migranti;
-la conferma della non adozione dell’Euro;
-il rimborso delle somme messe a disposizione dalla Gran Bretagna per salvare gli stati in difficoltà;
-l’esclusione del Regno Unito dall’impegno a collaborare attivamente per “un’Unione sempre più stretta” come previsto nei trattati europei.

Chi è a favore e chi è contro?

  

Tutti i partiti di centrosinistra – i Laburisti sia pure con qualche esitazione, lo Scottish National Party e i LibDem, cioè il secondo, il terzo e il quarto partito in Parlamento – sono favorevoli a restare nell’UE come quasi tutti i leader europei e internazionali tra cui il cancelliere tedesco Angela Merkel, il presidente francese François Hollande e il presidente USA Barack Obama. Il fronte dei contrari è guidato da un altro dirigente dei Conservatori, l’ex sindaco di Londra Boris Johnson, anti-europeista convinto, mentre i partiti che appoggiano il comitato per uscire sono lo UKIP di Nigel Farage e altre piccole formazioni radicali.

I vescovi di Inghilterra e Galles riuniti lo scorso aprile
I vescovi di Inghilterra e Galles riuniti lo scorso aprile

Qual è la posizione della Chiesa cattolica e dei leader religiosi inglesi?

A favore della scelta di restare nell’UE come hanno scritto in una lettera-appello pubblicata la scorsa settimana e firmata da trentasette leader delle principali comunità religiose del Paese: le Chiese anglicana, cattolica, evangelica e i leader delle comunità islamiche ed ebraiche. La lettera è stata pubblicata sul periodico The Observer e rilanciata dal giornale francese La Vie: «La fede ci chiede di costruire ponti e integrare – si legge nell’appello- senza isolare e costruire barriere».  Da qui l’appello agli elettori: «Speriamo che le persone che voteranno il 23 giugno, siano consapevoli che minando le istituzioni internazionali, sarà molto più difficile raggiungere gli obiettivi di un mondo più libero, equo, tollerante, pulito e sicuro». Secondo i capi religiosi, l’Unione Europea, pur tra le molte difficoltà e sconfitte politiche, «è essenziale per preservare la pace». I firmatari, tra cui l’ex arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams, proseguono il documento richiamando i cittadini del Regno «a unire le forze per opporsi al Brexit, perché l’Unione Europea è essenziale per preservare la pace, la lotta contro la povertà e la lotta contro la tragica situazione delle migrazioni forzate». «Come leader e alti funzionari delle comunità religiose - prosegue il documento – esortiamo i nostri compagni di fede e gli altri a riflettere sulle conseguenze di un voto di uscita». Nell’appello si ricorda che gli ultimi settant’ anni sono stati il più lungo periodo di pace nella storia europea. Le istituzioni, nonostante le crisi e le cadute, hanno permesso di lavorare insieme e capire che le differenze possono essere una ricchezza e il reciproco e comune aiuto «aumentino la nostra sicurezza per tutti. Molte delle sfide che abbiamo di fronte oggi possono essere affrontate solo in un contesto europeo, in un contesto di globalizzazione- si afferma del documento - Dalla lotta contro la povertà nei paesi poveri alla battaglia di civiltà nell’affrontare i cambiamenti climatici e fornire la stabilità che è essenziale per la lotta contro la crisi immigrazione corrente». 

Cosa dicono i sondaggi?

  

Secondo i sondaggi, i favorevoli a restare nell’UE hanno avuto fin dall’inizio della campagna un vantaggio che si è continuamente ridotto, fino ad arrivare alle ultime rilevazioni che danno le due opzioni praticamente alla pari. Secondo Ipsos-Mori, il più importante istituto demoscopico britannico rimasto fino a ieri a indicare un vantaggio del fronte filo-Ue, c’è una svolta: con un nuovo sondaggio telefonico che ribalta i dati e accredita allo schieramento del no all'Europa (Leave) sei punti di vantaggio su quello del sì (Remain): 53% a 47%. Gli indecisi, ha scritto il Guardian, sono ancora molti. Ad oggi, il risultato è ancora molto incerto, ma la possibilità di una vittoria del “sì” è diventata realistica, mentre fino a pochi mesi era considerata quasi impossibile.

La battaglia referendaria sulle sponde del Tamigi
La battaglia referendaria sulle sponde del Tamigi

Ci sono precedenti?

No. Se vincessero gli elettori a favore della Brexit, il Regno Unito sarebbe il primo stato membro a lasciare l’Unione Europea nella storia. Nel corso della sua crisi la Grecia sembra esserci andata vicino parecchie volte a uscire dall’Ue. La situazione greca era però ancora più complessa, perché il Paese sarebbe uscito non solo dall’Unione, ma anche dall’euro. L’eventualità, comunque, non si è mai verificata, e anche nei momenti peggiori della crisi i sondaggi accreditavano una maggioranza di cittadini favorevoli a restare nell’area della moneta unica. L’unico altro caso che somiglia a questo scenario riguarda la Groenlandia, un territorio dipendente dalla Danimarca che nel 1982 decise di separarsi da quella che allora si chiamava Comunità Economica Europea. Nonostante la Groenlandia avesse soltanto poche decine di migliaia di abitanti, zero immigrati e un’economia molto ridotta, il nuovo trattato che regolava i suoi rapporti con il resto della comunità impiegò tre anni ad entrare in vigore.

Che succede se vince il fronte dei favorevoli a lasciare l’Europa?

  

Il referendum non ha quorum, è di tipo consultivo e non è legalmente vincolante. In linea abbastanza teorica, se vincesse la Brexit, il Parlamento potrebbe intervenire per approvare una legge che impedisca l’uscita del Paese dall’Unione Europea, ma andare contro la volontà degli elettori non è una scelta politicamente conveniente per i partiti. Per uscire dall’UE, il Regno Unito dovrà ridiscutere tutti i trattati e concordare le condizioni per il suo ritiro, processo che richiederà come minimo un paio di anni di lavoro. In questo periodo di tempo, il Regno Unito sarà formalmente parte dell’UE, ma non potrà partecipare alla creazione di nuove regole e leggi in ambito europeo.

La campagna dei Laburisti per restare nell'UE
La campagna dei Laburisti per restare nell'UE

Ma come si lascia, concretamente, l’Unione Europea?

La strada per lasciare l’UE è complessa, molto lenta e presenta una serie di incognite difficilmente preventivabili adesso. In ogni caso il primo passo da compiere è fare appello all’articolo 50 del Trattato di Lisbona, il documento fondamentale dell’Unione Europea che recita così: «Ogni Stato membro può decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere dall’Unione. Lo Stato membro che decide di recedere notifica tale intenzione al Consiglio europeo. Alla luce degli orientamenti formulati dal Consiglio europeo, l’Unione negozia e conclude con tale Stato un accordo volto a definire le modalità del recesso, tenendo conto del quadro delle future relazioni con l’Unione. L’accordo è negoziato conformemente all’articolo 218, paragrafo 3 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Esso è concluso a nome dell’Unione dal Consiglio, che delibera a maggioranza qualificata previa approvazione del Parlamento europeo». L’articolo stabilisce un limite di tempo di due anni affinché il Consiglio europeo e il paese che vuole lasciare l’Unione trovino un accordo sui nuovi trattati da approvare per regolare i loro nuovi rapporti. In questo spazio di tempo, il paese che vuole uscire dovrà continuare a rispettare i regolamenti europei, ma non parteciperà più al processo decisionale dell’Unione su nuove leggi, regolamenti o accordi comunitari. L’articolo prevede che, al termine dei due anni, il Consiglio europeo formuli una proposta di accordo con un voto a maggioranza dei suoi membri. Il paese che vuole uscire, a quel punto, avrà la possibilità di accettare o respingere la proposta.

L'ex sindaco di Londra Boris Johnson favorevole all'uscita dall'Europa
L'ex sindaco di Londra Boris Johnson favorevole all'uscita dall'Europa

Come saranno i rapporti commerciali con i paesi europei se il Regno Unito esce dall’Unione?

  

Ci saranno, contemporaneamente a quelli politici, altri negoziati, per stabilire un nuovo accordo che regoli i rapporti commerciali. Il problema è che queste trattative rischiano di richiedere molto più dei due anni previsti dal trattato. Canada ed Unione Europea, ad esempio, stanno trattando da più di sette anni per stabilire un nuovo accordo commerciale e il risultato dei negoziati deve ancora essere ratificato. L’articolo 50 prevede la possibilità di estendere ulteriormente il tempo dei negoziati, ma soltanto se entrambe le parti sono d’accordo. Questo significa che, dopo due anni, l’Europa potrebbe presentare un accordo al Regno Unito “prendere o lasciare”. I sostenitori del Brexit dicono che per il paese sarà facile uscire dall’Unione, ma restare nello “Spazio economico europeo”, il nome ufficiale del mercato unico (spesso indicato con la sigla in inglese EEA). Norvegia e Islanda attualmente fanno parte dell’EEA senza essere parte dell’Unione. Il Regno Unito potrà seguire questa strada soltanto se l’Europa vorrà concederlo.

Il primo ministro David Cameron che ha voluto il referendum
Il primo ministro David Cameron che ha voluto il referendum

Quali sono le incognite di un’eventuale uscita dall’UE?

Molte e non tutte prevedibili. È possibile che, in caso di vittoria dei favorevoli all’uscita, l’attuale governo del conservatore David Cameron cada. Cameron ha indetto il referendum, ma si è schierato contro l’uscita dall’Unione dopo essere riuscito a negoziare nuova autonomia da Bruxelles lo scorso febbraio. La caduta del governo aprirebbe a nuovi scenari di instabilità, con la necessità di formare un nuovo governo e forse di andare ad elezioni anticipate. Il processo di uscita, inoltre, sarà probabilmente molto lungo. Cosa accadrebbe, ad esempio, se in questo lasso di tempo dovesse andare al potere una maggioranza favorevole alla permanenza nell’Unione? Nel Regno Unito c’è chi sostiene che in caso di vittoria dei favorevoli all’uscita, non ci sarebbe “davvero” bisogno di uscire perché, secondo loro, l’Unione proporrà al Regno Unito un nuovo accordo ancora più favorevole di quello ottenuto a febbraio, pur di evitare i rischi di instabilità che derivano da un’uscita. Secondo il settimanale Economist, però, è molto difficile che gli europei adottino un atteggiamento generoso nei confronti del Regno Unito. Anzi: c’è la possibilità che venga deciso di “punire” il paese, per evitare di incentivare altri stati a seguire il suo esempio. Un nuovo accordo deve essere approvato all’unanimità da tutti gli stati membri e basta l’opposizione di uno soltanto perché venga respinto.

Che cosa succederà all’Italia in caso di vittoria del sì?

  

Secondo alcuni analisti, conseguenze saranno soprattutto economiche e occupazionali. Buona parte del 600mila italiani che lavorano in Gran Bretagna saranno infatti costretti a tornare in Italia così come una fetta dei 20mila cittadini britannici che in Italia vivono e lavorano. E chi resterà dovrà procurarsi un permesso di soggiorno. Molte aziende italiane che esportano nel Regno Unito dovranno fare i conti con i dazi doganali che renderanno i nostri prodotti meno competitivi, così come per noi diventeranno più cari i farmaci, i servizi finanziari, le tecnologie per le energie rinnovabili e le automobili che acquistiamo dal Regno Unito. In caso Brexit gli economisti si aspettano una svalutazione della sterlina rispetto alle altre monete: per gli stranieri sarà più conveniente andare a fare le vacanze a Londra e gli inglesi pagheranno un po' di più i prodotti di importazione.    

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