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domenica 28 novembre 2021
 
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Psicodramma Brexit. Tutto rinviato (forse)

19/10/2019  Il Parlamento britannico frena e chiede un altro rinvio. Il premier Boris Johnson, sconfitto, tira dritto: il voto sull’accordo si terrà la prossima settimana. A Londra un milione d’inglesi in piazza con le bandiere dell’Europa per chiedere un nuovo referendum

Lo psicodramma della Brexit si arricchisce di una nuova puntata al termine della quale le certezze sono due. La prima è che il governo del premier Boris Johnson ha subito una grossa sconfitta. La seconda è che non si sa esattamente che cosa accadrà ora. Era dai tempi della guerra delle Falkland del 1982 che il Parlamento inglese non apriva i battenti di sabato. Quella di oggi doveva essere la giornata dell'ufficialità dell'uscita dall’Ue il prossimo 31 ottobre e della consacrazione politica per lo stesso Johnson, dopo il controverso e tormentato accordo con l’Europa raggiunto giovedì scorso e dopo 24 ore di pressioni enormi sugli indecisi tory e laburisti che, in numero sufficiente per Boris, avevano ceduto per il voto di oggi. Alla fine, con un colpo di scena degno di un romanzo, alla Camera dei Comuni è passato l'emendamento del parlamentare conservatore moderato Sir Oliver Letwin con 322 sì contro 302 no. A votarlo, in maniera trasversale, i “ribelli” conservatori, gli unionisti nordirlandesi del Dup (che sono stati decisivi anche perché contrari all’accordo raggiunto con l’Europa nei giorni scorsi) e la gran parte dei deputati dei partiti di opposizione. In pratica, con questo emendamento il Parlamento chiede al governo di rinviare la Brexit in ogni circostanza facendola slittare di almeno tre mesi, al 31 gennaio 2020, vincolandola all’approvazione di tutti i decreti attuativi per garantire l’uscita ordinata dall’Ue, anche se l’accordo venisse approvato.

E adesso che succede? In base ad una precedente mozione approvata dal parlamento – il cosiddetto Benn Act – Johnson dovrebbe chiedere un rinvio di Brexit, dato che il parlamento non ha votato a favore di un nuovo accordo o a favore di una Brexit senza accordo (no deal) entro il limite del 19 ottobre. Il premier britannico ha già fatto sapere però di non volerne sapere: «Non negozierò un rinvio con l'Ue e la legge non mi obbliga a farlo», ha prendendo la parola subito dopo il voto, «la cosa migliore per il Regno Unito e la Ue» è l'uscita in base ai termini dell'accordo negoziato tra Londra e Bruxelles. «La prossima settimana», ha annunciato, il governo presenterà ai Comuni la proposta per l'uscita dalla Ue il 31 ottobre». Un nuovo voto potrebbe svolgersi già lunedi.

Una manifestante in piazza a Londra chiede di fermare la Brexit
Una manifestante in piazza a Londra chiede di fermare la Brexit

Corbyn chiede un nuovo referendum

La Commissione Europea su Twitter fa sapere che «prende atto del voto britannico ai Comuni sul cosiddetto emendamento Letwin, che significa che l'accordo di recesso non è stato votato oggi. Starà al governo del Regno Unito informarci dei prossimi passi il prima possibile». C’è da capire, inoltre, se i 27 capi di Stato e di governo dell’Ue siano disponibili ad acconsentire a un nuovo rinvio oppure no. Secondo il leader del Labour Jeremy Corbyn «la decisione finale» su questo percorso di uscita dovrebbe essere affidata «al popolo», con un secondo referendum, e comunque Johnson è obbligato a chiedere il rinvio. Dello stesso avviso anche la LibDem Jo Swinson e l'indipendentista scozzese Ian Blackford, secondo cui Johnson «non è al di sopra della legge» e «sarà portato in tribunale» se non chiederà la proroga. Il sindaco di Londra, Sadiq Khan, ha parlato a decine di migliaia di manifestanti che hanno riempito il centro di Londra per chiedere un nuovo referendum: «È giunto il momento», ha detto, «di fermare la Brexit». Secondo gli organizzatori erano circa un milione di persone.

Il motivo per cui il parlamento ha chiesto il rinvio del voto sull’accordo è piuttosto tecnico e complicato. Anche se l’accordo fosse stato approvato, infatti, per diventare valido avrebbe avuto bisogno dell’approvazione di alcune leggi secondarie, che avrebbero potuto essere votate entro la fine del mese. L'emendamento Letwin imponendo una nuova proroga della Brexit vuole sostanzialmente che il Parlamento approvi tutte le leggi connesse all’uscita del Regno Unito dall’Ue, se necessario anche oltre la scadenza del 31 ottobre, e poi alla fine voti per la ratifica dell’accordo per evitare qualche scherzo da parte dei “brexiter” più estremisti. Oggi, invece, si doveva votare solo la ratifica dell’accordo raggiunto da Johnson con l’Ue nei giorni scorsi per poi votare, successivamente, tutte le leggi tecniche connesse all’accordo stesso. Cosa farà ora il premier Boris Johnson? Chiederà l’ennesimo rinvio all’Ue per evitare uno scontro istituzionale senza precedenti rischiando magari il carcere o tirerà dritto? Il sabato definito, alla vigilia, “storico” dai tabloid inglesi che doveva sancire l’addio degli inglesi all’Europa si è trasformato nell’ennesima mossa di quella che somiglia a una partita a scacchi e di nervi estenuante e sempre più imprevedibile.

 
 
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